Per far nascere il Conte bis non c'era bisogno di evocare l'antifascismo

Adriano Sofri

Caro Calenda, dire ai propri elettori che combattere vale la pena è giusto. Dire che si sarebbe potuto vincere è un imbroglio

Avevo sentito Carlo Calenda argomentare la propria azione descrivendo un paesaggio politico occupato da due accuse opposte: per gli uni, di voler far invadere l’Italia dall’Africa, per gli altri, di voler instaurare il fascismo. Ho cercato il testo di quella descrizione, che mi sembrava completamente sbagliata e di cui avevo ricostruito a memoria il senso (migliorandola un po’, Calenda mi perdoni). Diceva testualmente (e ripetutamente, come con uno slogan: a “Dimartedì”, 26 novembre): “Il dibattito politico italiano è spaccato tra Salvini che dice ‘Attenzione se arriva la sinistra fa entrare tutta l’Africa’ e i 5 stelle più il Pd che dicono ‘Se arriva Salvini arriva il fascismo’”. Si tratta di una alternativa ben diversa da quella, sempre di Calenda: “Nessuna maledizione ci condanna a dover scegliere tra i disastri dei populisti e quelli dei sovranisti”. A meno che Calenda risucchi fra i populisti anche il Pd, Leu e Italia viva, nel qual caso saremmo condannati a scegliere lui, ma, se non altro numericamente, non sarebbe una benedizione. 

 

 

Ho obiettato a quella raffigurazione, che è peggio che una semplificazione, è un’assurdità. E ho obiettato al suo effetto: l’ascoltatore che la prenda sul serio è indotto a mettere sullo stesso piano i pazzi che vogliono farsi invadere dall’Africa e i farabutti che vogliono rifare il fascismo. Dunque a immaginare un’equidistanza. Proponevo dunque di rinunciare a usare quella descrizione per spiegare il senso del nuovo partito voluto da Calenda. Alle mie poche righe il leader di Azione ha replicato con una lunga risposta, di cui lo ringrazio. Ha citato fra virgolette le parole, “Calenda non si schiera”, che non ho scritto, le ha scritte il titolista, e ha fatto il suo mestiere. Ho detto che si schiera, ad esempio per Bonaccini, e ci mancherebbe altro. La risposta di Calenda è a sua volta così compendiata dal titolista: “Salvini non si combatte con l’antifascismo”. Io penso che l’antifascismo sia senz’altro inconciliabile con Salvini, e viceversa. Ma non penso affatto che in Italia si vada ripetendo l’avvento del fascismo, quello storico, diverso da quello “eterno”, il cui tanfo è fitto. Che cosa pensi io non conta, ma la questione è più generale, come si dice. Fin dalla vigilia delle elezioni politiche dell’anno scorso, per chi avesse occhi per vedere dove andavano a parare, e per tutti dopo, la “questione fascista”, chiamiamola così, ha assillato le notti private e l’attenzione pubblica. Ho l’impressione che le assimilazioni al fascismo (storico) del regime politico praticato ed enunciato esemplarmente da Salvini siano state e siano ancora molto meno numerose degli allarmi lanciati contro la loro improprietà. Un eccesso di zelo anti-antifascista, diciamo. 

 

 

Ho un’altra impressione: che le vele dell’indulgenza verso il fascismo storico e della simpatia umana per il suo Duce non siano mai state così gonfie. “Gli italiani”, fascia protetta, avevano una gran voglia e un gran bisogno di sentirsi dire quello che faticosamente si era documentato falso e illusorio, che il fascismo era stato un’altra cosa, rispetto ai veri totalitarismi; che il fascismo era stato in fondo una incarnazione, salvi gli errori finali (la guerra, e magari mettici pure le leggi razziste), degli italiani brava gente. Io e un mio amico molto legato a questo giornale abbiamo raggiunto l’altro giorno un felice compromesso sul tema: che il fascismo si sia trascinato dentro un imbarazzo, che i totalitarismi canonici – quello hitleriano, quello stalinista – seppero ignorare. Mi scuso per il tono leggero, serve a esonerarmi dal sospetto di volere affrontare Salvini (o Meloni, ormai bisogna sdoppiare) “con l’antifascismo”.

 

