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Dall'Ungheria all'Australia. L'effetto Trump fa perdere i sovranisiti alle urne
Da quanto si è insediato alla Casa Bianca, il presidente americano non ha fatto altro che minacciare invasioni, sostenere candidati estremisti in altri paesi e provare a sfaldare l'Unione europea. Le elezioni in tutto il mondo dimostrano che arginare il trumpismo si può

Il presidente americano Donald Trump. Foto LaPresse
La vittoria di Péter Magyar alle elezioni ungheresi non ha posto solo la parola fine ai sedici anni di governo di Viktor Orbán ma, in un quadro più ampio, è stata un'affermazione delle forze europeiste contro i tentativi di sabotaggio politico e di indebolimento economico mirati a rendere l'Europa strategicamente più vulnerabile alle minacce esterne, messi in atto da presidenti e uomini di governo che simpatizzano per Donald Trump. Da quando è tornato alla Casa Bianca, il 20 gennaio 2025, si deve riconoscere al presidente americano, come scrive il direttore Claudio Cerasa nel suo editoriale, "la capacità sistematica con cui è riuscito a far raggiungere all’Europa risultati opposti rispetto a quelli che si era prefissato". Dall'Ungheria fino al Portogallo, passando per le elezioni in Romania, Moldavia e Paesi Bassi, i partiti sovranisti, di chiara ispirazione trumpiana e per cui il tycoon si è esposto nelle rispettive campagne elettorali, negli ultimi quindici mesi hanno registrato sconfitte o arretramenti nei loro paesi. E, se allarghiamo lo sguardo, possiamo notare un fenomeno simile anche in Canada, Groenlandia e Australia.
La vittoria di Seguro in Portogallo
Il 9 febbraio 2025, neanche un mese dopo il secondo insediamento di Donald Trump, António José Seguro, il candidato del Partito socialista nelle elezioni presidenziali in Portogallo, ha vinto nettamente al secondo turno di fronte al candidato della destra illiberale e leader di "Chega!", André Ventura, battendolo 66,8 per cento a 33,2. È pur vero però che, nonostante la sua vittoria, l'estrema destra continua ad avanzare lentamente anche in Portogallo. Avvertendo questo pericolo, gran parte della società civile è scesa in campo a sostegno di Seguro con una lettera aperta dei "non socialisti per Seguro" con la quale i firmatari hanno chiarito che la sfida fosse tra liberali e illiberali e che loro avrebbero scelto il primo schieramento. Rifiutando in questo modo la lettura politica di Ventura, che associa il socialismo a corruzione e minaccia democratica e che crede che il passato più cupo del Portogallo sia il cinquantennio democratico iniziato nel 1974, non la dittatura che lo ha preceduto. La minaccia che Ventura rappresentava per il paese era tale che sono scesi a sostegno di Seguro anche alcune figure della “destra storica”. Fra questi l’ex presidente della Repubblica, Aníbal Cavaco Silva, e l’ex vicepremier degli anni della troika, Paulo Portas.
Pas, il partito filo europeo vince in Moldavia
Anche alle elezioni parlamentari in Moldavia, che si sono tenute il 28 settembre 2025, c'è stata una nettissima vittoria del pro europeo "Partito azione e solidarietà" che ha vinto contro il filo-russo "Blocco Patriottico", un'alleanza di partiti di sinistra filorussi che vede tra i suoi membri l'ex presidente moldavo Igor Dodon, che sostiene che l'integrazione europea rappresenti una minaccia per l'indipendenza della Moldavia e vuole legami più stretti con la Russia. Nonostante Mosca avesse reclutato i sacerdoti moldavi per interferire nelle elezioni e avesse investito ingenti risorse per influenzare le elezioni ricorrendo anche alla guerra ibrida contro la filoeuropeista Maia Sandu, con tutto l'armamentario di disinformazione, influencer e bot pro-russi sui social, Pas ha comunque ottenuto il 50,20 per cento dei voti e la maggioranza assoluta in parlamento – i filo-russi si sono fermati al 24,17 per cento. Queste elezioni sono state definite "cruciali" per il futuro europeo del paese, uno spartiacque tra la possibilità di proseguire il suo percorso di integrazione occidentale o tornare nell'orbita dell’influenza russa. Il risultato è leggermente inferiore a quello di quattro anni fa, ma permette a Sandu di reclamare una vittoria decisiva, dopo quella che ha portato alla sua rielezione lo scorso anno e il “sì” nel referendum per iscrivere la volontà di adesione all'Ue nella Costituzione.
