"Il virus rivela che non siamo così menefreghisti", ci dice Claudio Amendola

Massimo Solani

L'attore è a casa come quasi tutti e parla di Roma vuota e dei romani, "che potrebbero uscirne migliori"

Roma. “Adesso più che mai ci sta bene il ‘daje!’ che da romani abbiamo esportato nel mondo. E’ un po’ come sul ring, quando un pugile prende cazzotti e si deve chiudere per evitare i colpi più duri. Resiste e incassa, ma sa che è il momento di tenere duro perché quando l’avversario si stancherà ci sarà modo di attaccare e vincere. Allora ‘daje tutti’ e rispettiamo le regole, anche le più banali”.

 

Claudio Amendola, come milioni di altri italiani, è chiuso in casa e attende che passi la nottata e con essa la paura del contagio da Covid19. “Scrivo, lavoro e guardo la tv – racconta l’attore – Roma al massimo la vedo così, ma adesso occorre rispettare le prescrizioni e stare tutti a casa”. Senza drammi, perché è il momento della responsabilità e dei sacrifici. “Però – dice – dobbiamo come premessa fare una enorme distinzione fra chi è molto fortunato e come me si può permettere di restare tre settimane a casa e il resto del mondo che invece affronta problemi di tutt’altra natura: mi è anche difficile mettermi nei panni di chi invece deve affrontare tutto questo rischiando di perdere il lavoro o di chi invece è costretto proprio per il lavoro che fa a uscire con la paura di ammalarsi”.

 

Roma si è fermata come tutto il paese. E’ la consapevolezza del rischio ad aver sconfitto quell’atteggiamento irresponsabile che lo scorso settimana non ha fermato gli aperitivi a Ponte Milvio e i pranzi sul Litorale e le birre a San Lorenzo? O sono piuttosto i divieti di legge?

 

“Probabilmente chi è maggiormente informato ha avuto coscienza della gravità della situazione qualche giorno prima di tutti gli altri. Però voglio sperare che quella sorta di ‘sticazzismo’ fosse frutto solo di scarsa informazione. In ogni caso, aldilà delle limitazioni imposte, credo che adesso tutti siamo più o meno consapevoli che bisogna fare quel passo in più. La situazione, soprattutto quella che sta vivendo il nord Italia, è tale che non può non spingerci a farci carico in prima persona delle rinunce necessarie”.

 

Le immagini di Roma deserta e senza turisti fanno impressione e al tempo stesso ridanno la dimensione di una meraviglia che il caos tutti i giorni nasconde. A voler essere ottimisti sembra una metafora di rinascita.

 

“Ma la realtà è che da tempo ormai i romani non si riempiono più gli occhi di tutta quella bellezza che è Roma. Siamo persi negli schermi dei telefonini o al massimo ci guardiamo i piedi. Per questo io dico sempre che invidio i turisti che arrivano in città e che possono godersi lo stupore di chi vede per la prima volta Roma. La realtà, fatta sempre la precisazione iniziale, è che bisognerebbe fare di necessità virtù e cercare di vivere questi giorni come una grande occasione per recuperare il tempo perduto, riprendere quel libro impolverato sulla libreria o chiamare una persona che non sentiamo da molto tempo. So che è retorica, però approfittiamo di quanto sta accadendo per il buono che può darci. Bisogna capire che la situazione è così e così sarà per qualche settimana, ma questo non deve significare deprimersi sul divano a guardare il soffitto con gli occhi sbarrati in attesa di chissà cosa”.

 

Per bloccare il contagio è inevitabile la serrata. Ma davvero serviva la serrata per fermarci a riflettere sui nostri stili di vita e la nostra quotidianità?

 

“Ovviamente visto quanto sta succedendo e il pericolo che corriamo non c’è un altro modo per governare questa situazione. Però perché non provare a farne un momento di riflessione? Vero che è terribilmente triste e per certi versi inquietante non vedere i turisti affollare le strade del centro o le serrande dei ristoranti e dei negozi abbassati, però il silenzio e il deserto ci fanno anche accorgere di quanto disturbante e problematico sia il casino quotidiano di questa città. La totale rinuncia a cui siamo costretti può essere l’occasione per capire che possiamo fare a meno di una parte di cose futili che invece hanno fatto parte del nostro vivere quotidiano. Sono molto curioso di vedere come reagiranno i romani quando tutto questo passerà, però mi auguro che questa esperienza possa contribuire ad alleggerire quell’aura di ‘sticazzismo’ generalizzato immortalato anche da Flaiano nel suo ‘Un marziano a Roma’”.

 

Roma nei suo quasi 2800 anni di storia ha visto guerre, devastazioni, calamità e epidemie. E ogni volta ne è uscita più forte e più bella. Crede davvero che succederà anche questa volta?

 

“E’ la grande speranza, e non solo per Roma ovviamente. Penso ad esempio ai bambini che in questi giorni sono costretti a seguire le lezioni da casa: può essere l’occasione per capire che bisogna dotare le scuole degli strumenti giusti. Se quello che sta accadendo non ci farà capire che bisogna ricominciare a investire sulla sanità, sulla ricerca e la formazione allora non abbiamo futuro. Questo maggiormente a Roma, città delle università e di grandi centri di ricerca. Dico una cosa che può suonare strana: a me fa molta più impressione pensare agli atenei e alle scuole vuote che non a Piazza di Spagna. Poi ovviamente il danno economico per Roma come per altre città sarà enorme, ma a questo spero che ci penserà presto il governo con gli interventi promessi a sostegno di aziende, famiglie e persone”.

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