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Caos supremo su Kavanaugh

Il giudice nominato da Donald Trump affronterà al Senato la prof. che lo accusa di tentato stupro. Tormenti repubblicani

17 Settembre 2018 alle 21:02

Caos supremo su Kavanaugh

Brett Kavanaugh (foto LaPresse)

Milano. Prima le voci, poi le voci insistenti, poi le smentite, poi l’intervista, poi la volontà di fare tutto quello che è necessario, anche andare davanti al Congresso, se si deve. La professoressa californiana che accusa di molestie Brett Kavanaugh, il giudice nominato da Donald Trump per la Corte suprema, è stata sulla bocca di tutti per parecchi giorni, mentre il giudice faceva le audizioni alla commissione del Senato che deve approvare la sua nomina e si mostrava un po’ meno integro e un po’ più goffo di quel che ci si aspettava. La decisione è epocale: si sa che i giudici supremi plasmano la cultura dell’America, i presidenti vengono e vanno, i deputati e i senatori pure, ma i giudici no, possono fermarsi anche per decenni, e Kavanaugh con i suoi pochi anni (53) è tra questi.

 

C’è poi lo scontro politico, che è sempre acceso ma che ora è inacidito dal trumpismo e dalle midterm in arrivo, e così tutto quel che riguarda Kavanaugh, dalla sua filosofia alle sue email, è diventata materia di discussione e di conflitti: per i conservatori, Kavanaugh è decisivo, la prova che si può sopravvivere alle follie di Donald Trump, se non dovesse essere confermato sarebbe un disastro. Ed è in questo tormento che è arrivata la professoressa, che prima era un rumor senza nome e ora invece un nome ce l’ha: si chiama Christine Blasey Ford e all’inizio degli anni Ottanta, in una casa a Montgomery County, nel Maryland, è stata gettata su un letto dal giovane Kavanaugh, che era ubriaco e che si era buttato su di lei, aveva provato a toglierle i vestiti, a tapparle la bocca mentre urlava, un tentato stupro.

 

“Ho pensato che inavvertitamente avrebbe potuto uccidermi”, ha detto la Ford in un’intervista al Washington Post pubblicata domenica, “cercava di aggredirmi e di togliermi i vestiti”. Per anni, la Ford ha cercato di dimenticare: suo marito è venuto a sapere di quell’episodio nel 2012, durante una terapia di coppia, in cui la Ford non aveva fatto i nomi – assieme a Kavanaugh c’era anche un amico, che guardava – ma aveva raccontato il trauma di quel “tentato stupro”. Quando Trump ha scelto proprio quell’uomo per la Corte suprema, la Ford ha contattato la deputata della California Anna Eshoo e tramite lei, a fine luglio, ha inviato una lettera alla senatrice Dianne Feinstein, che è nella commissione Giustizia che deve confermare Kavanaugh, firmandosi con il nome che utilizza nella sua carriera accademica, Christine Blasey.

 

Da lì sono cominciati i rumor e le indiscrezioni, i giornalisti che le chiedevano di raccontare la storia pubblicamente, le pressioni: dopo aver assunto come avvocato Debra Katz, la Ford ha infine deciso di dare la sua versione dei fatti. Kavanaugh aveva negato ogni cosa in un’intervista al Weekly Standard ma, voce dopo voce, la storia stava diventando diversa dai fatti accaduti. La Katz ha detto che, se necessario, la professoressa andrà a testimoniare davanti alla commissione Giustizia, levando ogni eventuale perplessità sulla gravità di quel che è accaduto e sta accadendo. Anche Kavanaugh ha detto che è pronto a testimoniare sui fatti, e la campagna di discredito della professoressa è iniziata.

 

In commissione, i repubblicani hanno un senatore in più rispetto ai democratici, ma la richiesta dei democratici di rimandare il voto previsto per giovedì per approfondire il tentato stupro ha avuto un effetto anche sui repubblicani. La Casa Bianca, che resta con Kavanaugh e smentisce, aggiunge, per bocca della responsabile delle comunicazioni Kellyanne Conway: è giusto ascoltare la testimonianza della Ford, ma questo non deve essere un modo per rallentare i tempi della votazione. Ma i tempi sono strettissimi, e non si sta parlando di un dettaglio nella carriera di un giudice. Il presidente della commissione Giustizia, il senatore repubblicano Charles Grassley, sta cercando di accelerare il confronto, ma due suoi colleghi repubblicani, Jeff Flake e Bob Corker, che non si devono ricandidare e che quindi elettoralmente non hanno nulla da perdere, dicono: posticipiamo il voto, non possiamo correre il pericolo di mandare alla Corte suprema un giudice dei nostri accusato di stupro.

Paola Peduzzi

Paola Peduzzi

Scrive di politica estera, in particolare di politica inglese, francese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, Cosmopolitics, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante.

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Commenti all'articolo

  • adebenedetti

    18 Settembre 2018 - 20:08

    Veramente strano che la democratica che ha sovenzionato il partito non si ricordi il giorno, il mese e persino l`anno in cui e` stata "violentata". Come e` strano che i democratici fossero in possesso di questa lettera da due mesi e hanno deciso di tirarla fuori a audizioni concluse e quando si era pronti al voto in aula.

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  • branzanti

    17 Settembre 2018 - 21:09

    Non so quanto sia vera la storia ed i tempi con cui si è sviluppata generano perplessità. Mi limito solo a rilevare che il profilo dell'aspirante giudice (ultrareligioso e moralista, nonché ferocemente reazionario in materia sociale) si attaglia perfettamente alla classica situazione " vizi privati, pubbliche virtù".

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    • Skybolt

      18 Settembre 2018 - 12:12

      Condanna basata sul wishful thinking? Bravo branzanti, sempre più verso lo stalinismo.

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