cerca

Capire la paura e ripartire

È la politica, bellezza. Vie d’uscita per l’occidente malato che si rifugia nel sovranismo e per le illusioni e la crisi dei partiti progressisti. Il libro-manifesto di Carlo Calenda

11 Ottobre 2018 alle 13:15

Capire la paura e ripartire

Carlo Calenda ha pubblicato il libro “Orizzonti selvaggi. Capire la paura e ritrovare il coraggio” (Foto LaPresse)

Pubblichiamo alcune pagine di “Orizzonti selvaggi. Capire la paura e ritrovare il coraggio” di Carlo Calenda (Feltrinelli, 224 pp., 16 euro), da oggi in libreria. L'11 ottobre alle 18, l’ex ministro dello Sviluppo economico presenterà il libro al teatro Franco Parenti di Milano. Lunedì 15, alle 18.30, sarà a Roma, alla Feltrinelli della Galleria Alberto Sordi, con Paolo Gentiloni, Enrico Giovannini e Marco Bentivogli; mercoledì 17 a Torino, al Circolo dei lettori.

  


 

Nei paesi non democratici, leader forti dominano o sembrano dominare il potere economico in nome della difesa dell’interesse nazionale. Anche in questi casi esiste un profondo conflitto di interesse a cui si aggiunge spesso un’endemica corruzione. Ma la percezione dei cittadini è che nonostante ciò il potere statuale prevalga rispetto a quello economico, mantenendo intatte la sua dignità e la sua forza. Le democrazie non appaiono dunque solo meno capaci di proteggere i cittadini e preservare l’identità dei popoli, ma paradossalmente persino meno etiche. Erdogan, Putin, Modi, Xi sembrano finalmente in grado di ricongiungere politica e potere a vantaggio della nazione, se non dei cittadini. Molti leader occidentali hanno iniziato a seguirne l’esempio. E molti altri ne verranno. “Nel 1995, il 34 per cento dei giovani americani tra i diciotto e i ventiquattro anni riteneva che il governo di un leader forte, libero dai condizionamenti del Congresso e delle elezioni, fosse un modo buono o molto buono per guidare la nazione. Nel 2011 la percentuale era salita al 44 per cento” (Yascha Mounk). Nel 2016 sono stati parzialmente accontentati.

 

Teniamo però a mente che anche quella che stiamo vivendo oggi è una transizione. Sappiamo per esperienza che nazionalismo e autoritarismo tendono a collassare dopo la luna di miele con l’opinione pubblica, perché non sono capaci di digerire le contraddizioni che lo sviluppo genera in ogni società. Anche la Cina, oggi apparentemente trionfante quanto ieri lo era stato l’Occidente, deve gestire immani sfide che appena due anni fa avevano suggerito non solo un rischio di hard landing della crescita ma anche l’esplosione di una crisi finanziaria, per ora in parte abilmente controllata e in parte nascosta. Non dovremmo trarre alcuna soddisfazione da questa prospettiva. Più i regimi nazionalisti entrano in difficoltà più diventano aggressivi. Vale per la Russia in Ucraina e in Siria, per la Turchia in Medio Oriente e per la Cina nel Mar Cinese meridionale.

Sappiamo per esperienza che nazionalismo e autoritarismo tendono a collassare dopo la luna di miele con l’opinione pubblica 

  

Il nazionalismo in India, Cina, Europa dell’Est, Russia, Turchia, e persino negli Stati Uniti, ha radici culturali molto profonde. Non è la prima volta nella storia dell’uomo che a fasi di apertura, sviluppo e razionalismo seguono fasi di chiusura e ritorno al passato. E’ quanto accaduto in Europa nel Diciannovesimo secolo con la reazione romantica all’Illuminismo sul piano culturale e filosofico, e del nazionalismo al liberalismo borghese su quello politico, e poi nuovamente nella prima metà del Ventesimo secolo con l’affermarsi dei totalitarismi.

 

Esiste una causa che parte dalla condizione umana per questo alternarsi tra società aperta e nazionalismo. Nella società liberale, positivista e razionale l’uomo cerca di soddisfare i suoi bisogni individuali e in questa ricerca contribuisce al progresso e allo sviluppo della stessa società. Ma contemporaneamente gli individui sono più esposti non solo a una solitudine esistenziale e a una mancanza di scopo, ma anche a una “invidia esistenziale” o ressentiment “innato nella struttura delle società in cui l’uguaglianza formale tra individui coesiste con enormi differenze di potere, istruzione, status e patrimonio personale” (Pankaj Mishra).

