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Il cerchio di Ursula

Due vincitrici, un colpo agli inglesi e tre aree critiche. Ecco la nuova Commissione (e occhio all’Austria)

Paola Peduzzi

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peduzzi@ilfoglio.it

10 Settembre 2019 alle 19:01

Il cerchio di Ursula

Ursula von der Leyen (foto LaPresse)

Milano. Ursula von der Leyen ha cercato di accontentare le richieste di tutti i paesi membri dell’Ue, e le vincitrici di questa Commissione (che deve ancora essere votata dal Parlamento europeo) sono Margrethe Vestager, confermata alla Concorrenza e con un portafoglio ancora più ampio sul digitale (aspettiamo la reazione di Donald Trump, per il quale la Vestager era già la “tax lady”), e Sylvie Goulard, macroniana che aspirava al Mercato interno e l’ha ottenuto. Il presidente francese, Emmanuel Macron, che ha patrocinato l’ascesa della von der Leyen assieme alla cancelliera tedesca, Angela Merkel, e che è sostenitore anche della Vestager e ovviamente della Goulard, ha di che rallegrarsi. La nomina dell’irlandese Phil Hogan al Commercio, cioè laddove si negozierà qualsivoglia accordo commerciale tra il Regno Unito divorzista e l’Unione europea, è un colpo ben assestato alle velleità britanniche, comunque vada con la Brexit (se Londra dovesse chiedere un’ulteriore proroga dell’articolo 50 fino al 31 gennaio, dovrà indicare anche il nome di un commissario da inviare a Bruxelles).

 

Alcune nomine hanno fatto invece sobbalzare i commentatori, non tanto o non solo per le persone prescelte ma anche per quel che riguarda la denominazione stessa dei portafogli che, secondo alcuni, riflette la confusione della stessa von der Leyen: per esempio non compariva, nel diagramma circolare alle spalle della presidente della Commissione, la parola “immigrazione”. Al suo posto c’era un agghiacciante “Protezione dello stile di vita europeo” che, comunque lo si prenda, non suona bene, soprattutto se riferito a un tema tanto importante come quello delle migrazioni e dell’accoglienza: a gestire questa protezione sarà il greco Margaritis Schinas, che dovrebbe insistere sulla riforma del Trattato di Dublino e quindi sulla bistrattata solidarietà europea, priorità assoluta dell’Italia. Ma la creatività semantica non finisce qui. 

 

La ceca Vera Jourová si occuperà, da vicepresidente della Commissione, di “Valori e democrazia”, cioè del rispetto dello stato di diritto e delle procedure disciplinari aperte nei confronti di alcuni paesi dell’est, in particolare Polonia e Ungheria: in fase di audizioni a luglio, la von der Leyen non era apparsa molto determinata su questo fronte e anzi proprio questo lassismo le era costato parte del sostegno in fase di conferma. Anche sul fronte dell’allargamento della famiglia europea non ci si aspetta grandi innovazioni, dal momento che a occuparsene sarà l’ungherese László Trócsányi, che oltre ad avere avuto nel suo paese problemi con lo stato di diritto ne ha anche uno storico con l’accoglienza nella famiglia europea di altri paesi (e con l’Ucraina in particolare): sarà interessante ascoltarlo quando dovrà rispondere alle domande dell’Aula di Strasburgo per la conferma.

 

Infine c’è il rigore nei conti ovvero il Patto di stabilità che vede l’Italia in prima linea con Paolo Gentiloni agli Affari economici affiancato da due cosiddetti falchi, il lettone Valdis Dombrovskis nominato vicepresidente esecutivo e l’austriaco Johannes Hahn al Budget: è proprio l’Austria che in questi giorni sembra la più belligerante sui temi economici. Sebastian Kurz, ex cancelliere austriaco che cercherà di riprendere il suo posto alle elezioni del 29 settembre, ha detto alla vigilia della distribuzione dei portafogli europei che “per nessun motivo siamo pronti a pagare i debiti italiani”, che ogni ammorbidimento delle regole di Maastricht deve essere rigettato e che anzi i trattati vanno riformati in modo che ci sia un meccanismo preciso: violi le regole, vieni sanzionato (Kurz fa riferimento alle regole economiche: sullo stato di diritto, per dire, non è altrettanto rigido). Il futuro di Kurz è piuttosto incerto: nei sondaggi è dato in vantaggio ma ancora non è chiaro se vorrà ripetere l’esperienza con l’Fpö, il partito di estrema destra che ha portato, dopo lo scandalo dei colloqui con intermediari russi in stile Savoini, allo sfaldamento della coalizione di governo e alla sfiducia a Kurz. L’ex cancelliere dice di essere aperto a ogni possibilità e buona parte delle sue dichiarazioni oggi sono fatte in chiave elettorale, ma su scala europea il suo esperimento è osservato con grande attenzione. Se stiamo entrando in una fase post populista, la trasformazione della famiglia conservatrice farà da paradigma non soltanto per quel che riguarda le alleanze ma anche sulle idee cui fare riferimento: austerità o no, in questi anni turbolenti abbiamo capito che la tenuta dell’Europa si misura anche in termini di solidarietà.

Paola Peduzzi

Paola Peduzzi

Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi

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Commenti all'articolo

  • joepelikan

    10 Settembre 2019 - 21:09

    Insomma, il Reich ha nominato i suoi Gauleiter. Ai Quisling nostrani è toccato il compito di gestire le confische nei territori occupati. Non dubito che lo assolveranno con distinzione.

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