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Sorvegliare per punire, cosa c’entrano i segreti con la libertà di tutti

Il confessionale di san Carlo e le vite infami di Foucault. Quando il segreto serve a distruggere i Pell vivi e persino i Michael Jackson morti

5 Marzo 2019 alle 06:02

Sorvegliare per punire, cosa c’entrano i segreti con la libertà di tutti

Foto LaPresse

E’ un peccato, dal punto di vista giornalistico, che nessuno al mondo potrà mai realizzare una controinchiesta, o solo un approfondimento per capire chi sia il ragazzo del coro di Melbourne che vent’anni dopo ha accusato il cardinale George Pell di molestie e stupro. Perché alla sua identità è stato imposto dai giudici il segreto dell’anonimato. Per sua tutela. I segreti un tempo si portavano nella tomba. Oggi i segreti, e siamo costretti a immaginare turpi, di Michael Jackson buonanima vengono riesumati e messi sullo schermo da Hbo, la sua memoria musicale dannata dalla Bbc, milioni di ex fan smetteranno di ascoltare le sue canzoni in base a una condanna morale e a un ribrezzo postumi. Il segreto non tutela nemmeno da morto il reprobo, il pedofilo che ormai ha smesso di essere un pericolo pubblico. E’ un peccato che nel caso di Pell non si possa sapere. Forse non è un reato, anche se alcuni giornali australiani abbiano evocato la parola censura. Ma è quantomeno una stridente contraddizione culturale, prima che giuridica, nel nostro occidente post moderno nel quale lo sventramento dei segreti (persino di un iPhone o di una timeline privata) è un punto centrale dell’amministrazione della giustizia e dell’ammansimento delle coscienze.

 

Nel 2011, alla preistoria di questa vicenda, fu chiesto al governo australiano di obbligare per legge i sacerdoti cattolici a violare il segreto della Confessione e denunciare le notizie di abusi sessuali contro minori. Disse un senatore: “Non c’è dubbio su che cosa si debba fare quando c’è da scegliere fra proteggere l’innocenza di un bambino o preservare una pratica religiosa”. L’idea veniva dall’Irlanda, dove si provò a fare la stessa cosa. Il doppio standard sul segreto – cruciale nella guerra di annientamento in corso contro la chiesa cattolica sulla base degli abusi dei suoi membri: gli americani volevano arrestare Ratzinger, per aver “tenuto nascosto” i peccati-reati; per lo stesso motivo c’è chi pretende le dimissioni di Bergoglio – sarebbe insomma dovuto a una superiore esigenza morale, e può essere un argomento. Ma è un argomento che porta con sé due corollari. Il primo è che la vera posta in gioco è far fuori quell’istituzione sopravvissuta da un evo antico che è la chiesa cattolica, con il suo retaggio di antropologie che intralciano la religione post moderna della sessualità. Un grande processo Dreyfus, come ha scritto Giuliano Ferrara, che ad altro che non ai semplici capitani dell’esercito di Cristo punta. Poi c’è un secondo corollario: ed è che l’abolizione del segreto, e il suo passare nelle mani di un Potere giudiziario, o mediatico, o medicale (i devianti sessuali andranno pure curati, no?) è qualcosa che riguarda, oggi e in futuro, la libertà di tutti noi. Non soltanto quella della chiesa. Non solo solo i 50 anni di prigione a Pell, o la tomba di Michael Jackson, o la carriera distrutta di Kevin Spacey. Perché siamo anche in un mondo in cui ogni ufficio personale che riceva un curriculum ha ormai la prassi consolidata di andare a controllare gli ultimi anni del profilo facebook del candidato: casomai ci fosse un segreto inconfessabile da portare a galla e sanzionare.

 

La storia di tutto questo ha una radice antica e profonda. Bisogna partire dal confessionale. Quello strano mobilio delle chiese cattoliche, che è un’invenzione della modernità. Fu Carlo Borromeo, uomo santo ma di governo e senso pratico, a crearlo. Mentre si sforzava di riordinare un sacramento ai suoi tempi spesso malamente amministrato, anche a causa della poca segretezza. 

 

Nelle sue Istruzioni sull’edilizia e la suppellettile ecclesiastica come un vero designer disegnò per i mobilieri anche gli schizzi di come la sua scatola di penitenza doveva essere realizzata.

 

Molti secoli dopo Michel Foucault, uno che non aveva alcuna simpatia per la chiesa e il suo sistema coercitivo-penitenziale, avrebbe annotato un paradosso, della Confessione: “L’occidente cristiano ha inventato questa stupefacente costrizione, che ha imposto a chiunque di dire tutto per cancellare tutto”. E si sarebbe chiesto, ovviamente soltanto tra le righe, se i moderni sistemi di controllo delle coscienze e dei segreti – la legge, la psichiatria, i tribunali e i manicomi, le definizioni della sessualità – fossero poi davvero migliori. Quel cambiamento profondissimo intercorso nel giro di pochi secoli e a cui Foucault dedicò di fatto tutti i suoi studi non è nato oggi, dagli spotlight dei media pol. corr. Nasce secoli prima, con la modernità, ne è alla radice. E’ una faccenda un po’ complessa, ma vale la pena rifletterci.

 

Quando ben oltre la metà del Cinquecento Carlo Borromeo disegna la sua macchina penitenziale – l’evo del Potere moderno statuale stava già riducendo lo spazio del Potere mondano della chiesa – lo fa per codificare un’idea dell’applicazione della legge divina, o morale, nel rapporto con l’individuo, la nuova creatura della modernità. Ma lo fa anche per dare attuazione a quella che è l’essenza del sacramento cristiano: una colpa viene confessata, giudicata, condannata e per il possibile “riparata”. Ed è chiusa lì, non ci saranno strascichi giuridici, registrazioni pronte a saltar fuori, in un eterno ricatto (faccende di cui sappiamo qualcosa, nell’epoca dei big data). Avrebbe chiosato Foucault che la confessione “cancellava il male cancellandosi essa stessa”. Quello è il punto. Nel corso dei suoi celebri studi di archeologia del sapere, Michel Foucault si imbatté in un momento che riconobbe come “un punto d’avvio”. Pochi decenni dopo la mobilia di san Carlo, tra la metà del Seicento e la metà del Settecento, in Francia. Rimase così affascinato da quello che emergeva dai suoi scavi che non riuscì a scriverne. Avrebbe voluto farne un libro, che non scrisse mai e di cui rimane un’introduzione, pubblicata dieci anni fa dal Mulino con il titolo Le vite degli uomini infami. Spulciando gli archivi dell’Hôpital Général e della Bastiglia si dedicò all’internamento di persone sconosciute e “infami”: nemmeno delinquenti o folli, oggi diremmo piuttosto freaks o devianti in molti settori della vita. Per un secolo abbondante però finirono in ospedale o in prigione sulla base di un nuovo sistema giuridico – al limite della regolarità – basato su denunce, o delazioni anche anonime rivolte direttamente al Re. Che sfociavano in internamento: spesso in modo segreto, spesso arbitrario. I documenti che studia vengono dagli “Archivi degli internamenti, delle suppliche al re e delle ‘lettres de cachet’”, con cui il potere sovrano puniva i singoli al di fuori delle regole giudiziarie. Le “lettres de cachet” erano appunto queste denunce, questi brevi rapporti che oggi sarebbero delazioni, chiamate di correo, denunce per molestie, per devianze di varia natura. Si poteva denunciare un padre perché si stava mangiando il patrimonio, e farlo interdire; o un capobottega pervertito per toglierlo di mezzo. O un “lunatico” o un parente blasfemo da mettere sotto controllo. Accade che la sanzione giuridica diventa l’unica forma di verità accettata anche “tra i componenti della stessa famiglia, nei rapporti di vicinato, d’interesse, di rivalità, di odio e amore”. Qualcosa di profondo cambia, coglie Foucault. Quelle “variazioni individuali della condotta, le vergogne e i segreti” che fino ad allora erano stati giurisdizione della chiesa e della sua macchina pnitenziale passano a una nuova giustizia, non meno arcigna. Anzi: “Il cristianesimo aveva in gran parte organizzato attorno alla confessione la sua conquista del potere sulla vita ordinaria”, scrive, eppure la confessione era “un bisbigliare fugace e obbligatorio” e doveva “restare segreta, non lasciare dietro di sé altra traccia che il pentimento e le opere di penitenza”. Ora tutto questo incominciava a diventare giurisdizione di un diverso Potere, o apparato di poteri. In quella che Foucault chiamò “la leggenda degli uomini oscuri” c’erano vite umane che per un istante erano state illuminate dal fascio di luce di un potere, “che ha atteso al varco queste vite, che le ha perseguitate, che ha prestato attenzione… le ha segnate con i propri artigli”. Quando questo testo uscì in italiano per il Mulino, nel 2009, se ne scrisse qui: perché eravamo all’inizio dell’èra buia del bunga bunga, delle campagne sulla pedofilia e della furia dello sputtanamento a mezzo stampa del circo mediatico-giudiziario. E Foucault aveva colto, al suo nascere, ciò che non andava, quel che il nuovo potere morale-giudiziario aveva di perverso e la sua radice: “Comincia a salire un mormorio che non si fermerà: quello per cui le variazioni individuali della condotta, le vergogne e i segreti sono offerti dal discorso all’impresa del potere”.

 

Iniziava ad avvenire un passaggio d’epoca, da un evo antico a quello moderno verso la cui fine forse ci avviamo, in cui il controllo su ogni devianza, o la falsa permissività e l’uso o l’abuso del segreto non sarebbero più “terminati” in un confessionale, ma avrebbero lasciato una eterna traccia di sé. Foucault coglie che il meccanismo del confessionale di san Carlo era stato “superato da un altro, il cui funzionamento era molto diverso. Disposizione amministrativa, non più religiosa; meccanismo di registrazione, non più perdono”. La nuova amministrazione del potere giudiziario e morale sarebbe avvenuta attraverso nuove tecniche: “La denuncia, la querela, l’inchiesta, il rapporto di polizia, la delazione, l’interrogatorio. E tutto quello che viene detto si registra per iscritto, si accumula, va a formare incartamenti e archivi”.

 

Non si sta discutendo della differenza tra peccato e reato. Né si sta dicendo, ovvio, che Foucault amasse o rimpiangesse la macchina inquisitoria cattolica. Foucault non la amava, la scatola di san Carlo. Eppure a un certo punto, raccontando la “vita degli uomini infami” (così come in altri passi dei suoi lavori) arriva quasi per paradosso a porsi la domanda. “L’occidente cristiano ha inventato questa stupefacente costrizione, che ha imposto a chiunque di dire tutto per cancellare tutto”. La confessione che “cancellava il male cancellandosi essa stessa”. Poi questo meccanismo viene superato, inizia un’epoca in cui la morale ha meno a che fare con la coscienza, e non più con Dio.

 

Alla fine di quella lunga storia c’è il nostro presente, compreso l’uso del segreto, che fa scandalo soltanto se è quello del confessionale ma che può essere violato se è utile. Dentro una pratica quotidiana di un potere mediatico o giudiziario che controlla ogni traccia e tracciabilità. E ognuno sa che all’occorrenza i segreti saranno tirati fuori, con una denuncia magari dopo vent’anni. Che si sia attori o cardinali (sempre più gustosi da azzannare i cardinali) o giudici nominati alla Corte suprema come Brett Kavanaugh. Quello che è in gioco è la nostra libertà. Non solo quella della chiesa. Ma, se ci si sofferma a pensare, nella scatola penitenziale che Carlo Borromeo aveva creato agli albori del “mondo nuovo”, c’era un’intuizione profetica, la stessa che Foucault coglierà, seppure per così dire in negativo, nel senso del negativo fotografico. E cioè che quel luogo fatto per proteggere i segreti sarebbe servito a proteggere la libertà degli individui dall’invadenza dei nuovi, e occhiuti, poteri che stavano già occupando la scena del mondo. Una intuizione che ha a che fare con quelle “strane folgorazioni, qualcosa di stridente e d’intenso” che colpivano Foucault di fronte agli archivi che avevano inchiodato gli uomini infami, distruggendo le loro vite. E chissà che qualcuno, sventrando gli archivi di Neverland, non scopra almeno il segreto del Moonwalk.

Maurizio Crippa

Maurizio Crippa

Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

E’ responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini

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