 

Questo alternarsi tra apertura e chiusura, internazionalizzazione e nazionalismo, ottimismo e “retrotopia”, positivismo e tradizione è simile a un percorso emotivo individuale, che passa da fasi di slancio e fiducia a fasi di cupo pessimismo e ripiegamento alla ricerca di un conforto in ciò che è vicino e conosciuto. Purtroppo in un mondo caratterizzato da paure globali difficilmente si raggiunge una reale rassicurazione chiudendosi dentro confini fragili e aleatori. La degenerazione verso un nazionalismo aggressivo, sempre in cerca di nemici interni ed esterni, diventa un inevitabile effetto di questa frustrazione. […]

 

Progressisti senza progresso

Nonostante la convergenza della narrazione tra destra e sinistra tradizionali, la crisi della politica colpisce soprattutto i partiti progressisti. Per la destra esiste infatti una naturale posizione di ripiego nel nazionalismo identitario, per i progressisti no. Quello che sta prendendo piede in molti paesi occidentali è un modello di nazionalismo fondato su valori conservatori, identità chiusa, individualismo economico, meno libertà civili, sovranismo, prevalenza del presente sul futuro. Un conservatorismo antico per alcuni anni abbandonato a favore di un liberalismo che, in fondo, non appartiene alla storia antica della destra e che può facilmente degenerare in una democrazia illiberale e un nazionalismo aggressivo.

 

Il liberalismo (e anche il liberismo) nasce in opposizione al conservatorismo. Il conservatorismo vede il cambiamento come una minaccia e un pericolo per l’ordine sociale. “La continuità della tradizione è centrale all’idea di conservatorismo. La filosofia liberista assume un atteggiamento del tutto diverso, riponendo le proprie speranze per il futuro nella crescita economica senza fine prodotta dalla liberazione delle forze di mercato” (Anthony Giddens). Proprio per questo è oggi più difficile per i partiti progressisti trovare una nuova strada. A meno di non tornare al socialismo. Ma questa possibilità è esclusa dal fatto che mentre il nazionalismo piega facilmente il capitalismo ai suoi scopi e limita solo parzialmente la libertà economica, il socialismo ne è naturalmente antagonista.

L’instabilità insita nel modello di società liberale deve essere controbilanciata da una diffusa e radicata fiducia nel futuro 

 

I dogmi politici ed economici degli ultimi trent’anni: libertà economica, merito, internazionalismo, società aperta, multiculturalismo, appartengono molto più ai progressisti che alla destra. Per questo oggi sono soprattutto i progressisti a pagare il prezzo del fallimento percepito della Globalizzazione. Nell’ultima campagna elettorale americana, quando a Hillary Clinton chiesero qual era la sua proposta sul problema della disoccupazione, lei ribatté: “Non ho una risposta pronta”. Se cadono le illusioni della “società aperta” a partire dal postulato delle opportunità per tutti offerte da libero mercato e innovazione tecnologica, i progressisti non sanno più a che santo votarsi.

 

La retorica della società aperta che ha rappresentato il linguaggio dietro il quale i partiti di sinistra hanno nascosto la loro migrazione dal socialismo democratico al liberismo è quanto più spaventa oggi i cittadini occidentali. Aperta a chi? A cosa? Alla prossima ondata migratoria, al prossimo tsunami finanziario? Per questo i partiti progressisti stanno rapidamente sparendo in tutto il mondo. Per questo è particolarmente urgente ricostruire una nuova identità progressista. La “grande sconfitta” è soprattutto la loro (nostra) sconfitta.

 

Esiste un’altra ragione per la quale i progressisti sono in crisi in tutto l’Occidente, la pressione di quella che Ulrich Beck chiama “la sub-politica”: le Ong, i gruppi che si attivano su una causa specifica, i NoVax, i vegani ecc. Questi movimenti, molto diversi tra loro, sono nati sulle tematiche ambientali prima che i partiti politici ne riconoscessero l’importanza e in molti casi questi movimenti di opinione sono stati inclusi nei processi decisionali in modo formale, al punto che associazioni di rappresentanza di interessi non economici sono oggi regolarmente consultati prima di prendere decisioni nelle materie di loro interesse. Questa inclusione della sub-politica rappresenta una fondamentale e positiva evoluzione della democrazia.

 

Con la retorica della società aperta i partiti di sinistra hanno nascosto la loro migrazione dal socialismo democratico al liberismo 

Ma negli ultimi anni, anche grazie ai nuovi media, la sub-politica ha acquisito un’importanza sempre maggiore, mettendo sotto pressione la politica tradizionale dal basso, come la globalizzazione l’ha messa dall’alto. “I consumatori di molti fatti e verità in competizione, e spesso in contrasto, sono sempre più confusi, sfiduciati e disorientati. Essi tendono a formare gruppi omogenei di uguale sentire: si fidano solo dei fatti che avvalorano le loro personali concezioni e sentimenti” (Jan Zielonka).

 

Sempre di più nascono movimenti che danno rappresentanza a chi rifiuta tout court la modernità. Dai vaccini, alle opere pubbliche ai nuovi integralismi alimentari. Lo scontro con il potere statuale e dunque con la politica tradizionale è spesso inevitabile. Questi movimenti non rappresentano una nuova “base di classe” per i partiti progressisti, mentre contribuiscono a frammentare quello che una volta era il loro elettorato di riferimento.

