Il tri-vento del cambiamento

Marianna Rizzini

Dal Nordest a Genova a Torino, dal sistema produttivo si alza la protesta antigoverno. Storie e volti

C’era una volta la primavera, e c’era una volta la strana fiducia (a monte) del mondo produttivo verso l’ircocervo Cinque stelle-Lega ancora di là da venire (governo non ancora fatto), ma già intuibile all’orizzonte nella sua sagoma sovranista-statalista. Era il 6 aprile 2018 e, a un mese dalle elezioni del 4 marzo, con l’esecutivo ancora galleggiante sul filo del nulla, irrompevano come da Marte le parole di Vincenzo Boccia, presidente di Confindustria: “I Cinque stelle non fanno paura, valutiamo i provvedimenti, stiamo parlando di partiti democratici”. E, pur invitando i nuovi eletti a essere “responsabili” per il bene del paese, Boccia faceva trasecolare chi, tra gli industriali, non era proprio così convinto che i sovranisti al governo fossero la panacea di tutti i mali. Eppure era parso possibilista, il capo degli industriali, anche se con invito a non smantellare le misure provenienti dai governi precedenti che avessero avuto un qualche effetto sull’economia reale: “Riteniamo che alcuni provvedimenti abbiano dato effetti sull’economia reale in questo momento storico, in particolare il Jobs Act e il piano Industria 4.0”, diceva. “Smontarli significa rallentare, invece dobbiamo accelerare se vogliamo ridurre il divario e aumentare l’occupazione nel paese… abbiamo bisogno di una precondizione che si chiama crescita”.

 

Le manifestazioni dei prossimi quindici giorni e il grido “così si danneggia il lavoro” che da Treviso corre fino alla Francia

Ma tra il dire e il fare, nel giro di due mesi, succedeva di tutto, a partire dal contratto di governo gialloverde. Intanto, sul lato sindacale, Susanna Camusso, vertice della Cgil, aveva raccolto i segnali di fumo di Danilo Toninelli, non ancora ministro delle Infrastrutture, a proposito della Carta dei Diritti del Lavoro, dopo che Camusso aveva scritto una lettera aperta ai neopresidenti di Camera e Senato e a tutti i capigruppo del nuovo Parlamento, ricordando che la Carta stessa era una proposta di legge di iniziativa popolare su cui erano state raccolte un milione e duecentomila firme. E il presidente della Camera Roberto Fico aveva detto che, per i Cinque stelle, tutte le proposte di iniziativa popolare meritavano di essere esaminate con attenzione. Ma quando, a governo ormai formato, era arrivato il decreto dignità, dalla Cgil erano giunte parole non di stroncatura totale ma comunque critiche (della serie: misure “condivisibili” ma “senza coraggio”). Dal lato industriale, invece, specie in Veneto, si era levato un grido: il governo ci rovina! E Luigi Di Maio, ministro del Lavoro, su Facebook, rispondeva: “Confindustria dice che con il decreto dignità ci saranno meno posti di lavoro. Sono gli stessi che gridavano alla catastrofe se avesse vinto il No al referendum, poi sappiamo com’è finita. Sappiamo come finirà anche in questo caso. Non possiamo più fidarci di chi cerca di fare terrorismo psicologico per impedirci di cambiare”. Era estate, erano i primi scricchiolii e i primi soffi del vento di ribellione, un vento che dal Nord lambirà prima il Veneto, poi Genova, poi di nuovo il Veneto, poi Torino.

 

Dai vertici industriali (Matteo Zoppas, Luciano Vescovi) a quelli artigianali (Agostino Bonomo) alle “madamin” torinesi

