cerca

L’arma del popolo contro i populisti

Fatti, piazze e realtà. C’è un’opposizione senza partito che chiede di liberare l’Italia dalle follie populiste. Ragioni per una nuova allegra e urgente stagione referendaria, a cominciare dai banchetti contro il reddito di cittadinanza

12 Gennaio 2019 alle 06:16

L’arma del popolo contro i populisti

La manifestazione di Milano. Foto LaPresse

La forza della realtà produce effetti che non sempre riescono a essere misurati con gli strumenti della sondaggistica e quegli effetti rispetto alla traiettoria del governo oggi hanno due sfumature diverse e altrettanto importanti. I primi effetti prodotti dalla realtà sono quelli relativi ai numeri dell’economia e alla luce del calo sostanziale e preoccupante della produzione industriale registrato ieri dall’Istat relativamente al mese di novembre dello scorso anno – meno 1,6 rispetto a ottobre e meno 2,6 rispetto all’anno prima – è difficile non dare ragione a Davide Serra quando in un cinguettio ricorda che per quattro anni l’Italia è cresciuta almeno dell’uno per cento annuo creando circa 250 mila posti di lavoro all’anno e che ora, esattamente in coincidenza con l’arrivo del cambiamento, l’Italia è entrata quasi in recessione, bruciando 120 mila posti di lavoro in sei mesi e compromettendo a colpi di tweet da manicomio la fiducia di un intero paese. I secondi effetti prodotti dalla realtà non sono misurabili con numeri oggettivi ma sono riscontrabili facilmente osservando alcuni fenomeni che ci dicono che in Italia c’è un vento politico che sta iniziando a cambiare. Ce lo dicono le continue e ripetute manifestazioni organizzate in modo spontaneo nel nord Italia per protestare contro l’immobilismo del governo.

  

  

Ieri è toccato a Milano, dove cinquanta sigle tra partiti, associazioni e movimenti di cittadini, sono scese in piazza di fronte alla Scala. Oggi toccherà di nuovo al popolo Sì Tav a Torino, il 25 gennaio toccherà ai medici, e ce lo dicono anche le altre prove di dissenso meno appariscenti ma non meno efficaci che quotidianamente si manifestano contro le politiche del governo. Tre giorni fa, a Roma, è scesa in piazza la Coldiretti nelle stesse ore in cui contro il governo hanno protestato i vigili del fuoco, la polizia penitenziaria e tremila agricoltori pugliesi a Bari radunatisi con gilet arancioni. Poche settimane fa a Milano gli artigiani hanno manifestato contro il governo e lo stesso hanno fatto pochi giorni prima a Torino 30 mila imprenditori in rappresentanza del 65 per cento del pil italiano. A gennaio, Cgil, Cisl e Uil hanno promesso una mobilitazione contro la manovra del cambiamento, dopo quella già promossa dai pensionati degli stessi sindacati per protestare contro la mazzata sulla re-indicizzazione delle pensioni, e lo stesso ha promesso di fare tra febbraio e marzo il sindacato dei costruttori, per non parlare poi del dissenso sempre più evidente maturato all’interno della chiesa. Tutto questo elenco, tra fatti e realtà, ci porta ad affrontare il cuore del problema che può essere sintetizzato utilizzando una metafora velistica: in Italia iniziano a esserci segnali concreti rispetto al fatto che il vento stia cambiando, ma il problema è che le imbarcazioni che potrebbero trasformare il vento in energia per la navigazione hanno scelto di andare in mare aperto senza vela e senza motori. Dunque, che fare? Quando le opposizioni ci sono ma non ci sono leader che sappiano come raccogliere quelle energie, le strade possono essere tre: chiudersi in una stanza a denunciare l’assenza tragica di un’alternativa, scegliere il meno peggio tra i peggiori partiti in circolazione, provare a incanalare l’opposizione all’interno di nuovi strumenti di lotta politica. E quando l’opposizione a un governo cresce, ma non ha una voce che sappia rappresentarla, la strada migliore per mettere a nudo le contraddizioni, le debolezze, le fragilità e le cialtronerie non è accontentarsi di ciò che c’è, o lamentarsi di ciò che non c’è, ma è rimboccarsi le maniche e sfidare su alcuni temi i campioni dello sfascismo facendo ricorso alla stessa arma usata come una clava dai populisti: il popolo. C’è un popolo enorme alternativo a quello che si riconosce nel governo che non aspetta altro di essere rappresentato. E per essere rappresentato oggi, in attesa di offrirgli un partito, occorre offrirgli uno strumento e quello strumento come ha suggerito su queste colonne per primo Giuliano Ferrara è quello del referendum. Lega e M5s, in fondo, si sono ritrovati insieme per la prima volta sostenendo alcuni referendum mai nati, come quello sul Jobs Act e come quello sulla legge Fornero, e altri, come il referendum costituzionale, finiti male per i loro avversari. Sfidiamo allora Cialtronaro e Balconaro con un referendum sul reddito di cittadinanza, per cominciare, prepariamo i banchetti al momento giusto e vediamo chi ci sta. Il vento c’è, ora serve una vela e quella vela può essere una splendida e allegra stagione referendaria.

Claudio Cerasa

Claudio Cerasa

Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.

Più Visti

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Commenti all'articolo

  • lorenzolodigiani

    12 Gennaio 2019 - 21:09

    Caro Cerasa, e’ un disastro, siamo minoranza. Facciamo tutto quel che pensiamo possa servire per capovolgere la situazione. Non so di quanto tempo avranno bisogno gli italiani per comprendere che sono governati dal peggio. Io non lo so quantificare.

    Report

    Rispondi

  • lorenzo tocco

    lorenzo tocco

    12 Gennaio 2019 - 17:05

    Anche se non sono certo un fan del reddito di cittadinanza, direi che sarebbe meglio aspettare il testo della legge e la sua applicazione, prima di partire lancia in resta. Quanto ai SI-TAV, movimento benemerito, si è constatata la presenza dei leghisti, fra cui il capogruppo alla Camera, anche se mancava il Cap. Un ottimo segnale, no?

    Report

    Rispondi

  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    12 Gennaio 2019 - 16:04

    A l direttore - La strana logica degli elettori italiani: se ci ritroviamo alcolizzati, cirrosi epatica, varici esofagee in atto, la colpa non è nostra che per anni e anni abbiamo liberamente pagato e bevuto alcolici, ma di quei commercianti che ce li hanno venduti. Crediamo che cambiando commercianti e marca di alcolici, sia possibile disintossicarci. Continuando, ovvio, a bere alcolici. Siamo ganzi! Ricorrere, invocare l’aiuto del Papa straniero è la costante della nostra storia. Iniziò col tardo Impero e non è più scomparsa. Deriva dall’imperativo psicologico dell’indole italico: Nemo propheta in patria. Quelli, facendo pure buon vido a cattiva sorte, che potrebbero porsi a capo della stagione degli allegri referendum, sono i primi cultori del “Nemo … “ Nazareno et alia, docent.

    Report

    Rispondi

Servizi