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Gianni Di Gregorio è un Gogol' romano

Sellerio ha pubblicato nella Memoria tre racconti “Lontano lontano”, romanzo da cui è stato tratto un film (da ieri su RaiPlay)

19 Giugno 2020 alle 06:00

Gianni Di Gregorio è un Gogol' romano

Frame da "Lontano, lontano", film di Gianni di Gregorio (disponibile su RaiPlay)

A un certo punto sono stato tentato di pensare a Gianni Di Gregorio come a un Gogol’ romano, un Gogol’, per esempio, che scrivesse un racconto intitolato “L’esodato”. Mi sono ricordato che Gogol’ è stato lui stesso romano, che a Roma ha scritto il fiore delle sue opere, e la prima parte, la decisiva, delle “Anime morte”, e anche il racconto “Roma”, pubblicato da Sellerio, che ora ha pubblicato nella Memoria tre racconti di Di Gregorio col titolo “Lontano lontano”. Facciamo che Gogol’ (la cui statua, da venerare, è a Villa Borghese, tutti avvisati) sia stato un romano di via Sistina, e Di Gregorio un romano di qua e di là di Trastevere, san Cosimato, san Calisto, piazzetta del Fico, portico d’Ottavia, Porta Portese. Ieri è andato su RaiPlay il film tratto da “Lontano lontano”, rimediando all’interruzione virale, e non l’ho ancora visto. Però ho letto il libro e applaudito lo scrittore.

 

Dal successo cadutogli fra capo e collo col “Pranzo di ferragosto” ho pensato che Di Gregorio avesse inventato se stesso, cioè un personaggio nuovo ed esemplare, come il Prekrasnyj chelovek, l’uomo “perfettamente bello” di Gogol’ e poi di Dostoevskij: l’uomo perfettamente simpatico. Simpatico (e antipatico, non di rado sinonimi) è aggettivo abusato e disimpegnato, serve a sbrigarsi del giudizio su qualcuno senza compromettersi. Gianni Di Gregorio è inesorabilmente simpatico – del resto le vecchie signore non si sbagliano. E’ simpatico e anche bello e ha i capelli con la riga. Ed è un travolgente scrittore e parodista, capace di uno stile che va di corpo, fuso di ingredienti vernacolari e grecolatini e poetici e canzonisti e pubblicitari. La vitarella la pipparella la minestrella e la legge morale sopra di me. Trionfa il linguaggio nel primo racconto, “Aiòn”, detto in prima persona e al presente dal figlio della Madre. E’ più a freno nel secondo, “Incantesimo”, che è detto in terza persona e al passato, ed è più lungo e fino a un passo dalla fine mima l’apertura alare di un romanzo e poi taglia corto in meno di due pagine di epilogo: qualcuno si sposò, più o meno tutti morirono, venne un camion dei traslochi che portò via tutto. Certe cose di valore sparirono perché nessuno le aveva reclamate. Il terzo, “Lontano lontano”, è quello del film che potete vedere, due pensionati da poco e uno nemmeno, e la loro buona azione dissimulata, ai loro stessi occhi, dalla voglia di restare a Roma, dopotutto.

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