Ognuno fa da sé la riapertura dei confini (anche l'Italia) e l'Ue rinuncia al coordinamento

David Carretta

Mentre si lavorava a una data condivisa, l'annuncio della riapertura delle frontiere italiane ha spiazzato la Commissione. Che ora, in caso di seconde ondate, non vuole diventare un capro espiatorio

Bruxelles. L’Italia potrebbe essersi fatta male da sola, annunciando la riapertura anticipata delle frontiere con il resto dell’area Schengen il 3 giugno, nel momento in cui l’Unione europea stava cercando di organizzare per il 15 giugno la fine comune dei controlli ai confini. Di certo, la decisione del governo ha provocato irritazione ai vertici delle istituzioni e tra i partner dell’Unione europea, con un effetto controproducente: la Commissione ormai ha rinunciato a giocare un ruolo propulsivo nella riapertura dell’Ue, anche a rischio di un patchwork di decisioni nazionali che sta già penalizzando gli italiani. Dopo la caotica reintroduzione delle frontiere a marzo per il panico da Covid-19, la Commissione stava cercando di coordinare le decisioni degli stati membri. Il 13 maggio aveva presentato delle “linee guida” che avevano un doppio obiettivo: scoraggiare discriminazioni non giustificate dal punto di vista epidemiologico, come quelle che si erano verificate all’inizio della pandemia, ed evitare una guerra del turismo, con i paesi del sud Europa impegnati in una corsa a concludere accordi bilaterali con il nord per attrarre il maggior numero di vacanzieri possibile. “Il nostro obiettivo era annunciare la riapertura generale delle frontiere alla data del 15 di giugno”, spiega al Foglio una fonte comunitaria. Poi, pochi giorni dopo le linee guida della Commissione, il governo italiano ha deciso di accelerare. “L’annuncio di Giuseppe Conte delle frontiere aperte il 3 giugno ci ha colti di sorpresa e ha spinto altri stati membri a muoversi per conto proprio”, dice la fonte comunitaria: “In queste condizioni, nessuno a Bruxelles si sente più di intervenire: troppo facile dare la colpa all’Ue e poi fare il contrario di ciò su cui lavora l’Ue”.

 

L’annuncio dell’Italia ha effettivamente spinto altri paesi a decisioni unilaterali. Il 29 maggio la Grecia ha pubblicato una lista di 29 paesi (basata sugli aeroporti considerati in zone sicure pubblicata dalla Agenzia europea per la sicurezza aerea) i cui cittadini potranno entrare dal 15 giugno, ma senza l’Italia. L’Austria ieri ha confermato l’apertura a “sette paesi confinanti”. Ma “i dati non lo consentono con l’Italia”, ha detto il ministro degli Esteri di Vienna, Alexander Schallenberg. La lista delle nazionalità a ingresso libero annunciata dalla Croazia sembra focalizzata su una certa clientela di vacanzieri, e non solo su criteri epidemiologici: Slovenia, Ungheria, Austria, Repubblica ceca, Slovacchia, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia e Germania. I paesi Baltici hanno creato una bolla di viaggio tra loro che potrebbero aprire a Finlandia e Polonia. Il 26 maggio la Repubblica ceca ha riaperto le frontiere con Germania e Austria. Cipro consentirà di nuovo libero accesso il 9 giugno da un numero selezionato di paesi tra cui Germania, Grecia, Malta e Israele.

 

Il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, ha reagito con minacce e condanne agli annunci degli altri paesi. “Se qualcuno pensa di chiuderci la porta in faccia solo per i propri interessi, allora risponderemo”, ha detto di Maio sulla Grecia, senza rendersi conto che l’Italia perderebbe turisti. “Gli individualismi violano lo spirito comunitario e danneggiano l’Europa e il mercato unico”, ha reagito ieri sull’Austria. Ma la Commissione ha deciso di lavarsene le mani. Ci sono “problemi” con alcuni paesi, ma “per la violazione di linee guida l’approccio che abbiamo scelto è di discussione e dialogo con gli stati membri”, ha spiegato un portavoce della Commissione. Niente minacce di procedure di infrazione: se la giustificazione sono “i criteri epidemiologi non ci sono problemi”, ha detto il portavoce. Almeno Germania e Belgio hanno mantenuto la data del 15 giugno per la riapertura delle frontiere. La Francia dovrebbe fare altrettanto. “Ma l’Ue non intende giocare alcun ruolo”, spiega la fonte comunitaria al Foglio: “Sono gli stati membri che devono assumersi le loro responsabilità. Se ci sarà una seconda ondata di coronavirus durante l’estate, l’Ue non vuole diventare il capro espiatorio di riaperture fatte sulla base di egoismi nazionali”.