(foto LaPresse)

Il Capolinea dell'Atac

Gianluca De Rosa

L’azienda è seriamente in difficoltà. Concordato a rischio. Raggi riferisce oggi anche su questo

Roma. Adesso con Atac che si fa? La domanda in questi giorni di isolamento forzato aleggia sospesa in Campidoglio, come nelle rimesse e nei depositi della municipalizzata e negli appartamenti di tanti politici, sindacalisti e amministratori capitolini. La risposta, almeno per adesso, non c’è. L’azienda dei trasporti pubblici capitolini – 11 mila dipendenti e un debito di 1,3 miliardi da saldare – ha ottenuto lo scorso giugno dal Tribunale di Roma il decreto di omologa, il via libera, al piano di concordato in continuità, una procedura prefallimentare che permette attraverso un accordo con i creditori di saldare il debito in un lungo arco di tempo. Precisamente un anno più tardi, giugno 2020, sarebbe dovuta concludersi la prima parte del concordato: Atac avrebbe dovuto risarcire oltre 150 milioni di euro all’intera platea dei creditori privilegiati. Il gradino più semplice. Perché i passi successivi, prevedono la cessione di parte del bene immobiliare dell’azienda. Un’operazione che non si preannunciava per nulla semplice. Le cose, però, sembravano essersi messe per il verso giusto: il rinnovo della flotta, l’aumento dei biglietti venduti, il parziale efficientamento del servizio, avevano fatto annunciare all’amministratore delegato e presidente di Atac Paolo Simioni che la prima fase sarebbe stata rispettata: tutti avrebbero ricevuto quanto gli spettava entro giugno. Anche perché dopo il microattivo del 2018, circa 800 mila euro, per quest’anno a via Prenestina si aspettavano un utile da 24 milioni. Cose mai viste.

 

Poi, però, è arrivato il coronavirus. I passeggeri sono calati di oltre il 70 per cento, e le corse, inevitabilmente, sono state ridotte e rimodulate. “E’ ovvio che in questo momento sono tutti in difficoltà – dicono alcuni dipendenti dell’azienda – ma per noi la situazione è davvero drammatica, se salta il concordato va tutto a gambe all’aria”. Il presidente Simioni lo sa bene. Per questo ha chiesto l’attivazione per nove settimana e per 4 mila dipendenti del fondo di solidarietà bilaterale, un ammortizzatore sociale alternativo alla cassa integrazione, ma con effetti del tutto simili: lavoro e stipendi ridotti per autisti, controllori e verificatori delle strisce blu (i parcheggi a pagamento infatti sono stati temporaneamente sospesi dal Campidoglio). “Una scelta necessaria”, ha spiegato Simione ai lavoratori. Ma il manager sa benissimo che la misura serve solo a ridurre i danni. Per evitare il peggio serve ben altro. Per questo ha chiesto l’intervento di Campidoglio, Regione Lazio e governo “ognuno per la sua parte”. “Non c’è più tempo – ha aggiunto – da soli non possiamo farcela”.

 

Oggi nel corso di un’inedita Assemblea capitolina in modalità videoconferenza la sindaca Virginia Raggi farà una lunga relazione sulla situazione d’emergenza. Sembra scontato che ad Atac sarà dedicato un lungo capitolo.

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