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In difesa di Luigi Di Maio*

Basta scaricare ogni guaio sul capo grillino. La crisi di fiducia vissuta dal nostro paese è un horror al centro del quale c’è un contratto firmato non da uno ma da due leader irresponsabili. Perché Salvini è diventato il vero prestanome di Di Maio

5 Dicembre 2018 alle 06:03

In difesa di Luigi Di Maio*

Foto LaPresse

Luigi Di Maio, come forse avrete intuito, non ci fa particolare simpatia, suo padre per dire ce ne fa molta di più, e questo giornale, come forse avrete sospettato, considera il Movimento 5 stelle, al netto delle pagliacciate dei suoi ministri, una minaccia concreta per la democrazia rappresentativa, per l’economia, per il lavoro, per l’impresa, per lo stato di diritto e per il futuro del nostro paese. Nonostante ciò, in questi giorni non facili per il vicepresidente del Consiglio italiano, ci sembra doveroso, corretto e sacrosanto difendere il capo politico del Movimento 5 stelle da una accusa ingiusta che gli viene rivolta ormai da tempo da una parte consistente del ceto produttivo italiano – tranne che dai fedeli amici della Casaleggio e Coldiretti Associati – che ha scelto di trasformare il partito di Luigi Di Maio nel vero responsabile dei disastri compiuti dal peggior governo mai visto in Italia dal Dopoguerra a oggi. C’è una grande opera che viene bloccata e tutti che danno addosso a Luigi Di Maio. C’è un’infrastruttura che viene ritardata e tutti danno addosso a Luigi Di Maio. C’è un’economia che invece di creare posti di lavoro inizia a distruggerli e tutti danno addosso a Luigi Di Maio. C’è un flusso di investitori che scappa dall’Italia e tutti danno addosso a Luigi Di Maio. C’è una pressione fiscale che invece che scendere comincerà a salire e tutti danno addosso a Luigi Di Maio.

 

Con tutto il disamore del mondo per il Movimento 5 stelle (o stalle? Ops!) è forse arrivato il momento di ribadire una verità che dovrebbe essere scontata ma che spesso invece non lo è: la trasformazione dell’Italia in un paese barzelletta, nemico della crescita, del pil, degli investitori, delle imprese, del lavoro, dell’Europa, del buon senso, non è responsabilità solo di Luigi Di Maio ma è responsabilità anche di Matteo Salvini. E la crisi di fiducia che ha investito l’Italia del cambiamento è frutto non (solo) del fallimento del Movimento 5 stelle ma del contratto di governo firmato da Luigi Di Maio e Matteo Salvini alla fine di maggio. La verità che in pochi vogliono riconoscere è che non c’è nulla di quello fatto finora dal governo che non avrebbe fatto uno dei due populisti qualora fosse arrivato da solo a guidare l’Italia.

 

Lo smantellamento dei conti pubblici attraverso la revisione della legge Fornero era un punto di forza non solo del programma del Movimento 5 stelle ma anche del programma della Lega. La demolizione dei meccanismi del Jobs Act attraverso la lotta senza quartiere contro la flessibilità era un punto di forza non solo del programma del Movimento 5 stelle ma anche del programma della Lega. La promessa di sfidare l’Europa sul deficit violando e non cambiando i trattati europei era un punto di forza non solo del programma del Movimento 5 stelle ma anche del programma della Lega. Il capitano della Lega viene spesso descritto come se fosse un fenomeno imbrigliato nel catenaccio del populismo grillino, ma ciò che forse prima o poi anche gli elettori della Lega dovrebbero capire è che tutte le promesse tradite dalla Lega al governo, la difesa del nord, la difesa delle imprese, la difesa del lavoro, la difesa degli artigiani, la lotta contro la burocrazia, la lotta contro lo statalismo, la lotta contro la pressione fiscale troppo alta, sono tutte battaglie tradite per responsabilità della Lega e non solo del Movimento 5 stelle, e il fatto che l’unico interesse esplicito di Salvini sia la cura del proprio consenso prima ancora che la cura dell’Italia lo si deduce dal fatto che i miliardi avuti a disposizione nella legge di Stabilità (prima erano nove, adesso forse diventeranno sette) il capitano della Lega ha scelto di spenderli per una riforma che il Movimento 5 stelle avrebbe fatto anche se al governo fosse arrivato da solo: rinunciare ad abbassare le tasse e a scommettere sugli investimenti per colpire come un fabbro alcuni paletti della legge Fornero (controriforma che preoccupa i mercati e la Commissione più del reddito di cittadinanza).

