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In difesa di Luigi Di Maio*

Claudio Cerasa

Basta scaricare ogni guaio sul capo grillino. La crisi di fiducia vissuta dal nostro paese è un horror al centro del quale c’è un contratto firmato non da uno ma da due leader irresponsabili. Perché Salvini è diventato il vero prestanome di Di Maio

Luigi Di Maio, come forse avrete intuito, non ci fa particolare simpatia, suo padre per dire ce ne fa molta di più, e questo giornale, come forse avrete sospettato, considera il Movimento 5 stelle, al netto delle pagliacciate dei suoi ministri, una minaccia concreta per la democrazia rappresentativa, per l’economia, per il lavoro, per l’impresa, per lo stato di diritto e per il futuro del nostro paese. Nonostante ciò, in questi giorni non facili per il vicepresidente del Consiglio italiano, ci sembra doveroso, corretto e sacrosanto difendere il capo politico del Movimento 5 stelle da una accusa ingiusta che gli viene rivolta ormai da tempo da una parte consistente del ceto produttivo italiano – tranne che dai fedeli amici della Casaleggio e Coldiretti Associati – che ha scelto di trasformare il partito di Luigi Di Maio nel vero responsabile dei disastri compiuti dal peggior governo mai visto in Italia dal Dopoguerra a oggi. C’è una grande opera che viene bloccata e tutti che danno addosso a Luigi Di Maio. C’è un’infrastruttura che viene ritardata e tutti danno addosso a Luigi Di Maio. C’è un’economia che invece di creare posti di lavoro inizia a distruggerli e tutti danno addosso a Luigi Di Maio. C’è un flusso di investitori che scappa dall’Italia e tutti danno addosso a Luigi Di Maio. C’è una pressione fiscale che invece che scendere comincerà a salire e tutti danno addosso a Luigi Di Maio.

 

Con tutto il disamore del mondo per il Movimento 5 stelle (o stalle? Ops!) è forse arrivato il momento di ribadire una verità che dovrebbe essere scontata ma che spesso invece non lo è: la trasformazione dell’Italia in un paese barzelletta, nemico della crescita, del pil, degli investitori, delle imprese, del lavoro, dell’Europa, del buon senso, non è responsabilità solo di Luigi Di Maio ma è responsabilità anche di Matteo Salvini. E la crisi di fiducia che ha investito l’Italia del cambiamento è frutto non (solo) del fallimento del Movimento 5 stelle ma del contratto di governo firmato da Luigi Di Maio e Matteo Salvini alla fine di maggio. La verità che in pochi vogliono riconoscere è che non c’è nulla di quello fatto finora dal governo che non avrebbe fatto uno dei due populisti qualora fosse arrivato da solo a guidare l’Italia.

 

Lo smantellamento dei conti pubblici attraverso la revisione della legge Fornero era un punto di forza non solo del programma del Movimento 5 stelle ma anche del programma della Lega. La demolizione dei meccanismi del Jobs Act attraverso la lotta senza quartiere contro la flessibilità era un punto di forza non solo del programma del Movimento 5 stelle ma anche del programma della Lega. La promessa di sfidare l’Europa sul deficit violando e non cambiando i trattati europei era un punto di forza non solo del programma del Movimento 5 stelle ma anche del programma della Lega. Il capitano della Lega viene spesso descritto come se fosse un fenomeno imbrigliato nel catenaccio del populismo grillino, ma ciò che forse prima o poi anche gli elettori della Lega dovrebbero capire è che tutte le promesse tradite dalla Lega al governo, la difesa del nord, la difesa delle imprese, la difesa del lavoro, la difesa degli artigiani, la lotta contro la burocrazia, la lotta contro lo statalismo, la lotta contro la pressione fiscale troppo alta, sono tutte battaglie tradite per responsabilità della Lega e non solo del Movimento 5 stelle, e il fatto che l’unico interesse esplicito di Salvini sia la cura del proprio consenso prima ancora che la cura dell’Italia lo si deduce dal fatto che i miliardi avuti a disposizione nella legge di Stabilità (prima erano nove, adesso forse diventeranno sette) il capitano della Lega ha scelto di spenderli per una riforma che il Movimento 5 stelle avrebbe fatto anche se al governo fosse arrivato da solo: rinunciare ad abbassare le tasse e a scommettere sugli investimenti per colpire come un fabbro alcuni paletti della legge Fornero (controriforma che preoccupa i mercati e la Commissione più del reddito di cittadinanza).

 

Lo sfascio dell’Italia non è dunque inscritto nel volto del capo politico del Movimento 5 stelle ma è iscritto in modo simmetrico nel volto dei due vicepremier che da 184 giorni provano a dimostrare che per mettere in sicurezza un paese il nero da combattere è lo straniero e non quello creato dai governi incapaci di investire sul futuro. E nell’attesa di sapere se Luigi Di Maio è stato davvero o no il prestanome del padre Antonio i sei mesi del governo del cambiamento ci dicono con certezza un dato che un’opposizione con la testa sulle spalle dovrebbe iniziare a gridare con forza: al governo Matteo Salvini non è stato il portavoce del partito della crescita ma è stato solo il prestanome di Luigi Di Maio.

 


 

*Si fa per dire

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.