La scorsa settimana ci sono state ancora proteste a Hong Kong, stretta nella morsa autoritaria di Pechino (foto LaPresse)

Il mondo a pezzi

Giulio Meotti

“La vecchia globalizzazione è morta. L’occidente non lasci alla Cina la leadership”. Intervista a Nicolas Baverez, allievo di Raymond Aron

L’occidente ha dominato il mondo dalla fine del XV secolo all’inizio del XXI secolo, esportando i suoi modi di produzione, istituzioni e idee in tutti i continenti attraverso tre grandi movimenti di globalizzazione: il XVI secolo con le Grandi Scoperte; il XIX secolo con la Rivoluzione Industriale e la colonizzazione; la fine del XX secolo con il crollo sovietico, il capitalismo e l’era digitale. Questa terza globalizzazione, che sembrava segnare il trionfo dell’occidente, in realtà ha portato alla sua caduta”.

 

“Il ritiro americano dalla scena internazionale è profondo, hanno ancora tutti i mezzi ma sono stanchi di assumersi gli oneri”

Nicolas Baverez, storico ed economista francese fra i più noti, parte da questo paradosso. Dieci anni prima che Francis Fukuyama annunciasse la “fine della storia”, il maestro di Baverez, Raymond Aron, pubblicava “In difesa di un’Europa decadente”, in cui fustigava l’incapacità dell’Europa di essere “padrona del suo destino” a causa della debolezza nei confronti dell’Unione sovietica; della crisi che ha investito due istituzioni, la chiesa e l’università, che per secoli avevano “tenuto insieme l’Europa”, e dell’esistenza in alcuni paesi europei di grandi partiti comunisti, che dovevano essere recuperati nella grande tradizione liberaldemocratica. Oggi Baverez è fra i maggiori critici della Francia homme malade d’Europa, editorialista di grandi testate (Monde, Figaro, Point, Les échos), nel direttivo della rivista Commentaire ed è lo studioso oltre che l’allievo di Aron, che non era solo il principale rappresentante del liberalismo in Francia, ma anche colui che avrebbe salvato l’onore degli intellettuali contro i totalitarismi del XX secolo e che nel suo “L’oppio degli intellettuali” recitò il ruolo di antidoto alla seduzione del sartrismo in Europa. Se Éric Zemmour denuncia il declino francese in nome del conservatorismo, Baverez lo fa in nome del liberalismo e del “partito inglese nella cultura francese” che annovera Montesquieu e Tocqueville.

 

Già vent’anni fa, Baverez pubblicava “La France qui tombe”, la Francia che crolla, che scivola verso un declino strutturale, vecchia, statalista, incapace di riformarsi. “Oggi l’occidente, con la rara eccezione di Germania e Israele, sta dimostrando incapacità di gestire l’epidemia e combina disastro sanitario, economico, sociale e politico”, prosegue al Foglio Baverez. “Le cause del crollo dell’occidente non sono cicliche ma strutturali, non esterne ma interne. Il successo dell’occidente si è basato su quattro principi: il capitalismo, il progresso della scienza, la libertà politica e la solidarietà delle nazioni libere”. E le democrazie si sono staccate da questi valori. “Il capitalismo delle bolle ha abbandonato la produzione per la speculazione e l’innovazione per la rendita. L’ignoranza e la demagogia coltivate dai leader politici, come Donald Trump che raccomanda iniezioni di detergente contro il coronavirus, e dai social, hanno alimentato il disprezzo per l’educazione e la scienza. La democrazia è stata svuotata del suo significato dalla perversione del dibattito pubblico da parte delle passioni collettive e dalla tirannia del breve termine che vieta qualsiasi visione del futuro. Infine, l’unità delle nazioni libere è stata sconfitta dalla svolta isolazionista in America e Inghilterra e dalla divergenza in Europa tra nord e sud intorno all’euro, così come tra ovest e est, tra democrazia liberale e illiberale. Il declino dell’occidente è quindi più una questione di suicidio che di sconfitta di fronte ai suoi nemici: il capitalismo totale cinese, le democrature o l’islamismo”. La dinamica della disintegrazione ha chiaramente preso il sopravvento dal crollo del 2008. “E’ in corso una frattura dello spazio mondiale e la sua ristrutturazione intorno ai blocchi dominati dalle potenze imperiali: Cina, Stati Uniti, Russia, India, Iran. Contemporaneamente, il centro di gravità del capitalismo si è spostato in Cina, la fabbrica del mondo. Il sistema geopolitico è diventato multipolare e la leadership degli Stati Uniti è in frantumi. Il loro disimpegno è duraturo. E’ il risultato di una profonda stanchezza da parte degli americani che non vogliono più assumersi degli oneri. Le istituzioni e le regole ereditate dall’ordine mondiale del 1945 sono state smantellate”.

