L'Alabama va alla guerra sull'aborto ma la Corte Suprema non cambierà idea

Pasquale Annicchino

Gli stati liberal pronti a difendere la sentenza Roe V. Wade

Dal 1973 una delle faglie che divide più profondamente la società statunitense è il dibattito relativo al riconoscimento del diritto delle donne ad abortire. Con la decisione di quell’anno nel caso Roe v. Wade la Corte Suprema riconosceva, con alcuni limiti, il diritto all’aborto sulla base del quattordicesimo emendamento alla Costituzione federale. Tale decisione giudiziaria rappresenta uno spartiacque fondamentale nella culture war statunitense e negli anni ha portato a numerose mobilitazioni e iniziative volte a ribaltare tale pronuncia da parte dei movimenti pro life. Tuttavia, nonostante alcune decisioni successive abbiano contribuito a delimitare ulteriormente i confini giuridici del diritto all’aborto, Roe v. Wade ha retto. Sia perché i movimenti progressisti l’hanno sempre difesa, sia perché, come ha più volte sostenuto Jack Balkin, è stata per i conservatori un utile spauracchio da agitare per mobilitare la propria base e creare coalizioni politiche contro l’attivismo giudiziario e le politiche pro choice.

 

Con la recente ondata di leggi anti aborto approvate da alcuni stati (tra gli altri Mississippi, Georgia, Iowa, Alabama, Kentucky, Indiana, Louisiana) vengono introdotte misure fortemente restrittive, che hanno l’effetto di rendere quasi impossibile il ricorso alle pratiche abortive. Ad esempio, nel caso dell’Alabama la legge approvata vieta l’aborto in tutto lo stato anche nei casi di stupro e incesto. L’aborto è consentito solo nel caso in cui la gravidanza arrivi a mettere a rischio la vita della donna. Sono inoltre previste sanzioni severe per i medici che dovessero facilitare pratiche abortive. Si tratta, con tutta evidenza, di una strategia di litigation pianificata, che si ispira anche a quelle che in altre occasioni hanno portato, ad esempio, al riconoscimento del matrimonio omosessuale. Creare controversie giuridiche a livello nazionale per arrivare alla Corte Suprema e ribaltare in maniera definitiva la pronuncia Roe v. Wade del 1973. Alla base di tale strategia la convinzione che la rinnovata Corte Suprema, oggi a maggioranza fortemente conservatrice, possa finalmente garantire la vittoria finale alla destra religiosa statunitense. Da una parte c’è la tradizionale fiducia della destra evangelica nella capacità di trasformazione sociale del potere giudiziario. Si ritiene infatti che, tramite la creazione di controversie giuridiche e la funzione, anche simbolica, della legge, si possa arrivare a recuperare rilevanza sociale per le posizioni pro life. Posizione non scontata, visto che allo stesso tempo alcuni stati a maggioranza progressista come il Vermont si apprestano a far entrare in vigore leggi che riconoscono il diritto fondamentale alla libertà di scelta riproduttiva. A questa dimensione si aggiunga la fiducia specifica nei due nuovi giudici nominati da Donald Trump: Neil Gorsuch e Brett Kavanaugh. Eppure proprio Neil Gorsuch durante la sua audizione al Senato, interrogato dal senatore Dick Durbin, aveva affermato di guardare a Roe v. Wade come a un “precedente vincolante”. Brett Kavanaugh nella sua audizione definì la decisione come un “importante precedente”, anche se nel 2003 aveva scritto un documento, poi reso pubblico, in cui definiva la sentenza “ribaltabile”. Un sondaggio del Pew Forum del 2016 aveva rivelato come per un 58 per cento degli americani ci sono situazioni in cui l’aborto dovrebbe essere garantito e altre in cui dovrebbe essere vietato.

 

La storia ci insegna che raramente il potere giudiziario ha un effetto trasformativo della realtà, ma spesso si limita a seguire quanto la cultura e l’opinione pubblica hanno già elaborato. Ci attendono quindi mesi di nuovi battaglie che potrebbero portare a ulteriori restrizioni (sulla base della pronucia Casey v. Planned Parenthood of Southeastern Pennsylvania), ma che difficilmente porteranno a un ripensamento totale della Corte sul caso del 1973. Come il presidente della Corte John Roberts sa bene, la fede nel diritto non dipende da una legge di gravità, ma dalla credibilità che questo assume nei confronti dei cittadini. Anche se in tempi di populismo mai dire mai.

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