Il diritto di essere volgari

Redazione

La Corte suprema Usa sdogana il “linguaggio scandaloso”: è libertà di parola

Ogni individuo ha il diritto di dire le volgarità che vuole – ovviamente nei limiti consentiti – e anche di usarle come proprio marchio aziendale. Il Wall Street Journal scrive che la Corte suprema ha sdoganato il linguaggio “scandaloso”, al punto da stabilire che il governo non può negare brevetti a imprese che propongano marchi il cui nome suona scurrile. Altra decisione storica in questo giugno impegnativo per i nove alti magistrati di Washington. In effetti è andata così: il designer losangelino Erik Brunetti nel 2011 tentò di registrare formalmente il suo “Fuct”, che ricorda tanto il passato remoto di “to fuck”, cioè “fucked”. Parolaccia, anche se entrata nel gergo comune di milioni di cittadini, compresi istruiti, devoti e schiere di gentiluomini e gentildonne. Tentativo vano, quello del designer, perché negli Stati Uniti vige una legge che proibisce l’uso commerciale di parole scandalose.

   

L’Amministrazione Trump ha portato il caso fino alla Corte suprema, per avere una parola definitiva che chiarisse i limiti di tale normativa. E i giudici, con un verdetto di 6-3, hanno detto che proibire l’uso di determinate parole basate su proprie idee e opinioni significa violare il Primo emendamento. L’opinione di maggioranza è stata scritta dalla liberal moderata Elena Kagan, alla quale si sono associati anche diversi conservatori, tra cui Clarence Thomas, Samuel Alito, Brett Kavanaugh e Neil Gorsuch. Hanno concordato in parte il presidente John Roberts, Ruth Bader Ginsburg e Sonia Sotomayor. Accolta in pieno la linea dell’avvocato di Brunetti, che fino all’ultimo si è appellato al diritto di libertà di parola: “Il governo non dovrebbe poter impedire di fare affari con la motivazione che quel tipo di business è offensivo o scandaloso”. E la Corte ha detto che infatti non può. Il Primo emendamento in America è sacro, sempre. Sia che si tratti di croci da preservare sia che si tratti di lasciare la scritta “fuct” sulle magliette.