L'esperimento è fallito. E' ora di tornare al voto

Claudio Cerasa

Serve un whatever it takes antipopulista contro le truffe della manovra. Perché accorpare elezioni politiche ed europee

La significativa reazione registrata ieri sul sismografo dei mercati rispetto alla possibilità che il governo del cambiamento scelga di cambiare alcuni decimali della manovra – spread sotto i 300, Borse a +2,4 – conferma a Matteo Salvini e a Luigi Di Maio un dato sul quale i due vicepremier avrebbero il dovere di riflettere: la credibilità, l’affidabilità e la sostenibilità del nostro paese sono elementi che possono essere salvaguardati solo a condizione che il governo faccia periodicamente qualcosa per dimostrare di essere pronto a rimangiarsi le proprie promesse. Al di là di quello che sarà il destino del 2,4 per cento – nel giro di poche settimane Salvini e Di Maio sono passati con disinvoltura dal “nessun passo indietro sul deficit” a “non ci impicchiamo sui decimali” – più passa il tempo e più sembra evidente che la manovra che nei sogni dei populisti avrebbe dovuto dare una robusta frustata all’economia è stata costruita dai due gemelli diversi del sovranismo con l’unico scopo di prendere tempo fino alle prossime europee. E il risultato è quello che vediamo oggi: una pericolosa manovra demagogica costruita non per stimolare la crescita ma per alimentare l’assistenzialismo che ha qualche possibilità di essere considerata credibile solo a condizione di rinviare nel tempo alcune promesse che sono contemporaneamente la ragion d’essere del sovranismo e la ragion d’essere dell’instabilità dell’Italia. Più i populisti smentiranno se stessi – il trucco di Salvini e Di Maio è quello di posticipare di qualche mese l’introduzione del reddito di cittadinanza e della quota cento per far credere alla Commissione di aver cambiato atteggiamento ma limitandosi in realtà a scaricare sul 2020 il costo dell’introduzione delle due misure – più il paese sarà al sicuro. E il fatto che ormai siano gli stessi populisti ad aver capito qual è lo schema di gioco dovrebbe essere un elemento utile a consigliare una strada diventata forse necessaria per il futuro del paese: approvare in fretta la manovra – la quale, senza essere stata ancora approvata, piuttosto che aggredire la povertà ha contribuito ad aggredire la ricchezza finanziaria dell’Italia – prendere atto in modo incontestabile del fallimento del governo sovranista, fermo restando che l’incompatibilità non è quella tra i due vicepremier ma è quella tra i due vicepremier e la realtà, e tornare dagli elettori il prima possibile per smettere di perdere tempo e cercare di formare una maggioranza di governo all’altezza della settima potenza industriale del pianeta.

 

E’ possibile che dietro alla scelta di rivedere al ribasso la manovra del cambiamento ci sia da parte di almeno uno dei due vicepremier la volontà di trovare delle buone scuse che possano giustificare il non mantenimento delle proprie pazze e pericolose promesse elettorali – non abbiamo fatto quello che volevamo fare non perché siamo incapaci ma perché l’Europa è brutta e cattiva. Tuttavia il vero tema che andrebbe messo al centro della scena politica non è la possibilità che si rivada presto alle elezioni, come il Foglio scrive da settimane e come ha notato ieri sul Corriere anche Paolo Mieli, ma è la necessità che questo accada il prima possibile. Votare presto, anche a febbraio, anche a marzo, anche in concomitanza con le elezioni europee, sarebbe in fondo un vantaggio per tutti.

 

Sarebbe un vantaggio naturalmente per Matteo Salvini, che avrebbe la possibilità di capitalizzare il suo consenso e tentare ancora di creare una maggioranza di centrodestra. Sarebbe un vantaggio persino per il Movimento 5 stelle che avrebbe l’occasione di sbarazzarsi di Luigi Di Maio e provare ad arginare il suo graduale spappolamento politico. Sarebbe un vantaggio per Sergio Mattarella che avrebbe l’occasione di mettere il futuro del Quirinale nelle mani di un Parlamento che potrebbe essere meno antieuropeista rispetto a quello di oggi. Dovrebbe essere infine un vantaggio anche per l’opposizione, che in teoria avrebbe ottimi argomenti per mettere a nudo la fuffa del populismo e dimostrare con i fatti quello che ieri il governatore della Bce ha ricordato con queste parole: le “politiche interne insostenibili” sui conti pubblici espongono l’area dell’euro a rischi di contagio capaci di minare “la coesione” dell’unione economica. Diciamo in teoria perché il vero dato sorprendente di questa pazza fase della nostra vita politica è che le due principali opposizioni al governo usano spesso buoni argomenti per criticare Salvini e Di Maio ma si dimenticano con frequenza di manifestare un concetto che invece dovrebbe essere chiaro: l’urgenza assoluta di tornare a votare. Per le due opposizioni, per il Pd e per Forza Italia, il voto è un’espressione che non compare quasi mai sui radar della dialettica politica e non è un mistero che buona parte dei gruppi parlamentari di entrambi i partiti farebbe qualsiasi cosa pur di ritardare il confronto con le urne. Eppure mai come oggi, di fronte ai 150 miliardi di euro bruciati in Borsa, di fronte ai sei miliardi di euro bruciati in interessi sui titoli di stato, di fronte alla fuga degli investitori stranieri, di fronte all’aumento della disoccupazione, di fronte al rischio di una nuova recessione, avere un’opposizione schierata a favore delle elezioni non sarebbe una condizione sufficiente per tornare al voto ma sarebbe una condizione necessaria per scongiurare inutili giochini di palazzo in caso di collasso del governo.

 

All’Italia non serve un grande inciucio per creare una nuova maggioranza in questo Parlamento ma serve con urgenza un grande inciucio non di governo, tra Lega, Forza Italia e Pd, solo per tornare a votare. Oggi possiamo dire che il contratto del cambiamento non era solo pericoloso per l’interesse nazionale ma era anche un imbroglio per gli stessi elettori sovranisti. E’ il momento di fare un passo in avanti, di lanciare il whatever it takes antipopulista, di dire con forza che l’esperimento è finito e di affermare un concetto che dovrebbe essere elementare e che purtroppo non lo è: l’unica alternativa per provare a salvare l’Italia non passa da un nuovo governo ma passa da nuove elezioni. E’ ora di smetterla con questa pagliacciata.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.