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Libertà di parola sul calci*

Non m’aspetto che le donne rivoluzionino né il modo in cui si gioca, né quello in cui si tifa il calcio. M’aspetto qualcosa di più impegnativo

23 Giugno 2019 alle 06:10

Libertà di parola sul calci*

foto LaPresse

Quando andai allo stadio la prima delle due volte in cui sono andata allo stadio fu terribile (e giuro che non accadrà più, neanche se dovesse venirmi un figlio calciatore: ho amiche dottoresse disposte a certificare che se metto piede in un campo sportivo mi viene una malattia incurabile). Fu un’agonia che s’interruppe solo quando sentii quelli dietro di me (credo fossero esseri umani, ma non garantisco) urlare “Devi morireeee” e pensai, dopo essermi assicurata che non ce l’avessero con me, che succedeva davvero, non solo al cinema o alle elementari, e poi partecipai e urlai anche io e mi piacque, perché in fondo, in quel momento, urlare contro una folla indistinta “Devi morireee” mi dette sollievo. Quando la tortura finì, e fui fuori da lì, ed ebbi il mio rimborso, e cioè una cena offerta dai miei amici maschi che ebbero la stramba idea di portarmi a vedere Roma-Udinese, dissi loro cose irripetibili e disgustose. Contro di loro, i maschi, il calcio, lo sport, le palle, i cerchi, probabilmente anche contro Giotto. Loro risero. E tanto.

 

Sono piuttosto certa che le ragazze che stanno tifando le ragazze ai Mondiali, in questi giorni, non urlano “devi morireee” a nessuno, e se mi sbaglio pazienza, o forse meglio: so che fa parte del gioco, e non m’aspetto che il Dio del calcio femminile, generato non creato da Sconcerti, infonda nelle tifoserie che seguono il calcio femminile uno spirito stilnovista. Non m’aspetto che le donne rivoluzionino né il modo in cui si gioca, né quello in cui si tifa il calcio. M’aspetto qualcosa di più impegnativo, e questo perché mi piace l’intelligenza: che quando qualcuno dice che il calcio femminile fa schifo, e lo dice in modo sgradevole, si reagisca con una risata, che seppellisce molte cose, specie il sessismo, inventato, percepito o reale che sia. M’aspetto che un uomo possa dire del calcio femminile le stesse cose orrende che ho detto per anni anch’io del calcio maschile, per una ragione del tutto egoistica: dato il regime di parità, non vorrei dover smettere di dire cose orrende sul calcio – femminile, maschile, gender fluid che sia.

Simonetta Sciandivasci

Nata a Tricarico nel 1985 e cresciuta tra Matera e Ferrandina, ora vive a Roma, senza patente. Libri, uno: La Domenica Lasciami Sola (Baldini&Castoldi, 2014). Scrive su Il Foglio, Linkiesta, Rolling Stone, La Verità. È redattrice di Nuovi Argomenti.
Tanto vale vivere.

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