 

Baverez vede un sistema mondiale fratturato, volatile e pericoloso. “E’ dominato dall’esacerbazione dei conflitti di interesse ma soprattutto dei conflitti di valori, così come dal ritorno della politica di potere che apre la possibilità di grandi conflitti armati. Gli Stati Uniti conservano notevoli risorse, ma non intendono più utilizzarle per la prosperità e la stabilità del mondo. L’epidemia è il simbolo di questa prima grande crisi dal 1945, che li ha visti sparire completamente dalla scena internazionale. La Cina sta sfruttando appieno il ritiro americano, assumendo il controllo delle aree e delle istituzioni abbandonate e perseguendo metodicamente l’accerchiamento dell’occidente grazie alla staffetta di paesi emergenti. Affermerà la sua leadership entro il 2049. Ma il suo sistema totalitario, imperiale e mercantilista è incompatibile non solo con la sopravvivenza della libertà politica, ma con l’idea stessa di ordine mondiale”.

 

“Contro la Cina facciamo come contro l’Urss: alleanza delle democrazie, contenimento, delegittimazione delle menzogne”

Baverez non può essere certo accusato di protezionismo quando critica la globalizzazione. “La globalizzazione, così come è stata affermata negli ultimi due decenni del XX secolo, era già morta prima dell’epidemia. E’ stata distrutta dal crollo del 2008 e dalle sue conseguenze politiche. Sono venuti alla luce gli eccessi della bolla economica, ma anche lo squilibrio nel commercio mondiale causato dall’ammissione incondizionata della Cina al Wto. Allo stesso tempo, oltre alla globalizzazione e alla rivoluzione tecnologica, la crisi finanziaria ha destabilizzato le classi medie delle democrazie, provocando una formidabile ondata populista che ha travolto la Brexit e l’elezione di Trump. Il capitalismo si è deteriorato in rendite, il calo della crescita e della produttività è stato compensato dalle bolle speculative che hanno permesso di distribuire ricchezza fittizia sotto forma di dividendi per alcuni, benefici sociali per altri. L’epidemia è il campanello d’allarme per una globalizzazione già morta, mostrando i maggiori rischi che la dipendenza dalla Cina comporta per la sicurezza dei cittadini e delle nazioni libere”. Il 2020 è l’anno fatale per l’Europa. “A poco più di 60 anni dal lancio dell’integrazione dell’Europa, l’Unione sta affrontando l’ora della verità. Il decennio iniziato deciderà se sopravviverà o crollerà. E’ stata fondata intorno alla garanzia di sicurezza degli Stati Uniti, alla resistenza all’Unione Sovietica, alla pace franco-tedesca, alla legge e al mercato. Eppure questi principi hanno meno peso. L’Unione ha così avuto una serie di fallimenti di fronte alla crisi dell’euro, all’intervento russo in Ucraina, al terrorismo islamista, all’ondata di immigrati e, più recentemente, al disastro sanitario da coronavirus. L’Europa è attualmente il continente più colpito per il numero di vittime dell’epidemia e dal collasso della sua economia, poiché si prevede che nel 2020 il Pil diminuirà dell’otto per cento, la disoccupazione salirà a oltre il dieci e il debito pubblico supererà il cento per cento del Pil. Gli stati membri hanno abbandonato l’Italia, chiudendo le frontiere, vietando l’esportazione di attrezzature e medicinali all’interno dell’Unione, impegnandosi in una feroce concorrenza per assicurarsi ordini dalla Cina, rifiutando qualsiasi coordinamento per le misure di contenimento o di deconfinamento, la riapertura delle frontiere. L’Unione non ha né una visione né un leader che la incarni. La Germania è strapotente, ma non può guidare l’Europa per ovvie ragioni storiche. La Francia è declassata. La Commissione europea, dopo Jacques Delors, non ha peso. L’area di Schengen è stata fondata sull’abolizione delle frontiere interne ed esterne, postulando una pace perpetua improbabile. La capacità dell’Europa di gestire la crisi migratoria determinerà la sua credibilità nei confronti dei cittadini e la sua resilienza al populismo. E’ pertanto indispensabile riprendere il controllo delle frontiere esterne dell’Unione, in particolare nel Mediterraneo. L’Europa, dopo essersi suicidata nelle due guerre mondiali, si è ricostruita dagli anni 50 intorno alla pace franco-tedesca e al mercato”.

 

“Bolle e rendite economiche, squilibrio nei mercati internazionali, destabilizzazione della classe media. La globalizzazione è in pericolo”

Anche il liberalismo è in crisi. “E’ nel fuoco incrociato di democrature e jihadisti all’esterno, populisti e progressisti all’interno. Il trionfo del 1989 si trasformò nella de-occidentalizzazione del mondo. Il liberalismo si è dissolto in materialismo, individualismo e nichilismo. E’ confuso con la globalizzazione deregolamentata e l’economia a bolle che si è sviluppata a partire dalla fine degli anni 70 e che ha subito il tracollo del 2008. E’ contestato dai progressisti ed è l’obiettivo dei populisti. I paesi che hanno gestito meglio l’epidemia di coronavirus sono le democrazie rimaste fedeli ai principi del liberalismo mobilitando i servizi pubblici, la capacità di innovazione e, soprattutto, il senso civico dei cittadini nel rispetto dello stato di diritto: Corea del sud, Taiwan, Germania, Svizzera o Israele”.

