La fuga di Tawfik, una trasfusione di sangue letteraria tra noi e i nuovi migranti

Adriano Sofri

Ho letto “Il ragazzo di Telbana”, libro di Paolo Di Stefano, scrittore che insegna ai ragazzi la sua vita di ragazzo

Un effetto collaterale, ma ingente, della prossimità dei nuovi migranti, è nell’imbarazzo più o meno consapevole per il divario fra il loro curriculum e il nostro, di persone che per lo più non hanno conosciuto la guerra e la fame, e rilegano il romanzo della propria vita longeva confrontandolo con il loro di adolescenti attraversatori di guerre e carestie ed epidemie e deserti e mari e umiliazioni. C’è stato un interregno narrativo – e cinematografico, artistico, perfino sportivo, nonostante l’apparenza – in cui non avevano ancora le risorse generali e specifiche per maneggiare in proprio le loro storie, e pensavamo di raccontarle noi: una trasfusione di sangue letteraria. Solo una proroga, del resto: noi eravamo “padroni” della “nostra” lingua (del “nostro” mare), loro ne imparavano tante, era chiaro che fra poco le avrebbero raccontate loro, e avrebbero raccontato anche noi da quella prospettiva speciale, e infatti è successo e succederà irresistibilmente.

 

Ho appena letto l’ultimo libro di Paolo Di Stefano, “Il ragazzo di Telbana”, Giunti, che racconta in prima persona la storia – di che cosa? forse di una laurea in Metodologia delle determinazioni quantitative d’azienda, tesi sugli “Effetti della direttiva 34 Ue sui princìpi generali del bilancio”. Cioè: dell’itinerario che va dal villaggio egiziano di Telbana, padre contadino e imam, ottusamente duro, madre analfabeta e affettuosa, bastonate a scuola e al lavoro d’estate, poi Tripoli, il mare, la Sicilia, la fortuna di arrivare ancora minorenne e di trovare poveri ospitali, Milano, la scrupolosa collezione di parole nuove, la fame e le scarpe rotte, la tenacia, l’ascesa sociale fino al culmine: una reception notturna d’albergo. Di Stefano se l’è fatta raccontare la storia, e ha avuto il permesso di raccontarla a sua volta. Era mezza sua, perché lui, nato in Sicilia, è cresciuto nella Svizzera dell’emigrazione, e non l’ha accantonata, è sceso nel pozzo di Marcinelle, è tornato nella Sicilia delle sepolture. Qui scrive per i ragazzi di un ragazzo cui è stato insegnato che “i pesci devono nuotare”. Era il titolo di una versione precedente del racconto, appena variati i personaggi, un motto da sardine. In uno con la sua storia, la vista sbalordita del famoso mercato ittico milanese evoca la domanda su come avranno guardato, quei pesci, gli umani, i bambini, sprofondati nel loro mare. Tawfik – è il nome del protagonista – forse d’ora in poi racconterà da solo il seguito della storia e magari anche la storia dei nuovi arrivati. Fin qui c’è un doppio traguardo raggiunto: l’istruzione (l’educazione anche, quella c’era dall’inizio, aveva bisogno dell’istruzione per non schiantarsi) e l’amore. L’amore è a sua volta un promemoria per la classifica dell’avventura delle vite: una luminosa giovane tutsi che è riuscita a lasciarsi alle spalle la catastrofe feroce del suo paese, la violenza invasata del nordest del Congo, cose che si vuole raccontare solo a uno, e solo lasciandogli intuire il fondo dell’orrore. E quell’uno si vergogna della sua vicissitudine, che gli era sembrata finora enorme e d’un tratto diventa modesta, piccola. Quello che proviamo cento volte più forte noi, anche con le nostre pellacce piene di cicatrici, di fronte al passato di un ragazzo sbarcato a Lampedusa, che è un superstite e non è che all’inizio del suo viaggio.

 

Una volta, moltissimi anni fa, Paolo Di Stefano venne a intervistarmi sopra le mie vicende losche e siccome non ne potevo più e forse anche lui, riuscii a intervistarlo sui suoi precedenti: soprattutto la sua formazione di filologo romanzo a una scuola illustre come quella di Cesare Segre e la leggenda, che anch’io avevo frequentato, di Gianfranco Contini. Poi ho seguito con fedeltà il suo lavoro di scrittura, sui giornali, nei libri. L’impegno che mette ad ascoltare e dire ai ragazzi la propria vita di ragazzo. Senza demagogia: il suo Tawfik, per cavarsela, ha avuto bisogno degli altri buoni, ha confidato nella legge dell’attrazione, per cui il bene attrae il bene e viceversa, e ha saputo anche contare su di sé, sull’uscita dal gregge, sulla buona solitudine.

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