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Perché la debolezza di Conte può “risolvere” la trattativa con l’Ue

Come uscirne? Di Maio e Salvini lasciano che sia l’avvocato del popolo a cedere. La manovra verrà riscritta al Senato

4 Dicembre 2018 alle 06:00

Perché la debolezza di Conte può “risolvere” la trattativa con l’Ue

Il premier Giuseppe Conte (Foto LaPresse)

Roma. Sarà forse vero, come dice Michele Dell’Orco, sottosegretario grillino ai Trasporti, mentre si gode la sua sigaretta sotto la pioggia fine che bagna il cortile di Montecitorio, che “Giuseppe Conte la mediazione la pratica per professione”, essendo avvocato prima ancora che avvocato del popolo, “e che dunque è un bene che la stia gestendo lui, questa trattativa con Bruxelles”. O forse, detta con le parole più sbrigative di qualche ministro leghista, la verità è che “il premier è in grado di sostenere qualsiasi cosa e il suo contrario: e questo può essere una risorsa”.

 

Sta di fatto che, in questa Terza Repubblica ad alto tasso di testosterone, coi leader grilloleghisti che traggono legittimazione dall’ostentazione della loro supposta gagliardia, Conte si fa invece forte della sua mollezza, s’irrigidisce nella sua retorica piena di tempi futuri (“vedremo, faremo”): dispensa pazienza laddove tutti si agitano. E insomma è l’uomo giusto per entrambi i contraenti: per i commissari europei, che hanno trovato nel premier un varco in cui incunearsi per allargare le crepe del governo grilloleghista; e per i due vicepremier, quello dell’urlo dal balcone e quello del “tireremo dritto”, i quali sperano che ad intestarsi la responsabilità – e forse, chissà, la colpa – della retromarcia, sia proprio lui, Conte, il premier saldo nella sua transitorietà. Ed è così che nell’attesa che tutto si compia, alla Camera bisogna pure fare finta che la discussione in commissione Bilancio conti qualcosa. Ma basta affacciarsi al quarto piano, dove l’analisi degli emendamenti si protrae da giorni, per capire che quella in corso è una sceneggiata nella quale neppure gli attori credono nel loro ruolo.

 

E così a metà pomeriggio, nello stanco viavai di sottosegretari, mentre Claudio Durigon parlotta al telefono (“Va bene se ci mettiamo solo 7,7 milioni?”), mentre Laura Castelli confabula col collega del Mef, Massimo Garavaglia, coinvolgendo nella discussione anche il vice di Luigi Di Maio al Mise, il grillino Davide Crippa, e insomma mentre tutto sembra farsi quasi serio, pochi passi più in là c’è Marco Rizzone che chiede al suo collega del M5s, Davide Serritella, “dove sono le nostre lobbiste?”. Dall’altro lato del Palazzo, il capo grillino riunisce alcuni dei suoi, ma per parlare del “decreto concretezza”: altro osso da gettare nella bocca dei cronisti per provare a distrarli di qui alla fine dell’anno.

 

Claudio Borghi, presidente della commissione, un po’ gigioneggia. “Appena arriva il sottosegretario alla Salute a me viene da starnutire”, se la ride. E tuttavia l’incidente si verifica inaspettato: perché l’unico sussulto di giornata arriva quando Matteo Dall’Osso, deputato grillino affetto da sclerosi multipla, prende la parola per attaccare la maggioranza: “Ma come? Col reddito di cittadinanza diamo soldi a chi non lavora, e poi non troviamo dieci milioni per il sostegno ai disabili?”. Parla con tono stentoreo, Dall’Osso, e parlando piange. E alla fine Durigon propone di accantonare l’emendamento. Al che Dall’Osso d’incanto si riprende, esce dall’aula della commissione col braccio alzato ed esulta: “E’ fatta”. Esce anche Padoan, che allarga le braccia sconsolato: “Siamo al punto zero: la manovra non si sa cosa sarà”.

 

Guido Crosetto, nel frattempo, si fa fotografare mentre poggia le sue mani, dall’alto dei suoi due metri, sulla testa di Marialuisa Faro, capogruppo grillina in Bilancio: “E’ la pressione dell’opposizione”, dice il pretoriano di Giorgia Meloni. Poi spiega che sì, “si sta solo perdendo tempo”. Nico Stumpo, bersaniano di ferro, annuisce in un gesto di trasversalissima rassegnazione: “Si deciderà tutto al Senato. Poi metteranno la fiducia”. I tempi tecnici, del resto, lo esigono: voto blindato alla Camera giovedì, pare. Poi, a Palazzo Madama, lo stravolgimento.

 

È lì che si recepiranno le indicazioni del governo, l’esito della trattativa con Bruxelles: un deficit che scende al 2,2 e cinque miliardi da destinare a investimenti per il dissesto idrogeologico. Sperando che basti. Cosa non scontata, per quanto forse per la prima volta anche l’ala di governo che la mediazione l’ha sempre auspicata, da Giancarlo Giorgetti a Stefano Buffagni, ora si mostri ottimista: “Ci siamo”. Poi si tornerà alla Camera, per l’ultima fiducia, possibilmente prima di Natale. “Siamo nell’attesa della sua venuta”, confessa Giuseppe Buompane, vicepresidente grillino della commissione Bilancio. Si riferisce al “capo” espiatorio Conte o alla manovra? “Ma no, io parlo di Nostro Signore”.

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