A Genova, infatti, la città di Beppe Grillo, dove Beppe Grillo era stato contestato, fino ad allora, quasi soltanto dopo l’alluvione del 2014 (“vieni a spalare, invece di parlare”), ad agosto era crollato il ponte Morandi, e proprio dalla città si era sollevata la seconda ondata di malcontento contro il governo gialloverde (al netto delle faide interne al M5s locale). E se ai funerali per le vittime del crollo del ponte il governo aveva incassato inizialmente la sfiducia degli sfollati, al grido di “dàgli ad Autostrade” (in chiave anticasta) e in nome del futuro decreto per il ponte, man mano che l’autunno avanzava, e che del decreto si perdevano le tracce tra questo e quello studio preventivo, gli sfollati lamentavano lo stallo, annunciando per il futuro “manifestazioni sotto casa di Beppe Grillo” (intanto il cantante Gino Paoli, già amico di Grillo, in radio, a “Un giorno da pecora”, contestava il famoso-famigerato “ponte vivibile” del ministro Toninelli: “E’ una stronzata”, diceva Paoli, “quando uno si mette in competizione con il più grande architetto del mondo vuol dire che è cretino”). E, a inizio ottobre, il governo, e soprattutto il ministro delle Infrastrutture a Cinque stelle, era stato contestato sui tempi, anche a monte della nomina del commissario per Genova, con una manifestazione a cui avevano partecipato circa cinquemila persone (gli imprenditori, intanto). Interpellato da questo giornale, qualche tempo dopo, il presidente dell’Ance cittadina Filippo Delle Piane lanciava un appello, il cui senso era: nessuno può più permettersi l’immobilismo, nessuno può più permettersi di dire sempre no. “Chiediamoci come siamo arrivati qui, in generale”, diceva. “Chiediamoci perché, ovunque, ogni volta che un’istituzione deve dare il via a un’opera, dialogando con associazioni e forze produttive, si finisce per incagliarsi nel ‘fermi, prima discutiamo di costi e benefici’ o nella girandola di accuse preventive reciproche, in una spirale negativa che diventa spesso un alibi per l’inazione, ferma restando la necessità di controllare che le cose vengano fatte nel miglior modo possibile”. Ed è a Genova che si è vista, come sarà poi a Torino, la saldatura tra industriali, commercianti e sindacati, tutti insieme davanti alla prefettura, a ottobre, per chiedere modifiche al decreto per la città e per auspicare un atteggiamento meno disfattista sul potenziamento delle infrastrutture (dal tunnel del Frejus in giù).

 

“Quanto ancora Salvini resterà al governo con Di Maio?”, questo il dubbio sotteso tra i delusi del Veneto a trazione leghista

Ma è nel cuore del Nordest e in pieno territorio leghista che la protesta anti decreto dignità, anti manovra e anti freno sul rimodernamento delle infrastrutture è cresciuta, dall’estate a oggi, nei distretti produttivi dove, dal presidente della Confindustria veneta Matteo Zoppas al presidente della Confindustria vicentina Luciano Vescovi, gli imprenditori non hanno nascosto la propria insoddisfazione. “Il governo aiuti subito le imprese, sennò addio lavoro”, ha detto Zoppas, erede dell’omonima azienda, a inizio settembre, mentre anche tra gli artigiani si cominciava a pensare di scendere in piazza (e il 13 dicembre, a Milano, imprese e commercianti protesteranno insieme, mentre a Verona, a soli due giorni di distanza, si difenderà in piazza la Tav). Zoppas, che a fine estate diceva cose come “forse nel breve termine il Decreto potrà portare altro consenso al governo… temo però che, con il passare del tempo, i cittadini si renderanno conto dei suoi effetti, mano a mano che le aziende salteranno per aria e molti perderanno il lavoro”, due mesi dopo, e cioè oggi, viene descritto come uno dei promotori della strana alleanza con la Cgil. Parlando al congresso regionale della Cgil, infatti, Zoppas si è detto convinto che sindacato e imprese, di fronte al connubio antieconomico Lega-Cinque stelle, possano trovare un punto di contatto per un piano per il lavoro e l’occupazione (e anche l’inizialmente morbido Vincenzo Boccia ora declina in modi diversi la frase detta mesi fa a Cortina d’Ampezzo: “Vorrei che il governo passasse dalla fase adolescenziale a quella adulta”). La battuta successiva era parsa profetica: “Non vorrei essere il primo presidente che porta gli industriali in piazza”.

 

Nel Veneto dello scontento, dunque, oltre allo Zoppas da combattimento (uno che fino a quarantaquattro anni non era certo stato un volto da piazza, anzi: l’imprenditore aveva riservato la combattività extralavorativa per le gare in moto), si muove l’altro vertice della Confindustria locale (vicentina) Luciano Vescovi, molto apprezzato all’estero (con interviste sui quotidiani francesi). La sua tesi è: le imprese hanno bisogno di “vicinanza” da parte delle istituzioni, e l’aspetto psicologico è importante: se la percezione nel sistema imprenditoriale è quella di avere governanti che supportano, allora l’investimento arriva; viceversa, quando l’imprenditore viene trattato come uno “sfruttatore”, l’investimento rallenta o prende la strada della finanza. Ma se Vescovi, per mesi, dopo vent’anni da amministratore delegato nell’azienda di costruzioni di famiglia, e dopo un lungo cursus confindustriale, si è limitato ai ragionamenti pacati, nelle ultime settimane ha parlato in modo diretto: “Prendiamo atto che le forze di questo governo”, ha detto, “non hanno avuto il coraggio di ascoltare la voce delle imprese, le quali si sono espresse in modo unanime sulle criticità del cosiddetto decreto dignità. Ma bisogna anche ricordare che lo hanno fatto in modo aperto, proponendo delle alternative di mediazione affinché ai sani principi che hanno mosso questo provvedimento potessero corrispondere delle modalità che fossero coerenti e sostenibili per il mondo del lavoro… si parte dal presupposto sbagliato che persistano, tra imprese e lavoratori, le contrapposizioni di quarant’anni fa”. Non solo: “Per non farci mancare nulla… voci no Tav, no Tap, no Ilva, no tutto… stiamo dicendo che come paese siamo inaffidabili e che per chi vuole investire, stranieri e soprattutto italiani, ci sono solo due vie: o essere più prudenti, investire di meno e vedere che cosa succede nel mentre o, come sta già facendo qualcuno, investire altrove”.

 

Il j’accuse corre per il Nordest, raccolto dal mondo artigianale. Il presidente regionale di Confartigianato Agostino Bonomo, infatti, lamenta “disattenzione” nei confronti dell’impresa e della piccola impresa, sull’onda del non detto che accomuna i settori produttivi veneti, e cioè “ma Matteo Salvini quanto ancora resterà al governo con Luigi Di Maio?”. Interpellato da questo giornale, Bonomo, a metà novembre, ha dato corpo al malumore anti gialloverde, con venatura di delusione per i “verdi”, quelli che in teoria dovevano difendere la parte imprenditoriale del paese: “La rivolta delle imprese contro questo governo”, grida, “è in atto da sei mesi. Qui crediamo che lo sviluppo non passi per l’assistenzialismo e per l’assunzione di cinquecentomila dipendenti pubblici”.

 

La “questione psicologica” che frena gli investimenti, il “no ” che sta stretto a Genova e il “si” alle infrastrutture (Tav in testa)

E, nella sonnacchiosa ripartenza dell’opposizione di centrosinistra, al momento concentrata sul congresso del Pd e sulla ricomposizione delle sinistre a sinistra del Pd, si fa strada un’opposizione di fatto. Dario Di Vico, sul Corriere della Sera, alludendo alle mobilitazioni di piazza di industriali e artigiani, ma anche alle “nuove forme di protesta come la petizione popolare lanciata da Federmeccanici”, chiama la mobilitazione del Nord la “forza extra-parlamentare che, in una fase di scarsa incisività dell’opposizione politica, non soltanto tiene vivo il confronto di merito con il governo, ma dà una boccata d’ossigeno a una democrazia che, quantomeno, ha conosciuto giorni migliori”. Intanto il vento “tripartito” del cambiamento soffia anche su Torino, dopo la manifestazione pro Tav organizzata, a partire dal web, dalle cosiddette “madamin” (sette professioniste della società civile): il 3 dicembre Confindustria riunirà a Torino il Consiglio generale contro lo stop ai cantieri, nelle Officine delle grandi riparazioni ferroviarie, una costruzione d’inizio Novecento. Giorno dopo giorno, la chiamata confindustriale ha raccolto consenso in altri rami imprenditoriali. La chiamano già “carica dei millecinquecento”.

  • Marianna Rizzini
  • Marianna Rizzini è nata e cresciuta a Roma, tra il liceo Visconti e l'Università La Sapienza, assorbendo forse i tic di entrambi gli ambienti, ma più del Visconti che della Sapienza. Per fortuna l'hanno spedita per tempo a Milano, anche se poi è tornata indietro. Lavora al Foglio dai primi anni del Millennio e scrive per lo più ritratti di personaggi politici o articoli su sinistre sinistrate, Cinque Stelle e populisti del web, ma può capitare la paginata che non ti aspetti (strani individui, perfetti sconosciuti, storie improbabili, robot, film, cartoni animati). E' nata in una famiglia pazza, ma con il senno di poi neanche tanto. Vive a Trastevere, è mamma di Tea, esce volentieri, non è un asso dei fornelli.