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“In piazza a Torino non c’erano borghesi, ma gente laboriosa”

Daniele Vaccarino, presidente della Confederazione nazionale dell’artigianato: “Noi non siamo contro, siamo per: contro nessuno, ma per la crescita”

Marianna Rizzini

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rizzini@ilfoglio.it

6 Dicembre 2018 alle 06:00

“In piazza a Torino non c’erano borghesi, ma gente laboriosa”

Luigi Di Maio e Daniele Vaccarino (foto Imagoeconomica)

Roma. Alla vista della prima piazza torinese pro Tav, un mese fa, Beppe Grillo aveva scritto un vade retro preventivo all’indirizzo della “borghesia” come “punto di riferimento della noia del vivere”. E a vederli in piazza per la Tav, quelli che l’ex comico e demiurgo del M5s descriveva come borghesi risorti dalle ceneri, aveva provato “un senso di nostalgia e affetto per i tempi andati… Tutta quella dissimmetria ideale e fattiva fra l’enorme buco da fare, le tonnellate di polveri, il clangore delle merci che passano, l’appoggio ideale della destra salviniana, insomma: tentare un nuovo Mose… un nuovo ponte di Messina. Benpensanti che vedono nella Tav non fatta l’Italia che non entra nel mondo, ma la Tav di cui si parla da decenni non è stata proprio fatta, non c’è, così come è chiaro quanto – nei trasporti – la velocità la facciano gli snodi e non le tratte libere, i porti e il loro funzionamento e non i mari”.

 

Borghesi, dunque, secondo Grillo. Ma quando, il 3 dicembre scorso, in piazza (metaforicamente: agli Stati generali delle categorie), sempre a Torino, sono tornati o andati imprenditori, artigiani, cooperative, commercianti, per dire che le infrastrutture sono fondamentali per la crescita e per chiedere al premier Giuseppe Conte di tagliare quattro miliardi alla manovra (“sennò dimettiti”), l’epiteto di borghesi è risuonato e rimbalzato: borghesi a chi? “Non è vero che c’erano i borghesi in piazza”, ha detto Daniele Vaccarino, presidente della Confederazione nazionale dell’artigianato e della piccola e media impresa nonché imprenditore metalmeccanico, figlio di artigiano metalmeccanico. In piazza, ha detto Vaccarino, piemontese cortese ma non al punto da prendersi l’etichetta senza reagire, “c’era la gente laboriosa che non ne può più di sentire dei no. Noi non siamo contro, siamo per: contro nessuno, ma per la crescita”.

 

     

Applauditissimo dalla platea, Vaccarino ha spiegato che già vent’anni fa, tra la Val di Susa e Torino, lui c’era. E ascoltava i molti che erano a favore di un intervento di aggiustamento “nel territorio che era stato scottato dall’autostrada”. La grande opera già presente aveva bisogno di un intervento di là da venire per far avere al territorio i frutti del lavoro intrapreso, e le piccole imprese dovevano essere inserite in un progetto di grande opera che potesse generare indotto, con effetto domino e, parola magica, “crescita”. Una crescita che la confederazione di cui Vaccarino è presidente già vedeva minacciata nel 2013, per le perdite a livello di Pil e la contrazione nei consumi e nella produzione, in campo manifatturiero ed edile.

 

Servono scelte strategiche, dicevano gli artigiani, chiedendo alla politica di non affossare i settori produttivi. Lo tsunami di Grillo stava arrivando, ma nel nord della piccola e media impresa non si pensava, forse, che la decrescita (quanto “felice” è da vedersi) sarebbe diventata, un giorno, canovaccio per un governo. “E’ ricomparsa”, la borghesia, dice Grillo, “ed è anche cambiata. La borghesia di questo primo scorcio di millennio” è “un po’ più aggressiva e sempre più benpensante. La globalizzazione gli ha fornito tanti elementi su cui benpensare”.

 

Fatto sta che lunedì, alle Officine grandi riparazioni, sede degli Stati generali delle categorie, più che “benpensare”, quelli come Vaccarino chiedevano di poter fare: siamo orgogliosi di essere imprenditori, ribadivano, e stanchi di essere considerati “prenditori”. Che il governo ci ascolti, chiedeva cortesemente l’imprenditore, senza per questo mascherare la perdita della pazienza dei “benpensanti” (benpensanti forse sì, ma nel senso letterale del termine).

Marianna Rizzini

Marianna Rizzini

Marianna Rizzini è nata e cresciuta a Roma, tra il liceo Visconti e l'Università La Sapienza, assorbendo forse i tic di entrambi gli ambienti, ma più del Visconti che della Sapienza. Per fortuna l'hanno spedita per tempo a Milano, anche se poi è tornata indietro. Lavora al Foglio dai primi anni del Millennio e scrive per lo più ritratti di personaggi politici o articoli su sinistre sinistrate, Cinque Stelle e populisti del web, ma può capitare la paginata che non ti aspetti (strani individui, perfetti sconosciuti, storie improbabili, robot, film, cartoni animati). E' nata in una famiglia pazza, ma con il senno di poi neanche tanto. Vive a Trastevere, è mamma di Tea, esce volentieri, non è un asso dei fornelli.

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