Di Maio, Salvini e Conte in Parlamento (foto LaPresse)

Il problema dell'Italia non è più come cambiare la manovra ma come cambiare il governo

Claudio Cerasa

Il gran partito del pil ricorda che è arrivato il momento di mettere un punto, di andare alle elezioni e di provare con altro

I tremila imprenditori in rappresentanza di tre milioni di imprese e del sessantacinque per cento del pil italiano (dicasi sessantacinque) che si sono riuniti ieri alle Ogr di Torino per manifestare il proprio dissenso contro la cultura della decrescita veicolata dagli irresponsabili del cambiamento a colpi di immobilismo sulle infrastrutture hanno avuto il merito di far squillare un messaggio che dovrebbe accompagnare ogni valutazione relativa al futuro della legge di Stabilità. Un messaggio che potremmo sintetizzare nello spazio di un tweet: non basterà abbassare i toni, moderare i termini, non dire più parolacce a tavola, mettere la mano davanti alla bocca in fase di digestione per far diventare credibile ciò che ha già dimostrato di non essere credibile.

 

Non basterà mostrare buona volontà nella riduzione del rapporto tra deficit e pil nella manovra per trasformare il governo del cambiamento in un governo responsabile, affidabile, ragionevole, devoto della crescita, amico del lavoro, attento allo sviluppo del paese. Non basterà giocare con qualche decimale del deficit, non basterà rinviare nel tempo il reddito di cittadinanza, non basterà rivedere al ribasso la quota cento, non basterà mettere qualche miliardo in più nelle infrastrutture per cancellare il risultato definitivo dello stress test effettuato dalla macchina della realtà sugli ingranaggi del governo populista. E il risultato è questo. L’esperimento del governo è fallito, l’applicazione del contratto ha reso più debole il paese, le idee di Salvini e Di Maio hanno contribuito a rallentare la crescita, le politiche sul lavoro hanno contribuito a far aumentare la disoccupazione, la cultura del no ha contribuito a mettere in fuga gli investitori e l’unico modo per tornare a essere ottimisti è mettere in moto un meccanismo che possa agevolare l’unico cambiamento capace di restituire fiducia nel futuro dell’Italia: non cambiare la manovra, ma cambiare il governo.

 

Gli imprenditori, i commercianti, le cooperative, gli industriali, gli artigiani riunitisi ieri a Torino hanno detto a più riprese che l’immobilismo dell’Italia non è generato dal possibile ritorno di una recessione ma è causato da una serie di politiche che certificano come il governo abbia deciso di consegnare il futuro a persone che non hanno a cuore il nostro paese. Nel migliore dei casi, dicono gli azionisti del partito del pil, il cambiamento populista ci sta facendo perdere tempo, nel peggiore dei casi sta mettendo a rischio il futuro dell’Italia. E il problema, oggi, non sono le divisioni che esistono tra Salvini e Di Maio ma è al contrario la sintonia perfetta mostrata finora dai due vicepremier nell’aggredire con costanza tutte le fondamenta della stabilità italiana: le riforme sul lavoro, le riforme sulle pensioni, gli investimenti sulle infrastrutture, la stabilità dei conti pubblici, gli sgravi sui contratti per le imprese.

 

E’ arrivato il momento di dire senza paura di essere smentiti che no, non esiste una parte buona e una parte cattiva nel governo: tutte le riforme e tutte le promesse e tutte le idee che hanno contribuito a riportare l’Italia sull’orlo di una recessione, come ha ricordato ieri anche Goldman Sachs, nascono dalla volontà di Salvini e Di Maio di trasformare il nostro paese in un Circo Togni delle culture antisistema in cui mettere in mostra, con un po’ di idee venezuelane, un po’ di ispirazioni orbaniane, un po’ di spunti lepeniani, un po’ di ammiccamenti bolsonari, un po’ di retorica trumpiana, il peggio possibile delle culture populiste diffuse in giro per il mondo. In soli sei mesi l’incubatore dello sfascismo ha creato un’Italia ingovernabile in cui gli stessi populisti si sono resi conto di avere la necessità di scaricare su qualcuno la responsabilità della propria incapacità.

 

Il possibile passo indietro sul deficit non nasce dunque sulla base di un improvviso moderatismo ma nasce per ragioni del tutto opposte: per preparare una campagna elettorale ancora più violenta rispetto al passato occorre trovare un capro (e forse un capo) espiatorio a cui attribuire il non mantenimento delle promesse elettorali. In un modo o in un altro, anche la trattativa con l’Europa dimostrerà a Salvini e Di Maio che l’unico cambiamento necessario oggi per ridare fiducia all’Italia è il cambiamento del governo. E’ ora di ascoltare il partito del pil, è ora di ascoltare l’urlo del Dio Po, è ora di farla finita con il circo del populismo, è ora di tentare in fretta con altro. L’esperimento è fallito, è stato un disastro e abbiamo avuto il compito ingrato di mostrare all’Europa che danni può provocare il populismo. Ora basta. E’ arrivato il momento di mettere un punto, di andare alle elezioni e di provare con altro, grazie.

Di più su questi argomenti:
  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.