Nelle tasche di Orbán

Micol Flammini

L’inchiesta del Nyt sui sussidi all’agricoltura riscopre il problema dell’Ue bancomat degli euroscettici

Roma. In un editoriale sul Financial Times, preso dai no euro italiani per manifesto, il presidente della Banca centrale ungherese, György Matolcsy, scrive che “l’euro è stato un errore”. Lo definisce “una trappola della Francia”, un’opportunità per la Germania e un danno per i paesi del sud dell’Europa. “E’ ora di svegliarsi da questo sogno sterile e dannoso”, scrive. Matolcsy non ha però considerato che agli ungheresi la moneta unica europea piace, come rivela un sondaggio di Eurobarometro, e il 60 per cento dei cittadini intervistati è d’accordo con la sua adozione.

 

L’economia ungherese si è molto avvantaggiata dall’ingresso nell’Unione europea. Dal 2004 a oggi, in media il pil è cresciuto di oltre il 2 per cento. Tanta di questa ricchezza è dovuta agli investimenti europei sotto forma di fondi strutturali, di coesione e di sussidi. Il New York Times ha pubblicato un’inchiesta che ha coinvolto nove paesi dell’est europeo, il quotidiano americano si è concentrato sull’uso dei sussidi all’agricoltura e ha scoperto che, soprattutto in Ungheria, il denaro che arriva da Bruxelles, e destinato al miglioramento del settore agricolo, viene invece usato per ricompensare oligarchi, amici, parenti, compagni di scuola e alleati politici del premier Viktor Orbán. Si tratta di cifre importanti, soltanto nel 2018 il 38 per cento del bilancio dell’Ue è stato destinato all’agricoltura: 58,5 miliardi di euro. Come rivela l’inchiesta, però, le istituzioni europee non controllano come vengono spesi i sussidi diretti e i governi locali spesso ne dispongono come vogliono. In Ungheria, dal 2011 al 2015, lo sfruttamento di centinaia di ettari di terra è stato concesso a imprenditori vicini a Fidesz, il partito di Orbán. Il Nyt cita anche il caso di Meszáros e Sándor Csányi, proprietari di aziende agricole e amici del primo ministro che nel 2018 hanno ricevuto 28 milioni di euro di sussidi su un totale di 1,8 miliardi di euro di quelli che l’Ungheria riceve ogni anno. L’inchiesta riporta anche altri casi analoghi: in Repubblica ceca, dove è implicato direttamente il premier Andrej Babis, in Bulgaria e Slovacchia, dove il giornalista Ján Kuciak fu ucciso nel febbraio del 2018 perché si occupava di truffe ai sussidi europei e di infiltrazioni mafiose nel sistema agricolo. 

 

L’inchiesta ci porta però a riflettere sul rapporto che negli anni si è instaurato tra l’Ue e i paesi dell’est europeo, molti dei quali oggi euroscettici e accusati di ledere lo stato di diritto. Il leader del partito nazionalista polacco PiS, Jaroslaw Kaczynski, sintetizzò questo rapporto con una frase: “Per noi l’Unione europea è un bancomat”, riferendosi alla spesa che Bruxelles ha affrontato negli anni sotto forma di fondi. Da parte delle istituzioni europee c’è questa consapevolezza, ma finora non sono stati sviluppati dei meccanismi di difesa e gli stati euroscettici dell’est rimangono quelli che ricevono di più. Nell’inchiesta del quotidiano americano, alcuni funzionari europei hanno spiegato che il programma dei sussidi all’agricoltura non sarà cambiato, anche perché la modifica minerebbe la coesione, già pericolante, tra stati membri. C’è anche un problema di natura politica: come destinare questo denaro “non è una decisione che viene presa dalla Commissione, che più volte ha proposto di ridurre questi sussidi e di investire, per esempio, di più in innovazione – dice al Foglio Andrea D’Angelo, presidente dell’Associazione Safe, specializzato nell’implementazione dei progetti Ue – quindi è sbagliato parlare di colpa dell’Unione europea. La decisione è un’espressione politica che viene presa dal Consiglio e dal Parlamento. La strategia è appannaggio degli stati membri”. Ma ci sono anche altre difficoltà. “Manca la volontà”, dice Simona Guerra, professore associato dell’Università di Leicester. Il discorso va allargato a tutte le tipologie di investimenti, non soltanto sussidi all’agricoltura, ma anche fondi strutturali e di coesione. In questo senso la Finlandia, che presiede ora il Consiglio dell’Ue, ha avanzato una proposta concreta: modulare l’emissione dei fondi a seconda del rispetto dello stato di diritto. “Con i fondi stiamo finanziando lo sviluppo di paesi illiberali, eppure ci si volta dall’altra parte senza considerare che la democrazia europea è la somma delle democrazie degli stati membri, e in questo momento, se ci sono governi come quello di Viktor Orbán, la democrazia europea non sta molto bene. Il rischio è alto, come dice Andrea Petö della Ceu University, ti bussano alla porta e ti portano via i valori europei”, conclude Simona Guerra.

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