 

Baverez continua, incalzando: “La società aperta come la conoscevamo all’inizio del XXI secolo è morta. L’epidemia di coronavirus le ha inferto il colpo finale. Ma non significa che i suoi valori siano obsoleti. Il dibattito che si svilupperà con l’emergere dell’epidemia sarà quello tra sicurezza e libertà”. E’ difficile non essere pessimisti a breve termine. “Il mondo sta subendo uno shock più violento degli attentati del 2001 o della crisi del 2008. La crisi economica e sociale è davanti a noi, e con essa una nuova recrudescenza populista. Le democrazie sono indebolite e divise, senza leader, screditate nell’impotenza, in preda al dubbio sui valori. Eppure non dobbiamo disperare dell’occidente. Innanzitutto, questa terribile epidemia dimostra che nelle democrazie ci sono immense risorse di impegno e creatività delle società civili, anche quando gli stati stanno fallendo, come in Francia, o sono corrotti dalla demagogia, come negli Stati Uniti. E la forza dell’occidente è inseparabile dalla sua capacità di mettersi regolarmente in discussione attraverso la concorrenza tra individui, aziende e nazioni. Ma l’occidente è più grande dell’occidente. E’ definito meno dalla geografia e più dai valori. Ai quattro angoli del mondo, da Hong Kong a Taiwan a Caracas, da Mosca a Istanbul, da Algeri a Khartoum, donne e uomini rischiano la vita per la loro libertà e dignità, a testimonianza dell’universalità dei principi promossi dall’occidente”.

 

“A gestire meglio l’epidemia sono le democrazie liberali dal senso civico e innovatrici: Corea, Taiwan, Germania, Svizzera o Israele”

Il Nobel Mario Varga Llosa ha criticato l’occidente per la sua cecità di fronte alla Cina. “Vargas Llosa ha ragione a sottolineare che la Cina, come il totalitarismo di ieri, è forte a causa della debolezza delle democrazie”, prosegue al Foglio Baverez. “La Cina sembra essere la principale vincitrice dell’epidemia nata a Wuhan, così come la finanza statunitense è emersa rafforzata dal crollo del 2008 che ha causato. Ma il fortissimo rallentamento economico sta indebolendo il sostegno della popolazione al regime. L’epidemia ha messo in evidenza il dualismo di un paese all’avanguardia nella tecnologia e arcaico in stili di vita e modelli di consumo. Soprattutto, il capitalismo totale di Pechino ha dimostrato la sua cultura della menzogna e dell’inaffidabilità. Individuo, azienda o nazione, nessuno può fidarsi della Cina. La Cina, sotto l’autorità di Xi Jinping, sta procedendo con il volto scoperto e la sfida che la sua volontà egemonica pone alla democrazia è ben nota. L’occidente riuscì a sconfiggere l’impero sovietico provocandone il crollo interno grazie all’alleanza delle democrazie attorno agli Stati Uniti, alla strategia di contenimento, all’arricchimento delle classi medie, alla lotta per i valori che permise di delegittimare la lega di menzogne e terrore che servì da cemento al comunismo. L’occidente ha tutte le risorse per rispondere all’imperialismo cinese. Manca solo la strategia degli Stati Uniti e la volontà di difendersi dell’Europa. C’è ancora tempo per evitare l’errore fatale degli anni Trenta, quando le democrazie furono dilaniate dalla deflazione e dalla risposta all’ascesa del totalitarismo. Rimane possibile riunire democrazie e forze politiche impegnate nella difesa della libertà, soprattutto in Asia, per sconfiggere le ambizioni egemoniche della Cina totalcapitalista. Smettiamo di lamentarci e mettiamoci al lavoro per ricostruire la sovranità delle nostre nazioni, l’Europa come potenza, la comunità di valori e il destino delle democrazie”.

 

Lo aveva già detto il maestro di Baverez, l’elegante e borghesissimo pessimista liberale autore del Plaidoyer pour l’Europe décadente, Raymond Aron, in una intervista del 1979: “Gli europei si immaginano di poter diventare qualcosa come una grande Svizzera: si sbagliano. Se non ritroveranno la volontà di esistere, le prospettive che si annunciano per loro sono nere”.

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  • Giulio Meotti
  • Giulio Meotti è giornalista de «Il Foglio» dal 2003. È autore di numerosi libri, fra cui Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri di Israele (Premio Capalbio); Hanno ucciso Charlie Hebdo; La fine dell’Europa (Premio Capri); Israele. L’ultimo Stato europeo; Il suicidio della cultura occidentale; La tomba di Dio; Notre Dame brucia; L’Ultimo Papa d’Occidente? e L’Europa senza ebrei.