La paura (e la memoria) di Verbicaro

Adriano Sofri

E’ il momento migliore per ripescare e leggere il libro di Felice Spingola: la storia di una sommossa contadina nell'Italia colonialista di Giolitti

Era il 1911, l’anno della Libia, era agosto, c’era il colera in Italia e in Europa, e nel paese di Verbicaro, 5 mila anime (poco più della metà oggi), in provincia di Cosenza, nel parco del Pollino, non c’erano fognature, l’acqua non era potabile, umani e altri animali vivevano sotto lo stesso tetto, gli analfabeti erano il 93 per cento. I paragoni con l’Africa divennero un luogo comune per i giornalisti inviati. “Sembra di arrivare a un villaggio africano”. La “redenzione” coloniale prometteva ora di estendersi a quella “Africa di casa nostra”. I giornalisti arrivarono perché alla fine di agosto la popolazione di Verbicaro si rivoltò. C’erano stati avvertimenti. Una lettera anonima a Giolitti denunciava il sindaco “miscredente” e il medico condotto “sporcaccione”, ricordava che nel 1855 un altro sindaco del paese, bisnonno dell’attuale, era stato strangolato con la corda al collo, legato a un mulo e trascinato per le vie, ammoniva che “se la massa viene giù di rabbia si muoverà”.

 

Il 21 agosto i morti di colera erano 13, il giorno dopo 23, Giolitti telegrafò che nelle comunicazioni venisse omessa la parola colera. I cadaveri restavano insepolti. Si mandarono gendarmi invece che medicinali. I notabili lasciarono il paese per le loro case di campagna. Abbandono ed epidemia convinsero di una congiura di galantuomini, sindaco parroco e maresciallo dei carabinieri, contro i contadini poveri. Il 27 agosto il popolino si radunò, 1.200 persone, armate di roncole bastoni fucili, e marciò al grido di Viva Verbicaro! e Morte al sindaco! Con i tumultuosi rimase un solo prete, le campane suonarono a stormo. Il via fu dato, dissero, da Elisabetta Spingola, che venne in piazza inalberando un pitale – “u zì Peppe” – con le feci giallastre del marito, altre donne furono in prima fila. Si assaltò il municipio, si abbatterono i pali del telegrafo. La maggioranza portava ritratti del re e della regina e gridava: “Viva u ’re e la rigina, abbasse u municipie”. Un impiegato cercò scampo sul tetto, e da basso un vecchio col potatoio in mano gli gridava: “Scinna che ti fazze a fringhele a fringhele come ’sta pagghietta”, e intanto tagliava a pezzettini la sua paglietta. La folla fa scempio dell’impiegato, poi i carabinieri aprono il fuoco a mitraglia, feriscono una donna, uccidono un diciannovenne. L’incauto pretore di Scalea viene catturato dai contadini sulla strada per Verbicaro e costretto a tornare indietro, sul treno che lo riporta muore per una sincope. Alle tre del pomeriggio la popolazione lascia il paese per darsi alla macchia. Giolitti ordina una repressione che “dia l’esempio all’Italia”. La quale festeggiava i 50 anni dell’Unità ed era assorta nella questione di Tripoli: ci vorrebbero scuole e acquedotti, commentò qualche progressista, perché fatti come quelli di Verbicaro non ci facciano “scendere al livello degli Ottentotti e dei Zulù”. Gli arrestati furono 101, molti i condannati. Salvemini argomentò le ragioni della rivolta. L’esercito restò a occupare il paese per due anni, fino al 1913. Fu coniato il termine “verbicarismo”, a significare “primitività di istinti e di cultura”.

 

Non è che l’inizio della storia. Che fu ricostruita da Felice Spingola quarant’anni fa, quando ancora si raccoglievano le appassionanti testimonianze orali di chi c’era stato. Felice Spingola è nato nel 1951 ed è stato per cinque volte sindaco del paese, a partire dal 1975. Il libro, “La paura di Verbicaro”, uscì per Rubbettino nel 1980 e fu ristampato nel 2011. E’ il momento migliore per ripescarlo e leggerlo.

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