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Battaglia suprema

Giovane, conservatore, giurista e magari donna. Trump studia il profilo per la successione di Kennedy

30 Giugno 2018 alle 06:15

Battaglia suprema

La sede della Corte suprema a Washington. Foto via Pixabay

New York. Il pensionamento del giudice Anthony Kennedy ha aperto una febbrile danza di pressioni e rivendicazioni, calcoli politici e lobbying, presagi di trionfi e ritirate in trincea che domina l’intero spazio del dibattito a Washington. La decisione del rimpiazzo, già di per sé cruciale, s’incrocia con la fase calda della corsa verso le elezioni di midterm dove la posta in gioco per Donald Trump e i repubblicani non potrebbe essere più alta. Il presidente, normalmente incapace di concentrarsi su un dossier in modo approfondito, sembra invece proteso verso un compito di cui coglie la portata politica e storica. Ai consiglieri ha già spiegato i tre criteri fondamentali che guideranno la scelta: il sostituto deve essere giovane, meglio se sotto i cinquant’anni, conservatore e deve essere un costituzionalista. Trump ha affidato la guida della selezione a Leonard Leo, vicepresidente della Federalist Society, che poche ore dopo l’annuncio di Kennedy ha comunicato di aver preso un’aspettativa e si è messo al lavoro. Giurista cattolico e già stratega di George W. Bush che si muove con disinvoltura fra i burocrati dell’Onu e i cavalieri di Malta, Leo è stato l’artefice della scelta di Neil Gorsuch per rimpiazzare il defunto Antonin Scalia, l’operazione politica più riuscita e redditizia dell’èra Trump. Il consulente ha spiegato che il candidato per sostituire Kennedy “sarà certamente uno con una comprovata esperienza giudiziaria”, il che elimina dalla lista dei venticinque profili stilata prima della scelta di Gorsuch – e dalla quale Trump dovrebbe pescare di nuovo – almeno il senatore Mike Lee. Il dato anagrafico, enunciato da Trump come primo criterio, ne elimina automaticamente almeno altri cinque. Thomas Hardiman, giudice della Corte d’appello del terzo distretto, lo stesso in cui lavora la sorella di Trump, era stato il finalista assieme a Gorsuch, e quindi il suo nome potrebbe essere bruciato.

  

C’è poi una considerazione sulla provenienza geografica del candidato che, se anche sfugge a Trump, non sfugge al suo consigliere. Gorsuch è del Colorado, quindi è improbabile che la scelta cada su un altro candidato del West. William Pryor e Kevin Newsom, entrambi dell’Alabama, potrebbero aggiungere un tocco del sud alla corte, e il secondo ha anche il notevole vantaggio dell’età: 45 anni. Le voci che trapelano dicono però che in cima alla shortlist ci sono al momento i nomi di Brett Kavanaugh, che è nella corte d’appello nel distretto di Columbia, e Amy Coney Barrett, anche lei giudice federale nel settimo distretto. Il primo è una garanzia conservatrice già ampiamente integrata nell’establishment di Washington, la seconda è una 46enne dell’Indiana, cattolica e con sette figlie che alla sua conferma al Senato è passata indenne attraverso il fuoco di domande (e illazioni) di Dianne Feinstein, secondo la quale “il dogma vive rumorosamente dentro di lei”, frase che ha un senso incerto anche in inglese ma è rimasta nella storia. Inoltre, si tratta di una donna, e l’elemento femminile è centrale in questa fase. La maggioranza risicatissima dei repubblicani al Senato ha acceso i riflettori su Lisa Murkowski e Susan Collins, le uniche senatrici pro choice del Gop, che sono diventate le persone più corteggiate dai democratici nella capitale. In teoria, uno solo dei loro voti potrebbe bastare a bloccare la nomina trumpiana, ma non bisogna dimenticare che tre democratici moderati hanno votato a favore di Gorsuch, e a novembre affrontano elezioni durissime in stati a maggioranza trumpiana. Giusto giovedì Joe Manchin, Joe Donnelly e Heidi Heitkamp sono stati ricevuti da Trump alla Casa Bianca.

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Commenti all'articolo

  • branzanti

    01 Luglio 2018 - 15:03

    C'è una cosa che dispiace molto all'odiatore e cioè essere criticato in quanto tale e non per ciò che scrive. È vero ritengo (oggi, un tempo la pensavo diversamente) che gli Usa siano un sistema politico che definirei parafrasando Mina :"i tuoi difetti son talmente tanti che nemmeno tu li sai". Il concetto di oligarchia (dall'origine) mi permetto di condividerlo con Gore Vidal e si basa anche sulla enorme massa di denaro riversato da miliardari e lobbies sulle elezioni, che corrompono il sistema e lo piegano agli interessi di pochi (in questo senso gli Usa sono tra i più corrotti su scala globale). Poi esistono molti stati dove le minoranze vengono, come dire, "convinte" a non votare Il ruolo anomalo della corte suprema, in questo scenario, diviene un particolare. Se agli americani aggrada questo sistema va benissimo, l'importante è non pretendere di insegnare la democrazia agli altri. Ringrazio sentitamente chiunque vorrà confutarmi.

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  • adebenedetti

    30 Giugno 2018 - 18:06

    Sara` una combinazione ma sempre i suoi aricoli offrono il puntuale pretesto al solito noto che demonizza gli USA. Pure un articolo neutro e asettico come questo offre il fianco all`odiatore Personalmente tra i possibili candidati vedo con favore la signora Amy Coney Barret. Al cattolico Kennedy subentra la cattolica signora Amy Coney Barret che da donna dovra` vedersela con le tre "Arpie" (politicamente parlando) liberal della Corte Suprema. Last but not the least si dice che anche l`occhio vuole la sua parte e la signora Amy e` una bellissima signora.

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  • luigi.desa

    30 Giugno 2018 - 11:11

    Sì,sì gli Usa sono una dittatura o a piacere una oligarchia con qualche spruzzo di democrazia e cominciando da Toqueville tutti hanno preso un abbaglio. democratica.

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  • branzanti

    30 Giugno 2018 - 09:09

    Ribadisco un concetto : quando una nomina non elettiva può cambiare completamente il volto di un sistema politico e stravolgere la vita di milioni di persone, quel sistema soffre di una malattia grave ed, in questo caso, decisamente congenita. Ragiono per assurdo, ma una corte suprema che decidesse di liberalizzare l'omicidio non avrebbe un contraltare.

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