L'indipendenza di Gorsuch, presunto scherano di Trump diventato eroe liberal

Mattia Ferraresi

I mali della suprema politicizzazione della corte

Roma. Sbagliavano i conservatori che dicevano “but Gorsuch” per giustificare il loro sostegno a Donald Trump, convinti che un presidente terribile avrebbe almeno puntellato la Corte suprema con togati di specchiata fedeltà; ma sbagliavano anche i liberal scandalizzati che, alla nomina di Neil Gorsuch, denunciavano l’imminente retrocessione dell’America a teocrazia giudiziaria. Ai tempi della nomina, nel 2017, il New York Times aveva compilato uno schemino ideologico per posizionare Gorsuch nello spettro dei membri della Corte: era finito alla destra di Antonin Scalia, il giudice che era stato chiamato a rimpiazzare dopo la morte improvvisa, e appena a sinistra di Clarence Thomas. Chissà dove sarebbe Gorsuch in quello schema ora, dopo che ha servito alla comunità Lgbt una vittoria monumentale, diventando l’autore di una sentenza che certifica che gay e transgender non possono essere licenziati a causa dell’orientamento o dell’identità sessuale. Gorsuch ha guidato la squadra dei liberal, e al consesso s’è aggiunto anche John Roberts, il capo della Corte.

 

Cos’è successo? Il reazionario s’è ravveduto? La risposta è doppiamente negativa: non era un reazionario e non s’è ravveduto. Era un giudice di scuola “testualista”, cioè attento ad aderire a ciò che il testo della legge dice, trascurando gli elementi di contesto ed extratestuali, ma senza le ossessioni originaliste del suo predecessore, che predicava l’interpretazione del dettato costituzionale secondo l’intento dei Padri. Gorsuch era uno che scriveva: “Il nostro lavoro è interpretare la Costituzione. E quel documento non è una macchia di inchiostro nella quale i litiganti possono leggere le loro speranze e i loro sogni”. In linea con queste premesse, il giudice ha scritto una sentenza testualista sul titolo VII del Civil Rights Act del 1964, prendendo in esami tre casi fra loro molto diversi ma accomunati dalla perdita del posto di lavoro a causa dell’essere gay o dell’aver intrapreso una transizione di genere. La legge bandisce “la discriminazione sul posto di lavoro sulla base della razza, del colore, della religione, del sesso o della nazionalità”; cosa s’intenda per sesso, e se questo includa le preferenze sessuali, cioè comportamenti individuali, era l’oggetto del contendere, e Gorsuch ha preso la strada più sicura, testualmente parlando: “Un datore di lavoro che licenzia una persona perché è omosessuale o transgender la licenzia per tratti o azioni che non avrebbe messo in questione in membri di sesso diverso. Il sesso gioca dunque un ruolo necessario e impossibile da mascherare nella decisione, esattamente ciò che il titolo VII proibisce”. Qualche giurista chiama questo tipo di osservazione “surprise plain meaning”: a chi legge il testo, con la coscienza, le conoscenze e la sensibilità del presente, si manifesta come evidente un significato che i legislatori del tempo non avevano nemmeno immaginato. I testualisti sono i più disponibili a riconoscere questi significati emersi nel tempo.

 

Le implicazioni giuridiche di tutto questo sono intricate e sommamente interessanti per gli specialisti, ma qui il fatto scottante è politico, e riguarda in parte le speranze malriposte dei conservatori e dei trumpiani, certo, ma più in generale le aspettative partisan di cui la Corte suprema è investita e sovrainvestita almeno da un secolo a questa parte. Non si può rimproverare troppo chi ha creduto, erroneamente, che Gorsuch fosse Torquemada oppure l’arcangelo Gabriele, perché la visione politicista della massima corte americana è un malcostume ampiamente interiorizzato. Un giurista normodotato ci mette pochi minuti, sentenze alla mano, a mostrare che Antonin Scalia e Ruth Bader Ginsburg – tanto per fare due esempi contrapposti – hanno tradito senza batter ciglio tutti i principi giuridici che avevano precedentemente affermato come non negoziabili quando si è trattato di produrre risultati in accordo con le loro inclinazioni ideologiche, e l’attesa è che il copione si riproponga sempre uguale. Secondo questa logica Gorsuch, nominato da Trump e occupante di uno scranno destinato tecnicamente a un giudice espresso dai democratici, quindi figlio legittimo di una becera manovra di ostruzionismo parlamentare, doveva essere il massimo esecutore di azioni a finalità politica. Invece ha letto la Costituzione e l’ha interpretata secondo le categorie ermeneutiche che ritiene più adeguate, cosa che in questo caso ha prodotto un risultato in linea con i desideri dei liberal. I quali farebbero bene a non fargli una statua, per non doverla poi abbattere alla prossima sentenza.

  • Mattia Ferraresi
  • Nato nella terra di Virgilio e cresciuto in quella di Tassoni, ora vive nel quartiere di Tony Manero. E’ il corrispondente dagli Stati Uniti. Ama, con il necessario distacco penitenziale, il Lambrusco e l’Inter. Ha scritto alcuni libri su cose americane e non, l’ultimo è “La Febbre di Trump” (Marsilio). Sposato con Monica, ha due figli, Giacomo e Agostino.