Vite dalle tasche vuote

Adriano Sofri

Non si contano più i morti nelle manifestazioni in Iraq e in Iran. E se si contano, i numeri valgono poco per gli osservatori lontani. Ma le proteste proseguono, senza cedere a distanza di tempo e di apparenti vittorie

La borsa mondiale dei valori delle vite umane uccise nelle manifestazioni pubbliche è davvero volatile: in Iran, nell’ultimo mese, sono ufficialmente più di duecento, in gran parte uccisi da cecchini del regime; in Iraq sono ufficialmente più di quattrocento, e qualcosa come 16 mila feriti. Nessuno può sapere quanti siano davvero. Le cifre, del resto, valgono poco anche per l’opinione dei lontani: avrei potuto scrivere 4.000, o perfino 400.000 (l’abbiamo scritto, infatti, per la Siria, e non bastava) ottenendo lo stesso effetto distratto. Mi ha colpito però un dettaglio dei racconti sulle ribellioni: che le tasche dei morti ammazzati si trovano vuote, o con qualche dinaro spicciolo, l’equivalente di pochi centesimi di euro. Morti ammazzati con le tasche vuote. 

 

 

La moltitudine di iracheni che riempie strade e piazze, soprattutto nel sud di Bassora e a Nassiriya, e nelle città sacre di Najaf e Kerbala, oltre che a Baghdad, non ha alcuna intenzione di fermarsi dopo le dimissioni del primo ministro, Adel Abdul Mahdi, figura cui era stato confidato un equilibrio fra le bande sciite rivali e fra i due tutori del paese, Iran e Stati Uniti. Sono manifestazioni che nessuno può vantare di controllare né di rappresentare, nate dalla povertà, dallo scandalo per la corruzione e dall’insofferenza per la sudditanza del paese all’Iran. Le cui rappresentanze sono prese d’assalto dalla folla nelle città sacre della shia, meta di pellegrinaggi di milioni di fedeli. A Najaf il consolato iraniano è stato dato alle fiamme per tre volte nell’ultima settimana. L’uomo forte iraniano, il famoso Qassem Suleimani, è venuto due volte in Iraq a mettere in riga i partiti sciiti e le loro milizie, ma è tornato a mani vuote. Il ventilato compromesso fra i capi dei due partiti maggiori, Sadr e Amiri, è fallito prima di provarsi, tutti sembrano tirarsi indietro dalla partecipazione arrischiata a un nuovo governo, e lo sviluppo più probabile è l’anticipazione delle elezioni. In questo caso il potere esecutivo passerebbe per un semestre al presidente della Repubblica, il curdo Barham Salih.

 

Salih è uomo abile e ambizioso, uscito e poi rientrato nel Puk di Suleimanya, che sta per tenere un congresso – salve complicazioni – in cui regolare le proprie leggendarie rivalità interne e sancire, forse, un passaggio di generazione. I sunniti iracheni, finora appartati rispetto all’ondata di insurrezioni, mostrano una maggiore iniziativa. Ma la manifestazione sunnita più evidente sta ancora nelle incursioni jihadiste dello Stato islamico, nelle provincie curde o limitrofe e con gli attentati esplosivi nella capitale. I nemici Iran e Stati Uniti sono d’accordo sull’unica preoccupazione che lo stato iracheno non perda la sua unità. Ma è proprio quello che sta succedendo. Il contenuto sostanziale delle rivolte è una volontà di “autogoverno” dei diversi governatorati, che vuol dire soprattutto l’intenzione di tenersi le proprie risorse economiche: cioè di lasciare all’asciutto le fameliche fazioni della capitale. Resta quel fatto: la ribellione popolare, soprattutto di giovani, che non cede a distanza di tempo e di apparenti vittorie, come a Hong Kong. Con quella differenza, che bisogna sperare che non venga colmata dal lato di Hong Kong: il costo esoso di vite umane. Vite dalle tasche vuote.

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