 

Lo sfascio dell’Italia non è dunque inscritto nel volto del capo politico del Movimento 5 stelle ma è iscritto in modo simmetrico nel volto dei due vicepremier che da 184 giorni provano a dimostrare che per mettere in sicurezza un paese il nero da combattere è lo straniero e non quello creato dai governi incapaci di investire sul futuro. E nell’attesa di sapere se Luigi Di Maio è stato davvero o no il prestanome del padre Antonio i sei mesi del governo del cambiamento ci dicono con certezza un dato che un’opposizione con la testa sulle spalle dovrebbe iniziare a gridare con forza: al governo Matteo Salvini non è stato il portavoce del partito della crescita ma è stato solo il prestanome di Luigi Di Maio.

 


 

*Si fa per dire

Claudio Cerasa

Claudio Cerasa

Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio da dieci anni e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.

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Commenti all'articolo

  • gmarcaccini

    05 Dicembre 2018 - 16:04

    Interessi occulti? Insomma anche Lei crede ai poteri forti. C‘è proprio da mettersi le mani nei capelli in questo Paese!

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  • carlo.trinchi

    05 Dicembre 2018 - 16:04

    Che Salvini e Di Maio pari sono lo sanno tutti, altrimenti non si capirebbe come fa un progressista del nord ad abolire la legge Fornero. È come se da un ponte staccassimo un pilastro. Il resto è noto e vale zero. A Salvini basta togliergli i migranti e la sicurezza, peraltro tutta da dimostrare, ed è fritto, gli rimangono le battute e le frasi fatte. È vero che l’opposizione è comatosa ma è anche vero che ci si ostina su un PD che pensa ai congressi e non su un PD che parli di cose concrete compreso il reddito di citadinanza che già esiste e si chiama di inclusione. Una sconfitta è tale se siamo tutti morti ma non è così e serve chi questo ce lo ricordi. La paura è vero che risiede nel leader ma anche in chi lo vota perché credere a quel tipo di promesse fa si che il leader per mantenerle affossa il paese. Il pericolo più grande? perseverare nelle promesse e nel votare chi quelle promesse promette. Come uscirne? Mandarli a sbattere e quasi ci siamo ma il rischio e grande per tutti.

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  • DBartalesi

    05 Dicembre 2018 - 11:11

    Chi ritiene che questo governo faccia male, dovrebbe concentrarsi sul chi si potrebbe mettere al posto suo per fare meglio. La disamina di ciò che non va è puntuale ma non sufficiente. E affidarsi all'opposizione del conti pure. Per far cambiare idea e intenzione di voto alla gente, questa deve avvertire la presenza di una forza di opposizione e "innamorarsene". E questa oggi non c'è, e infatti ci si limita a cercar di far mettere la testa a posto ai "Dioscuri", via stampa, media, associazioni civili, tramite la mediazione dell'avvocato Giuseppe Conte. Nasce un sospetto in questo deserto fuori le mura di chi è al potere. Che il domani sia già dentro questo governo, in forzata coabitazione. Che le forze che si sfideranno, una volta separatesi, saranno una destra sociale e nazionalista (nazionalsocialista?), un centro moderato a vocazione liberaldemocratica, una sinistra verde, ecologista e piuttosto anti capitalista. La difficoltà di trovare un'opposizione valida sta in questa scelta

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  • lorenzolodigiani

    05 Dicembre 2018 - 10:10

    Caro Cerasa, il suo articolo ricostruisce i fatti come realmente sono. Di Maio e Salvini si dividono equamente la responsabilità di quanto sta avvenendo nel paese in compagnia di tutti coloro che li hanno votati e che secondo i sondaggi, per quel che contano ( ma un po’ contano) pare li sostengano ancora con immutato entusiasmo. Salvini, a mio parere ha l’aggravante di essere arrogante e xenofobo. Una speranza: tutti possono essere ingannati qualche volta, qualcuno ogni volta, ma tutti non possono essere ingannati tutte le volte.

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