Un ufo per manovra

Salvatore Merlo

Cronaca (semi)seria dalla commissione Bilancio. La ritirata del governo a carte coperte su quota 100 e reddito di cittadinanza

Roma. La manovra è una montagna altissima da scalare, e la commissione Bilancio della Camera è come il rifugio in cima all’Everest, una terra di avventure. Il governo vuole chiudere ma senza mostrare le carte, “sabato c’è la manifestazione di Salvini e devono sbrigarsi”, inziga Maria Elena Boschi, ma reddito di cittadinanza e quota cento stanno strettissimi nei parametri europei. E infatti nessuno li tira fuori. “Sono un ufo”, ironizza Guido Crosetto. Così tutto si complica. Il ministro grillino Riccardo Fraccaro attraversa la commissione a grandi passi, raggiunge il sottosegretario leghista all’Economia, Massimo Garavaglia. Parlano per diversi minuti. Poi in un soffio: “Non so se riusciamo a portare la manovra in Aula domani sera”, cioè mercoledì. Luigi Di Maio e Matteo Salvini stanno confezionando la ritirata, pare, per evitare la procedura d’infrazione europea. E alla fine sarà il presidente prof. Giuseppe Conte a intestarsela, la ritirata (comprese le colpe). Ma ci sono anche questioni tecniche: come far dimagrire i due provvedimenti mastodontici? Come ridurre il deficit? In commissione la maggioranza non porta i testi, l’opposizione un po’ si lamenta e un po’ fa melina.

 

Così tra la neve e la nebbia dell’Everest i deputati perdono anche l’orientamento, la cognizione dello spazio e del tempo. “Mi scusi, intervengo soltanto per chiedere se è prevista una breve pausa pranzo”. La voce di Luigi Marattin, del Pd, spiritosamente polemica, precipita sul presidente leghista Claudio Borghi. Che risponde: ”Ho ordinato un piccolo rinfresco”. E Marattin, lasciando intravvedere ditate unte sui faldoni del bilancio pubblico: “E mangiamo mentre discutiamo gli emendamenti?”. 

 

Intanto arrivano crostate di albicocca e ciliegia, panini assortiti alla mortadella e al salame, tramezzini al tonno, uva in abbondanza, e anche Fanta e Coca-Cola. A un certo punto il grillino Massimo Baroni, deputato romano, famoso per aver indossato una folta parrucca da donna durante gli inebriati festeggiamenti per l’elezione di Viginia Raggi a sindaco, due anni fa, emerge attraverso tramezzini e panini, con il cellulare in mano. Legge le notizie su un sito internet. “Salvini polemizza con Spataro…”. Lo sguardo gli si fa cosmico, remoto, anzi tibetano. “Scusate, ma Spataro chi è?”. E in una scintilla Baroni rende l’immagine di questa bolla sospesa che è la commissione Bilancio di Montecitorio, il rifugio sull’Everest, appunto, dove dovrebbe succedere tutto e invece non succede nulla. Quaranta minuti di dibattito, anche molto animato, sull’Iva per i pannolini, gli assorbenti femminili e il latte in polvere, con replica della sottosegretaria all’Economia, Laura Castelli: “Dobbiamo assolutamente evitare che sui pannolini si apra una procedura d’infrazione europea”. Sui pannolini. E sul deficit? “Lei ci rassicura”, celia la Boschi.

 

E insomma la maggioranza perde tempo per guadagnare tempo, e intanto ciascuno infila nella legge di Bilancio piccole ma strategiche elargizioni di denaro, per la decisiva “realizzazione di progetti nel settore dell’apicoltura”, per l’oscuro “rafforzamento di verifiche di compatibilità costituzionale” (1,5 milioni di euro, pare che interessino al ministro Paolo Savona), per un fondamentale “catasto frutticolo nazionale”, per una “scuola superiore meridionale” a Napoli. Mentre l’opposizione – “queste sono tutte marchette del cambiamento”, dicono – pur nella ridotta, si organizza, getta sabbia negli ingranaggi di per sé già abbastanza ingrippati della maggioranza, si raduna attorno a Pier Carlo Padoan, l’ex ministro che tiene lezioni di economia ai deputati del Pd, e sfotticchia pure: Marattin e Boschi a un certo punto presentano un emendamento per “l’istituzione di borse di studio intitolate a Salvini e Di Maio riservate a giovani laureati con votazioni non inferiori a 105/110”.

 

Francesco Boccia, candidato alla segreteria del Pd, in questa specie di commedia degli equivoci, finge di sbagliare emendamento, poi dice: “Qua stiamo discutendo di pannolini. Ma i due maggiori cespiti del bilancio, il reddito di cittadinanza e la cosiddetta quota cento, non ce li fanno mica vedere. Esistono?”. E d’altra parte, nella notte tra lunedì e martedì, all’una spaccata, i sottosegretari Garavaglia e Castelli stavano ancora in un angolo, sul tavolo della presidenza, matita, evidenziatore e dita nel naso, piegati sui fogli, a dare i pareri sulla mostruosa mole di emendamenti alla manovra, sei secondi a emendamento circa: questo sì, questo no, questo sì, questo no… “emendamenti che però hanno in mano da almeno dieci giorni”, puntualizza il portavoce di Forza Italia, Giorgio Mulè. Come dire: potevano pensarci prima.

  

Così tra la maggioranza che gioca senza mostrare le carte e l’opposizione che traccheggia, quello che va in onda alla Camera è un gioco di nervi che diventa pericoloso per tutti però, perché la scena del buffet, del “piccolo rinfresco” offerto da Borghi ai parlamentari murati vivi, di questo passo rischia di estendersi, cioè di ripetersi anche sotto Natale, con il pandoro al posto dell’uva e della crostata.

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  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.