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Budapest denuncia la caccia alle streghe europee ma indica un altro commissario

Paola Peduzzi

Il commissario di Orbán pare spacciato, circola un nuovo nome. L’offerta all’Italia: solidarietà nei rimpatri

Milano. Il premier ungherese, Viktor Orbán, ha tenuto domenica il discorso di chiusura della conferenza del suo partito, Fidesz (attualmente sospeso dalla sua famiglia europea, il Partito popolare europeo), durante il quale si è rivolto direttamente al primo ministro italiano, Giuseppe Conte: “Caro premier Conte, se necessario, possiamo occuparci della protezione di alcune sezioni del confine italiano”, che è anche confine europeo. Interpellato dal Foglio, il portavoce internazionale di Orbán, Zoltán Kovács, spiega che ci sono “modalità con cui l’Ungheria vuole essere d’aiuto, altre invece in cui non vuole esserlo: non aiuteremo la sinistra e nessun altro ad aprire i porti, trasportare i migranti e distribuirli in giro per l’Europa”.

  

Secondo il governo ungherese, “la redistribuzione”, che è il fulcro delle discussioni in corso sull’immigrazione tra l’Italia e altri stati membri dell’Unione europea, “è come una lettera d’invito” ai migranti, che pensano: “Se è possibile entrare e essere riallocati, perché non tentare ancora di andare in Europa?” (è sempre il governo ungherese che interpreta il pensiero dei migranti). “Abbiamo fatto due offerte all’Italia, entrambe accolte dal silenzio”, dice Kovács: “Se sono necessarie forze di polizia o soldati sul confine italiano, possiamo inviarne alcuni, siamo a disposizione”. Le quote di redistribuzione sono “out of question”, non se ne parla, “ma sosteniamo le quote di ‘shipping out’”, la distribuzione di migranti da rimpatriare. Il governo di Budapest offre solidarietà non per l’accoglienza ma per i rimpatri – soltanto qualche giorno fa il premier Conte e la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, hanno detto di essere disposti a imporre “sanzioni” a chi non aderisce al programma di riallocazione dei migranti. Al momento, è stato siglato un accordo soltanto tra alcuni paesi, ma l’obiettivo di questa commissione, così ha detto la von der Leyen, è quello di riprendere la discussione sulle norme del trattato di Dublino per distribuire le responsabilità nei confronti delle migrazioni a tutti i paesi dell’Ue. Ma l’Ungheria continua a restare ostile a questo tipo di progetto: non è una novità, però non è detto che la von der Leyen voglia gestire questa riluttanza (eufemismo) con l’approccio duro della Commissione uscente – questo approccio, nelle parole del governo di Budapest, diventa “caccia alle streghe e campagna di diffamazione” da parte dell’ex presidente Jean-Claude Juncker, il quale per la verità era stato trattato lui per primo come una strega: compariva, durante la campagna elettorale per le europee, sui cartelloni di Fidesz assieme al nemico numero uno dell’Ungheria: George Soros.

 

La questione ungherese è destinata a dominare il dibattito europeo di questi giorni: si aprono le audizioni dei commissari della von der Leyen e il candidato ungherese, László Trócsányi, è già stato fermato due volte – la settimana scorsa e ancora ieri – dalla commissione Affari legali del Parlamento europeo. Gli è stato contestato un presunto conflitto di interessi con la sua società di consulenza legale quando era ministro della Giustizia (un conflitto di interessi che ha ramificazioni fino in Russia), ma per Budapest ogni disputa con l’Ue ha a che fare con il tema dell’immigrazione. “Le forze internazionaliste pro immigrazione si vendicano – dice Kovács – Non vogliono Trócsányi, un ‘uomo europeo’ che ha avuto un ruolo di primo piano nella protezione dei confini ungheresi”. Trócsányi aveva fatto intendere che la battaglia sarebbe continuata e che il governo di Budapest non si sarebbe piegato a quello che Kovács definisce “questo nuovo tipo di internazionalismo che non accetta nessun altro approccio” politico, ma pare che la von der Leyen abbia già chiesto a Orbán di indicare un nuovo commissario, accettando di fatto la bocciatura di Trócsányi: il nome che circola è quello di Oliver Varhelyi, ambasciatore ungherese presso l’Unione europea fedelissimo di Orbán che da sempre si lamenta del fatto che il suo paese non sia sufficientemente rappresentato nelle istituzioni europee.

 

A proposito di rappresentazione: il Ppe (che è il partito europeo della von der Leyen) deve ancora decidere che cosa fare con Fidesz, attualmente sospeso. Kovács ribadisce che l’attacco al partito di governo europeo è fatto – indovinate un po’ – dalla “piattaforma pro immigrazione” che opera attraverso i vari partiti e che “sposta il centro di gravità” anche del Ppe “più a sinistra, nella direzione liberale”. Ma come l’attacco a Trócsányi non è una caccia alle streghe sorosiana, così l’appartenenza al Ppe dipende dal rispetto di valori e regole comuni: si chiama stato di diritto, un caposaldo della european way of life.

  • Paola Peduzzi
  • Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi