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Torino e la bandiera che manca

Claudio Cerasa

Perché senza un nuovo contenitore politico l’alternativa allo sfascismo sarà altro sfascismo

I fotogrammi arrivati sabato scorso dalla splendida piazza Castello di Torino sono stati accolti con comprensibile entusiasmo da tutti coloro che ogni giorno sognano la maturazione improvvisa di una reazione civile contro lo sfascio populista. E in questo senso, è più che auspicabile che l’entusiasmo generato dalle trentamila persone che hanno fatto sentire la loro voce contro l’Italia che dice no possa essere replicato in altre piazze, in altre realtà, in altre città del nostro paese soffocate dall’insostenibile egemonia della cultura del no. Ci sono buone ragioni dunque per essere ottimisti sulla resipiscenza di tutti i Galli della Loggia d’Italia.

 

Eppure c’è un elemento cruciale che riguarda la piazza di Torino che merita di essere osservato non come un punto di forza di quella piazza ma come un punto di debolezza: le bandiere. Si è detto, si è scritto e si è argomentato che l’assenza di bandiere in quella piazza sia un punto di forza dell’Italia alternativa allo sfascio populista. Ma in verità il vero problema di quella piazza – e di tutte le altre piazze che si riempiranno nei prossimi mesi contro il vuoto pneumatico del populismo – è che l’assenza di bandiere in quella piazza rischia di trasformare una protesta solida in un progetto gassoso. E chiunque abbia fatto due passi sabato scorso in piazza Castello – e chiunque abbia fatto due passi tre sabati fa a Roma al Campidoglio in un’altra allegra manifestazione contro l’immobilismo populista – non può non essersi reso conto di un fatto elementare e di un grande tema politico: la presenza di un dissenso che ha una voce sempre più forte ma non ha ancora un portavoce definito.

 

Sabato 17 novembre, lo sappiamo, l’Assemblea del Pd darà l’avvio al percorso congressuale che si concluderà con le primarie a febbraio. Ma il fatto che la stragrande maggioranza dei possibili candidati alla guida del Pd sostenga che per il prossimo segretario non sia necessaria la sovrapposizione tra il ruolo di capo del partito e il ruolo di candidato premier, principio che è stato il pilastro della vocazione maggioritaria, dimostra che il tema della nascita di un nuovo contenitore politico è un’urgenza implicita anche per gli stessi dirigenti del Pd.

 

Carlo Calenda, due giorni fa, ha detto che “è arrivato il tempo di prendere atto che il Pd non cambierà e che è arrivato il momento di costruire qualcosa di nuovo”. Matteo Renzi, all’ultima Leopolda, ha deciso di far partire una macchina parallela di comitati civici, cosa che in modo più felpato ha fatto, seppure con un’altra traiettoria, anche Nicola Zingaretti con il suo progetto Piazza Grande, che un giorno potrebbero essere la base per un nuovo partito nel caso in cui il Pd dovesse implodere. Il sindaco di Milano, Beppe Sala, un po’ come capita al segretario della Fim-Cisl Marco Bentivogli, riceve ormai con costanza da parte di pezzi da novanta della borghesia italiana stimoli, per ora respinti al mittente, per studiare una qualche iniziativa politica complementare al Pd. Quale che sia il destino delle iniziative parallele a quelle del Pd – per i politici di centrodestra fare opposizione al governo del cambiamento è più difficile che chiedere a Higuaín di giocare con serenità contro la Juventus – è un fatto che il variegato e disordinato Popolo del sì oggi abbia un problema simile a quello vissuto il 4 dicembre del 2016 da coloro che si schierarono a favore del referendum costituzionale: i sogni da rincorrere ci sono, i progetti per i quali battersi esistono, gli avversari contro i quali schierarsi sono chiari ma i partiti capaci di rappresentarli non sono all’altezza.

 

Serve con urgenza un nuovo contenitore capace di raccogliere quel consenso trasversale che i vecchi contenitori della politica non possono o non vogliono raccogliere. E serve farlo con urgenza perché l’effetto di avere delle piazze schierate contro l’immobilismo populista, per il momento soprattutto di matrice grillina, è esattamente quello segnalato con arguzia da Alberto Mingardi in una conversazione su Twitter con il nostro Stefano Cingolani all’indomani della manifestazione di Torino: con buona pace delle opposizioni, oggi quella piazza porta acqua a Salvini, che ne è l’unico interlocutore. Se il Popolo del sì non vuole regalare l’alternativa al grillismo al post grillismo del Truce deve mettersi in testa che fino a che le piazze antisfasciste non avranno una nuova bandiera saranno certamente utili a rafforzare gli archivi dei fotografi e purtroppo poco utili a combattere il vero virus della democrazia italiana: la possibilità concreta che l’alternativa al populismo non sia fuori ma dentro al governo populista.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.