L'inginocchiatoio della gente in divisa e altri segnali dicono che Trump è battibile

Giuliano Ferrara

Il presidente continuerà a cercare un nemico al minuto, ma lo scollamento della retorica maligna del Make America Great Again ormai si vede a occhio nudo

In ginocchio, in divisa, bianchi, contro Trump e i suoi appelli infiammati alla repressione armata delle proteste per la brutalità omicida della polizia verso le minoranze razziali. Come Kaepernick e gli altri eroi simbolici, statuari della Nfl e della Nike. E’ successo in Georgia, Atlanta, mentre un capo poliziotto di Houston ingiungeva al presidente di tacere in un video pubblico. E su altri spalti si sono moltiplicati i segni di diserzione dalla guerra ai dimostranti, definiti in blocco come terroristi da un presidente che cerca la provocazione in ogni istante, anche con la Bibbia in mano. E’ vero che la coalizione liberal e urbana è spesso psicologicamente e materialmente sopraffatta dalla furia rivoltosa dei saccheggi, che la campagna di Biden ha il vento nelle vele dei sondaggi ma resta fragile e ancora sostanzialmente disincarnata a fronte della forza scatenata, pulsante, ipermediatica dell’energumeno della Casa Bianca in sortita dal suo bunker, che lo schiaffo di Twitter ai post violenti del presidente e la mezza rivolta dei quadri di Facebook contro l’atteggiamento acquiescente di Zuckerberg, in nome della libertà di espressione, non cancellano la naturale inclinazione dei colossi social al compromesso autoritario nel mondo; è tutto vero, ma i segnali di scollamento della retorica maligna del Make America Great Again (MAGA) ormai si vedono a occhio nudo. Più violenta, più divisa, spiaccicata invece che più grande, l’America arriva alla fine all’appuntamento con il fantomatico “american carnage”, evocato dal discorso di inaugurazione e impostura tre anni e mezzo fa, in condizioni non virtuali, non propagandistiche, in condizioni di instabilità tangibile, con molti fattori rovesciati.

 

Il fattore “legge e ordine” si rovescia su se stesso se brutalità e argomenti da guerra civile razziale diventano il tema dominante, portato dall’alto, carburato e soffiato come su un fuoco in devastante dispiegamento, in una repubblica ancora capace di tenere alle sue istituzioni, di difenderle con un alto senso dell’onore. In ogni senso, quello che fanno poliziotti e pompieri ha sempre un elemento di leggibilità a doppio senso nella trama americana, e ora il sindacato dei pompieri che aveva contribuito alla sua vittoria è contro Trump, si ribella all’incumbent. I liberal urbani e suburbani sono la minoranza di una maggioranza, ma il paese rurale, che è avanzato tecnologicamente è anche insidiato socialmente e economicamente dall’andamento a sbalzi delle guerre commerciali di vetrina, è molto inquieto. Con la devastante fase della pandemia e del lockdown, minatori e manifatturieri, come riferisce Paul Krugman, risentono di una promessa che si rivela mancata, in un sistema che ha prodotto oltre trenta milioni di disoccupati messo alla (seria) prova del blocco. Il bluff dell’espansione del debito e del rilancio antifiscale ha drogato crescita e valori, che ora sembrano a molti dei sostenitori della vecchia base sociale trumpiana indicatori di diseguaglianza e di disintegrazione sociale crescente. Il campione di un paese ricco, uscito da uno schermo televisivo trash e capace di occupare tutta la scena reale della politica americana con un linguaggio di rara efficacia, si sta bolsonarizzando, sembra lo sceriffo bislacco di un paese impoverito e sgangherato. Il suo narcisismo che castiga i loser, gli sfigati, prende le fattezze non presentabili di una specie di Duterte che adopera strumenti dell’èra segregazionista.

 

Continuerà a cercare un nemico al minuto, si farà in quattro con la possanza dell’istituzione che occupa per trovare altri pertugi e inganni e capri espiatori buoni per il consenso cieco, saranno altre circonvoluzioni pericolose e minacciose le sue, eppure l’inginocchiatoio della gente in divisa e altri segnali dimostrano che l’imbattibile è battibile.

  • Giuliano Ferrara Fondatore
  • "Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.