 

Una Terza via mai imboccata

La Terza via ha rappresentato l’ultimo tentativo di sistematizzare il pensiero progressista dopo il crollo del comunismo e l’entrata in crisi del pensiero socialdemocratico classico. Rileggendo oggi il Manifesto per la rifondazione della socialdemocrazia, scritto da Anthony Giddens nel 1998, alcune considerazioni vengono piuttosto naturali. Il manifesto incorpora una visione piuttosto ottimistica sulla possibilità di implementare una società multiculturale e di gestire la globalizzazione in modo che porti benefici a tutti. Vi è tuttavia una chiara presa di posizione sul fatto che la globalizzazione non è e non va trattata come una “forza naturale” che è impossibile governare. Al contrario, lo Stato “deve reagire strutturalmente alla globalizzazione”, pur assecondandone le conseguenze in chiave di devoluzione di potere.

 

Anche la “sub-politica”– le Ong, i gruppi che si attivano su una causa specifica, i NoVax, i vegani ecc. – ha messo in crisi i progressisti

La dimensione di un nuovo “individualismo istituzionale” che non minacci la solidarietà sociale e superi le categorie contrapposte di individualismo e collettivismo ereditate dalle ideologie del Novecento presupponeva un ruolo attivo dello “Stato come investitore sociale”.

 

Il motto fondamentale della Terza via – “nessun diritto senza responsabilità” – doveva “essere valido non solo per i beneficiari del welfare, ma per chiunque”. Per Giddens è importantissimo “che i socialdemocratici lo ribadiscano, poiché altrimenti si potrebbe ritenere che il precetto si applichi soltanto ai poveri e ai bisognosi come tende ad avvenire nella destra politica”. Il tema di “come dovremmo vivere dopo il declino della tradizione e del costume e come ricreare solidarietà sociale” che era al centro del ragionamento di Giddens è stato del tutto abbandonato dalle leadership politiche che, a parole, alla Terza via si sono ispirate. […]

 

I pilastri economici, sociali e culturali delle democrazie liberali

Per garantire la tenuta di una democrazia liberale occorrono alcuni elementi molto difficili da assicurare in un mondo globalizzato e tumultuoso.

• La fiducia nel futuro. Le società liberali sono per definizione in divenire, in un continuo movimento che deve essere percepito come orientato al progresso e alla diffusione del benessere (i miei figli staranno meglio di me). L’instabilità insita in questo modello di società deve necessariamente essere controbilanciata da una diffusa e radicata fiducia nel futuro.

• Le aspettative devono trovare riscontro nel presente, nel miglioramento della distribuzione dei vantaggi ai cittadini, altrimenti, anche in presenza di un incremento generale della ricchezza, la rabbia e il risentimento crescono e destabilizzano il sistema.

• La velocità dei cambiamenti deve essere commisurata alla capacità dei cittadini di comprenderli e adattarvisi. Ciò implica che le dimensioni in cui operiamo, spazio e tempo, tradotti in velocità e confini fisici e virtuali, non possono liberamente contrarsi o espandersi ai ritmi decisi dall’innovazione tecnologica, della scienza o delle esigenze dei mercati.

• In ultimo, una società libera deve consistere anche in “una rete di obblighi morali” e in una solida dotazione sociale, culturale, non solo tecnica, che consenta di sostenere il peso di un’identità più flebile e di una libertà a tratti “spaventosa”. Il capitale sociale rappresenta il patrimonio più importante di una democrazia liberale. Una sua consistente erosione mette in pericolo tutta la costruzione.

• Occorre bilanciare il rapporto tra efficienza delle soluzioni tecniche per governare e il rispetto dei princìpi di giustizia ed equità.

• La politica non deve credere di poter sostituire la rappresentanza con la competenza e le idee con la tecnica. La retorica dell’impopolarità delle scelte giuste è una contraddizione del principio democratico e un’abdicazione del ruolo della politica. Compito della politica è far diventare popolari le scelte giuste.

 

Per assicurare che questi elementi non vengano meno, occorre uno Stato forte per proteggere, investimenti per accompagnare le trasformazioni e cittadini molto più consapevoli e preparati per affrontarle. Recuperare il valore dello Stato non è solo una questione politica ma anche culturale. L’idea di nazione è stata mandata in soffitta dai progressisti troppo presto.

 

L’internazionalismo era patrimonio della tradizione socialista ed è servito ai progressisti per trovare una propria radice culturale nella globalizzazione economica. Ma le condizioni storiche per il superamento della patria non c’erano negli anni Novanta e certamente non ci sono oggi. I progressisti devono riproporre un’idea di “patriottismo inclusivo” (Yascha Mounk) che si opponga al sovranismo sul piano dei valori di riferimento – in particolare rifiutando la declinazione etnica dell’idea di patria e quella aggressiva del nazionalismo –, ma riconosca l’importanza del binomio Stato-nazione come comunità di appartenenza e sistema di interessi e valori da difendere e promuovere. Ciò non vuol dire auspicare il ritorno dello statalismo. La forza non è data dalla dimensione del campo in cui lo Stato opera. Anzi, al contrario, abbiamo bisogno di concentrare l’azione dello Stato per renderla più incisiva, così come occorre preparare i cittadini ad affrontare la libertà di un sistema sociale e politico che altrimenti disorienta e spaventa.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi