Abusi dei preti. E allora il Dalai Lama?

Maurizio Crippa

Perché i moralizzatori chiodati della chiesa non si scandalizzano per gli abusi degli altri? Basterebbe guardare le occorrenze su Google per intuire un interesse ideologico. Oppure i versi di Eliot sulla chiesa che non può essere amata

Volete voi – giornali, giudici e cittadini del mondo – che il Dalai Lama venga arrestato e condannato per aver coperto – reo confesso – abusi sessuali di suoi monaci e maestri spirituali su altri monaci adolescenti, di cui è a conoscenza da metà degli anni Novanta? E volete che sia perciò destituito dalla carica religiosa di incarnazione di Budda? No, non lo volete, né tantomeno lo vogliamo noi, al Foglio. Con questa non marginale differenza, che però inchioda i moralizzatori chiodati e molto raramente disinteressati, tra loro e noi del Foglio. Noi siamo contro a questa assurda caccia alle streghe

   

I moralizzatori chiodati invece non hanno nulla da imputare al Dalai Lama perché non della giustizia in sé gli importa, parlandone come core business del pensiero e dell’azione, e nemmeno del rapporto tra mistica e perversione, ma di sventrare dalle fondamenta quella istituzione d’intralcio, quell’insopportabile residuo di un evo antropologico perduto che è la chiesa cattolica. Ve lo diciamo con un numero, ché le parole stancano. Se googlate “George Pell sex abuse” vi escono 24 milioni e 700 mila occorrenze. Se lo fate con “Dalai Lama sex abuse” ve ne escono 1 milione e 130 mila. Fate pure le dovute proporzioni con il totale dei fedeli delle due religioni, va bene. Ma la differenza c’è, ed è interessante perché diviene qualitativa.

 

Volete una prova del nove, sempre numerica, certo. Se googlate “Larry Nassar sex abuse”, trovate 775 mila occorrenze. Larry Nassar è l’ex medico della Nazionale di ginnastica degli Stati Uniti e sta scontando sessant’anni di carcere (dieci in più di quelli comminati a Pell) per abusi e pedopornografia. Ovvio, per quanto famoso, per quanto tra le sue accusatrici ci siano giovani campionesse olimpiche, un “medico-mostro” non vale come un cardinale. Ma secondo inchieste giornalistiche non meno attendibili di quelle del Boston Globe, come quella del 2016 dell’Indianapolis Star, negli ultimi vent’anni ci sono stati almeno 368 casi di abusi di natura sessuale da parte di membri (adulti) degli staff sportivi. E secondo il Washington Post sarebbero centinaia i dirigenti coinvolti. Ce ne sarebbe abbastanza per farsi delle domande, però nessuno ha mai chiesto ai maestri di ginnastica di riunirsi in un sinodo a confessare le loro malefatte.

  

Così come nessuno si è scandalizzato quando, un anno fa, il capo supremo del buddismo tibetano ammise pubblicamente di essere stato a conoscenza di abusi sessuali da parte di maestri della sua fede su giovani di cui avrebbero dovuto avere cura: “Sapevo già queste cose” ha dichiarato, ammettendo che di questi abusi gli avevano parlato, 25 anni fa, durante una conferenza a Dharamsala. Però ha taciuto, o forse ha adottato delle misure interne, come un ex Sant’Uffizio qualsiasi. Poi lo scorso anno a Rotterdam ha incontrato alcune di queste vittime e ha detto: “Le persone che commettono violenze sessuali non seguono l’insegnamento di Budda, quindi ora che tutto è stato reso pubblico, dovranno fare i conti con la vergogna”. Applausi alla rettitudine morale, e fine del cinema. Non si sono visti scandali, non si sono letti editoriali indignati, e soprattutto nessuno ha chiesto la riforma del buddismo, e nemmeno della ginnastica artistica.

     

La ragione di tutto questo è semplice, compresa la vergognosa doppia morale che la ricopre. Basterebbero a definirle pochi versi dei “Cori da ‘La Rocca’” di Eliot: “Perché gli uomini dovrebbero amare la chiesa? Perché dovrebbero amare le sue leggi? / Essa ricorda loro la Vita e la Morte, e tutto ciò che vorrebbero scordare. / È gentile dove sarebbero duri, e dura dove essi vorrebbero essere teneri. / Ricorda loro il Male e il Peccato, e altri fatti spiacevoli”. La chiesa va divelta dalle fondamenta perché rappresenta qualcosa, un mondo o un modo “altro” nel mondo, rispetto a quello che la modernità occidentale ha deciso per sé: la monogamia, l’eterosessualismo e non l’indifferentismo sessuale, il celibato come condizione che contraddice l’inevitabilità della condizione umana e “altri fatti spiacevoli” su cui la modernità non sopporta di essere contraddetta.

  • Maurizio Crippa
  • "Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

    E’ responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini"