di Adriano Sofri
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Il possibile matrimonio tra Budapest e Kyiv
“Cosa fareste se la Russia attaccasse l’Ungheria?” domanda il neo primo ministro Péter Magyar
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16 APR 26

Foto LaPresse
Il pezzo forte della campagna di Orbán era l’allarme sull’invasione ucraina da nordest, e sul terrorismo ucraino a sud, dalla Vojvodina. Quando gli dei vogliono la rovina di qualcuno, gli fanno perdere la ragione. Con Orbán gli dei hanno pazientato sedici anni, finché sono subentrati gli ungheresi. Con la festa ancora calda, si possono prendere le prime misure della nuova scena. J.D.Vance, grandioso protagonista della campagna elettorale orbanista, un’irruzione che gridava vendetta e l’ha avuta, ieri si faceva fischiare anche in patria, e intanto vantava il successo principale del regime trumpista: la fine dell’appoggio alla resistenza armata dell’Ucraina. Del quale aveva parlato subito il nuovo leader ungherese, prima ancora di far visita d’ufficio al presidente della repubblica, “burattino orbaniano”, e di rendergli l’omaggio di un pressante invito a sgombrare dal palazzo.
Ha detto Magyar Péter, agli intervistatori del Kyiv Independent, che l’Ucraina ha tutto il diritto di difendersi dall’aggressione russa, e che nessuno le può chiedere di cedere i suoi territori. “A chi in Ungheria sostenga tesi del genere, come hanno continuato a fare i politici di Fidesz, dovreste chiedere che cosa accadrebbe se la Russia attaccasse l’Ungheria: quale regione dell’Ungheria vorreste cedere? Un discorso così oltraggiosamente cinico è indegno dei nostri eroi e combattenti per la libertà del 1956... Nessun paese dovrebbe chiedere a un altro di privarsi del proprio territorio dopo quattro anni di guerra”.
Gli Stati Uniti, piuttosto, dovrebbero dare all’Ucraina le garanzie di sicurezza di cui ha bisogno, e ricordare che proprio col Memorandum di Budapest, nel 1994, l’Ucraina rinunciò all’arsenale nucleare in cambio di vaghe e presto violate assicurazioni sul rispetto della sua indipendenza. Magyar ha ripetuto di aspettarsi dall’Ucraina il rispetto per la minoranza ungherese, e ha ricordato che la posizione geografica rende necessario all’Ungheria il rifornimento di petrolio e gas in quantità e costi adeguati. Avvertimento cui Zelensky ha risposto martedì impegnandosi a rendere “se non interamente riparato, operativo” l’oleodotto Druzhba entro la fine del mese.
Magyar ha aggiunto: “E’ facile pronunciare parole di principio, e io comprendo gli argomenti morali, e nessuno difende i diritti umani con più forza di me. Tuttavia chiedo di non legarci completamente le mani”. Ha detto che non si propone di telefonare a Putin, e che se fosse Putin a chiamarlo gli raccomanderebbe di metter fine alla guerra, che “è già costata decine di migliaia di vite russe”.
Queste le parole dell’imminente primo ministro ungherese: non sarà difficile misurare alla loro stregua i suoi atti. E sarà più sensato che battibeccare sui suoi trascorsi, e sullo stato d’animo dei suoi elettori e delle sue elettrici. Soprattutto di quelle e quelli che sono nati molto tempo dopo il 1956, e se ne ricordano perciò più tenacemente.