Battaglia per la Corte Suprema americana

Daniele Raineri

Trump non si tiene più sul caso Kavanaugh, quella nomina gli serve troppo

New York. Donald Trump s’è tenuto in riga per cinque giorni, ma poi ha sbottato su Twitter contro Christine Blasey Ford, la donna che accusa di tentato stupro l’uomo che lui vuole nominare alla Corte Suprema: “Non ho alcun dubbio che se l’attacco contro la dottoressa Ford fosse stato così brutto come dice, una denuncia sarebbe subito stata fatta alla polizia da lei o dai suoi genitori. Vorrei che ci facesse vedere quella denuncia, così possiamo sapere la data, l’ora e il luogo!”.

     

  

Jonathan Swan, giornalista di solito bene informato a proposito di quello che succede alla Casa Bianca, racconta che una sua fonte interna gli aveva appena detto: “Non hai idea di quanto sia duro trattenere Trump e impedirgli di sbottare su questa vicenda. Del resto la deposizione è lunedì, mancano soltanto due giorni no?”. L’anonimo funzionario sarà rimasto profondamente deluso. Non solo Trump ha interrotto il silenzio con tweet multipli – “Gli avvocati della sinistra radicale vogliono che l’Fbi faccia un’indagine ADESSO. Perché nessuno ha chiamato l’Fbi 36 anni fa?” – ma anche è scivolato più in là a data ancora da definire il giorno della deposizione attesissima di Ford e dell’accusato, Brett Kavanaugh. La vicenda ha bloccato quasi all’ultimo minuto la conferma di Kavanaugh come giudice alla Corte Suprema.

  

  

L’Amministrazione in questi giorni aveva scelto una linea molto morbida, quasi casuale, come se in fondo la cosa non riguardasse una nomina che è fondamentale nella strategia politica di Trump perché gli assicura il voto di tutti i gruppi conservatori e cristiani. Il tentativo era quello di non irritare le senatrici repubblicane, il cui voto è necessario per la conferma, e le elettrici ordinarie che a novembre voteranno alle elezioni di metà mandato. Ma è durato poco. Ieri il Washington Post aveva uno scoop molto interessante sul fatto che Kavanaugh si è riunito con alcuni suoi alleati per decidere un contropiano e tra le ipotesi studiate c’è stata anche quella di suggerire che sì, Ford fu attaccata davvero, ma non da Kavanaugh e che quindi c’è uno scambio di persona. Ieri un attivista conservatore amico e alleato del giudice, Ed Whelan, ha scritto una serie di tweet in cui accusa un altro uomo molto somigliante a Kavanaugh di essere l’aggressore e fornisce alcuni particolari che non erano ancora conosciuti al pubblico sulla casa dove avvenne il tentativo di stupro. Ma la donna ha fatto a pezzi subito questa “teoria del sosia” e ha detto di conoscere molto bene entrambi gli uomini, anche il presunto sosia. “Una volta sono andato a trovarlo quando fu ricoverato in ospedale”. Whelan ha ritirato le sue dichiarazioni e si è scusato.

   


Brett Kavanaugh testimonia davanti al Comitato giudiziario del Senato (foto LaPresse)


  

Il presidente Trump, il giudice Kavanaugh e il disinformatore Whelan hanno una conoscenza in comune, Leonard Leo, che adesso cerca di tenersi il più defilato possibile ma che da decenni guida una campagna per portare la Corte Suprema degli Stati Uniti su posizioni più conservatrici (ancora più conservatrici) e ribaltare così la decisione Roe vs Wade che protegge il diritto all’aborto. Leo è l’uomo che compila le liste di possibili candidati da cui i presidenti repubblicani attingono per nominare i giudici della Corte Suprema, e considera l’elezione di Trump nel 2016 “un miracolo” che gli potrebbe permettere di proporre ben tre giudici, che altrimenti sarebbero stati scelti da Hillary Clinton da qualche lista molto liberal. I tre sono Neil Gorsuch, già nominato al posto di Antonin Scalia, Brett Kavanaugh che sembrava un colpo sicuro ma adesso non lo è più e un giorno forse qualcuno al posto di Ruth Bader Ginsburg, che ha 85 anni.

   

     

Sette figli, ma la prima è morta per una malattia incurabile, messa in chiesa tutti i giorni, Leonard Leo è considerato una delle persone più influenti di Washington e gode dell’appoggio di sponsor generosi e non specificati. Una delle sue missioni, oltre a tenere unite tutte le associazioni conservatrici e cristiane in un blocco compatto che ottiene subito udienza, è studiare i giudici e tutte le loro decisioni per capire se sono costanti e per individuare quelli che potranno meglio aderire al suo progetto in futuro.

  • Daniele Raineri
  • Di Genova. Nella redazione del Foglio mi occupo soprattutto delle notizie dall'estero. Sono stato corrispondente dal Cairo e da New York. Ho lavorato in Iraq, Siria e altri paesi. Ho studiato arabo in Yemen. Sono stato giornalista embedded con i soldati americani, con l'esercito iracheno, con i paracadutisti italiani e con i ribelli siriani durante la rivoluzione. Segui la pagina Facebook (https://www.facebook.com/news.danieleraineri/)