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Apologia del mostro dei Girolamini

Biografia piena di meraviglie e storie di Massimo De Caro, condannato come ladro e distruttore di libri antichi. Un Jean Valjean galeotto e saggio. Per lui Sergio Luzzatto ha ceduto alla tentazione di predicare male

Giuliano Ferrara

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ferrara@ilfoglio.it

2 Marzo 2019 alle 06:00

Apologia del mostro dei Girolamini

Biblioteca dei Girolamini, Napoli (foto via Wikimedia)

Si può essere contemporaneamente un bravo figlio, un talento versatile del vivere pericolosamente, un genio della truffa e della burla confuse insieme, un malato grave di libri antichi e di finanza arrembante, un allievo carabiniere provetto, un figlio devoto e tragico di una famiglia comunista inchiodata all’etica del dovere civile, un faccendiere e animatore indefesso di traffici politici e di business, un ladro inveterato di beni pubblici e spoliatore delle più antiche biblioteche ecclesiastiche? Si può essere al tempo stesso questo eroe ribaldo e un imputato e detenuto consapevole, e poi un cleptomane e maneggione recidivo che incastra sé stesso nella disperata rincorsa a perdersi? Si può infine figurare come uno Zelig infinitamente simpatico e leggero, faccia larga corpo massiccio e occhio svelto, un giorno con i cardinali nella Biblioteca Vaticana un altro vissuto da broker di un magnate post sovietico un altro ancora con D’Alema o Dell’Utri nei cunicoli del potere italiano, uno spiritello sapiente e benevolo, un folletto capace di offrire in dono le sue cento personalità e i suoi cento misfatti e strapensieri all’anima tremolante ma innamorata di un arcigno moralista, di un bacchettone malmostoso? Ovvero di uno storico professionale che decide per impeto di raccontare le sue vite e le sue gesta nella continua paura, perfettamente giustificata, di farsi manipolare e di rischiare per curiositas e umanità ogni rigore storiografico e scientifico? Si può, se ci si chiami Marino Massimo De Caro, quarantasei anni, e se in un carcere umbro si firmi, come accaduto il 20 novembre dell’anno scorso, la liberatoria che consente la pubblicazione e l’uscita in libreria della sua biografia provvisoria, scritta dallo storico Sergio Luzzatto, pubblicata da Einaudi (302 pagine, 20 euro): titolo “Max Fox, o le relazioni pericolose”.

  

Per chi ama le storie, il racconto da leggere è questo. Derrate di storie, sempre tra realismo documentario e impostura della testimonianza diretta, in uno scontro magnifico di narcisismi (le relazioni pericolose) tra un narratore-biografo che dubita del suo diritto a dubitare del solo Diritto, inteso come legge e ordine, e un protagonista, il mostro dei Girolamini, che si offre come un angelo sfacciato. De Caro è un perfetto comédien et martyr, commediante e martire, e lo si vede a occhio nudo nel suo “Diario del ladro”, un ladro che ha distrutto tante cose, anche la propria vita, per il furore d’aver libri e la passione di beffare e falsificare il mondo e sé stesso. Jean Genet fu fatto santo dalla letteratura, lui i libri li scriveva, e dai furti e reati di strada fu liberato con un atto di grazia invocato da torme incantate di intellettuali rive gauche. Max Fox, che i libri li rubava a mani basse e li sottraeva al patrimonio culturale pubblico dell’umanità, fu denunciato e perseguito come peculatore criminale da intellettuali stavolta purtroppo benemeriti, Tomaso Montanari e Filippomaria Pontani, messi in allarme da bibliotecari distrutti dalla dittatura commissaria criminale del direttore (e pazzo letteralmente furioso) che svuotava la Sala Vico e lasciava gli scaffali vuoti. Quegli scaffali li ho visti, e mi hanno fatto un’atroce impressione, a me che resto quasi insensibile, salvo rarissime eccezioni, di fronte alle passioni per i manoscritti, i codici, gli incunaboli e le edizioni rare.