C’è una vasta offensiva planetaria contro la democrazia, che ha saputo escogitare anche la dizione di “democrazia illiberale”, cui non aderisco: le libere (più o meno) elezioni sono un requisito decisivo della democrazia, ma quando diventano l’unico la democrazia è spenta. In questa offensiva, ingredienti essenziali del fascismo storico possono essere richiamati in servizio, compreso il peggiore e intimo, il razzismo, ma in un contesto del tutto incomparabile. Salvini è “fascista”? No, se si intenda che il suo avvento al potere, così annunciato, imponga di andare in montagna a vivere di stenti e di patimenti. Sì, se si alluda a un linguaggio, a un desiderio, a una formazione culturale. Quella di uno che visitando un carcere proclama: “Sono venuto per gli agenti penitenziari, non per i detenuti” (soprattutto quando in quel carcere un magistrato stia indagando reati eventuali di agenti). Che proclama di voler abolire la legge sulla tortura – leggi: ripristinare la licenza di torturare. Che allude metodicamente a un ritorno a manicomi e Opg. Che accusa di alto tradimento e intima: “Si vergogni!” all’infortunato cui è toccato in sorte di guidare un governo dei miracoli. Ho ascoltato gli stralci d’ordinanza del discorso di Salvini in Senato, come quello rivolto a Conte: “Vive male chi vive di rabbia, rancore, insulti, minacce, vive una grama vita”. ‘Sto impunito. C’è tutto Salvini nell’insulto di due parole che destinò alla signora Carola Rackete: “Zecca tedesca”. Trovo definitiva la naturalezza con la quale gli italiani brava gente si intrattengono con un leader di partito che dice “Zecca tedesca”. Immagino che Calenda, con le nostre naturali differenze sentimentali, pensi qualcosa di simile. La mia domanda a lui è: chi, rispetto a quella sua descrizione degli opposti semplicismi, affronta “Salvini”, e l’estrema destra alleata di cui è l’uomo di punta, “con l’antifascismo”, cioè assimilandoli al fascismo storico? Siccome Calenda si riferisce al paesaggio politico vigente, e il suo giudizio sui Cinque stelle è noto (ne ha fatto la ragione decisiva della sua uscita dal Pd), vede nel Pd, o in subordine in Italia viva o in Leu, quella infantile riduzione della destra a “fascismo”? Poiché io non ve la vedo (e tantomeno in me) e non credo che Calenda distorca le posizioni altrui per promuovere la propria, mi dico che l’equivoco nasce dall’interpretazione della decisione del Pd di formare il governo buffo con i Cinque stelle e Conte ripresidente. Calenda ritiene, mi dico, che il Pd abbia giustificato l’incresciosa maggioranza con l’alibi di sventare una vittoria elettorale della destra, come si deve fare col fascismo. Al contrario, Calenda propugnava la necessità di affrontare le elezioni a testa alta. 

 

 

Ora, un dubbio davvero tempestoso ha attraversato tutte le persone di sinistra e democratiche di fronte al dilemma se cogliere l’occasione inaudita offerta dalla forzatura di Salvini formando un governo, o se raccogliere la sfida delle elezioni. Per scegliere, com’è avvenuto, di formare un governo non c’era bisogno di chiamare “fascismo” l’offensiva di Salvini: ce n’era abbastanza nella pratica e nella retorica di Salvini lungo i mesi del governo Lega-Cinque stelle, culminati nel lapsus dei pieni poteri. Nel Pd (che aveva ancora dentro Renzi e i suoi) tutti hanno valutato i pro e i contro dell’alternativa ed è prevalso il tentato governo: il prendere tempo. Molti e autorevoli erano più inclini alla posizione contraria, ma si sono impegnati al tentativo. Calenda (e Richetti, e basta, direi: sto parlando delle prime file) ha ritenuto che il dilemma non esistesse. Che nel momento in cui un Salvini ubriaco di sole e di sé ha creduto di indire le elezioni non si dovesse fare altro che andare alle elezioni. E ha fatto la sua secessione: se è vero che fare una scissione alla vigilia della marcia su Roma è una tragedia consacrata gloriosamente a Livorno 1921, anche farne una piccola alla vigilia di una gran vittoria elettorale di una postmoderna destra scostumata non è una gran mossa. Per motivarla, ai propri stessi occhi, credo, Calenda ha fatto lui un’offesa al realismo e alla ragionevolezza. Ha sostenuto che il risultato elettorale fosse contendibile in una aperta e coraggiosa campagna. Ha caricato l’argomento di un peso morale e cavalleresco, per così dire: il rifiuto di cedere a una soggezione a Salvini, più inetto che pericoloso, eccetera.

 

Non sottovaluto affatto una posizione che era anche di miei amici stimatissimi, Emanuele Macaluso per tutti. E la mia opinione di Salvini è tutt’altro che ipnotizzata da una sua invincibilità: lo trovo disgustosamente misero. Ma l’ipotesi che in quel momento (e in questo, peraltro) elezioni anticipate, anche affrontate con la più limpida coerenza e serenità dai partiti di centrosinistra, potessero sventare la vittoria della destra, non stava né in cielo né, soprattutto, in terra. Era onesto dire ai propri sperati elettori che una battaglia aperta e rigorosa vale sempre la pena d’esser combattuta, era un imbroglio dir loro che avrebbe potuto esser vinta – ripeto, allora e oggi. Dunque una scelta fra due possibilità era ragionevole e lo è ancora: Calenda ha negato che lo fosse. Nel macilento bilancio successivo c’è almeno una scampata evasione dell’Italia dall’Europa. E’ vero che quanto alla collocazione internazionale, fra Russia, Cina e Trump, con un commovente anelito ad andare a servizio di tutti tre, l’apposito ministero dice tutto. Oggi la prova della nuova maggioranza la mostra meno buffa e più grottesca; il proposito di governare, e anche di fare qualcosa di più elementare, con Luigi Di Maio, si è rivelato del tutto chimerico. Salvini parlava dei migranti in crociera e decretava finita la pacchia, Di Maio aveva coniato la squisita nozione di “taxi del mare”. Si poteva tuttavia sperare che i sottoposti offrissero cinque minuti di riflessione a un Capo Politico che aveva già regalato a Salvini metà del suo seguito e si preparava a consegnargli l’altra metà.

 

Ora l’eventualità che si arrivi alla certificazione del fallimento sembra estremamente plausibile, e siccome la pazienza, anche dei più dotati – non so, Franceschini, Delrio – ha il suo limite, si finirà per augurarselo come una liberazione. Ma non era detto che andasse così, e ammesso che lo fosse, la provocazione di Di Maio (niente di personale, dico Di Maio come una metafora – la metafora di Di Maio) è quella di un filisteo disposto a far crepare con lui tutti gli altri filistei. Non si vede un Sansone in giro, ma qualcuna, qualcuno che fosse capace di tenersi dritto, potrebbe ancora tirare in salvo un po’ di quei bravi filistei.

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