  

La storia infame e proditoria dello svaligiamento della biblioteca amata da Giambattista Vico, nel complesso degli oratoriani detto dei Girolamini, a Napoli, si brucia in pochi mesi, dal giugno 2011 alla primavera successiva, dopo di che si inizia il calvario dell’imputato, poi condannato e detenuto peculatore, e dello sforzo erculeo di magistrati e carabinieri e funzionari per ricostruire il ricostruibile di uno scrigno bibliografico sventrato da un atto sistematico di frenesia a sfondo psicotico e nichilista. Ma come sempre nel delitto, e nei rivolti del castigo, c’è a monte una storia originale, unica, che spiega e non spiega, che torce le budella per la sua ricchezza in follia e umanità, che avvince e alla fine edifica i non moralisti mentre purifica gli eccessi del giudizio riducendoli in polvere. Pagatevele, però, queste storie che stordiscono e si leggono d’un fiato solo. Io non ve le riassumo, compito impossibile per la loro densità e la maestria nel rigiro dei particolari. Vi posso solo assicurare che questo catalogo di beffe, di oltraggi, di maneggi e di immersioni nel bosco fiorente del malaffare e del sortilegio, come nel wellesiano film sui falsi nell’arte “F for fake”, non campeggia solo la magia nera di ladri e falsari tra Europa e Americhe, c’è anche un mondo stregato, prodigioso, ardimentoso che è il letto di ogni buon racconto d’avventura.

  

A forza di razzolare bene contro l’Italia e il mondo macchiati dal sugo delle vongole, uno storico etico-integrista come Sergio Luzzatto deve aver deciso di cedere a un’attrazione fatale e, per una volta almeno, di predicare male. Uno dei suoi figli, Julien come Julien Sorel, ha ascoltato per mesi i suoi racconti sul lavoro in corso e lo ha sbirciato in azione nei suoi colloqui via Skype con il mostro ai domiciliari che gli risultava demoniacamente simpatico. E una sera questo tesoro di ragazzo gli ha fatto trovare all’ingresso di casa un’edizione dei “Miserabili” di Hugo, con una cartolina a segnare tra le pagine 140 e 141 dell’edizione Gallimard, e questo suo biglietto a conforto e spiegazione delle ossessioni che il padre condivideva in famiglia: “Prova a leggere questo capitolo, per come l’hai raccontato assomiglia moltissimo a quello che pensa lui!”. Era Jean Valjean che si “costituì come tribunale. Iniziò a giudicare sé stesso”. Si confessò colpevole di aver rubato il pane, ma poi si domandò se fosse stato l’unico a avere torto e se “una volta commesso e confessato il fatto, il castigo non fosse stato feroce e eccessivo”, se non vi fosse stato “maggiore abuso da parte della legge nella pena, di quanto non vi fosse stato abuso da parte del colpevole nella colpa”. Julien aveva capito quel che rimugina tra sé il malato di libri e mostro dei Girolamini, mentre suo padre stava scrivendo il suo primo libro eticamente ambivalente.

    

Tanti anni fa, alla fine di una trasmissione televisiva, Luzzatto mi aveva accennato a un suo progetto di scrivere una mia biografia, chiedendomi eventualmente la collaborazione. Era già attratto dai delinquenti. Mi disse che l’analogo tracciato a cui pensava era la vita di Malaparte. Lasciai cortesemente correre, giudicandomi un mezzo intellettuale borghese meno interessante di quel che si pensi (eppoi Malaparte mi è sempre stato un po’ sul culo, nella vita mi sono esibito ma non amo gli esibizionisti, mi annoiano). Sono comunque contento che tanti anni dopo Luzzatto abbia trovato un meraviglioso e dannato delinquente, che ha rubato libri invece di pane, ma che è stato pane per i suoi denti.

Giuliano Ferrara

Giuliano Ferrara

Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.

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