Jetten argina l'estrema destra nei Paesi Bassi
Poi c'è stato il voto nei Paesi Bassi, dopo che il leader dell'estrema destra Geert Wilders ha fatto cadere il governo di cui faceva parte ritirando il suo "Partito per la Libertà" (Pvv) dalla coalizione. Il 29 ottobre quindi nel paese si sono tenute le elezioni legislative e gli olandesi hanno deciso di tornare al centro, premiando il partito più europeista, quello dei liberali di sinistra dei D66 di Rob Jetten, e punendo il più anti europeo, quello di Wilders. I due partiti sono separati solo da quindicimila voti e ciascuno dei due ha ottenuto 26 seggi in Parlamento, ma si tratta di dettagli. Jetten ha portato i liberali di sinistra al loro massimo storico, guadagnando 17 deputati rispetto alle elezioni del 2023, Wilders dal canto suo ne ha persi 9, ma non è stato ancora sconfitto definitivamente perché l’indebolimento delle forze di estrema destra o populiste è molto limitato. Tutti insieme il Pvv, Ja21, il Forum per la democrazia, il Movimento civico contadino e gli ultraconservatori cristiani del Sgp hanno 49 seggi, un terzo della Camera bassa. Un dato che però si può trarre da queste elezioni è che i Paesi Bassi sono ritornati al centro.
Le doppie elezioni in Romania
Il 18 maggio 2025 Nicușor Dan, ex sindaco di Bucarest, ha vinto le presidenziali in Romania, infliggendo una chiara e sorprendente sconfitta al candidato di estrema destra, George Simion che era arrivato nettamente in testa al primo turno di due settimane prima. Dopo una partecipazione massiccia al secondo turno, Dan ha ottenuto il 54 per cento contro il 46 per cento del leader del partito Aur che al Parlamento europeo fa parte di Ecr. L'esito delle elezioni in Romania non era per nulla scontato e l'Ue si stava già preparando alla prospettiva di ritrovarsi un leader nazionalista, allineato sia Trump sia a Putin attorno al tavolo del Consiglio europeo. Senza contare che le precedenti presidenziali erano state annullate a dicembre 2024 dalla Corte costituzionale per il ruolo giocato da Mosca a favore del candidato filo russo, Calin Georgescu. Alla base di questa decisione senza precedenti per uno stato membro dell’Ue c'è una serie di rapporti di intelligence, secondo i quali una campagna coordinata dalla Russia ha permesso al candidato di estrema destra di vincere a sorpresa il primo turno delle presidenziali. Dopo la vittoria di Nicușor Dan, Mujtaba Rahman, direttore per l'Europa dell'Eurasia Group, aveva detto: è stata “una notte relativamente buona per la democrazia in Europa. L'effetto positivo di Trump continua”.
La rimonta dei liberali in Canada
L'effetto Trump si è visto anche in Canada. È stato lo stesso premier Mark Carney a rendere le elezioni federali del 28 aprile un referendum di fatto sulla figura del presidente americano, soprattutto per via della vicinanza del suo rivale, Poilievre, alle posizioni trumpiane, e la strategia ha pagato. In un paese che, secondo i dati di Politico, vede tre quarti dei cittadini avere un’opinione negativa di Trump, una posizione netta e scevra di simpatie pregresse per il movimento Maga ha conquistato i favori di una buona parte dell’elettorato. Carney alla fine è stato riconfermato primo ministro con il 43,76 per cento dei voti contro il 41,31 per cento di Poilievre. Ma questi dati non raccontano la rimonta che hanno fatto i liberali nei mesi subito prima del voto: a inizio anno si trovavano venti punti sotto ai Conservatori, e alcuni maggiorenti del partito avevano paura di non riuscire a raggiungere la doppia cifra di seggi alle elezioni. Ma, e qui si vede l'effetto Trump, l’imposizione di dazi e la minaccia di render il Canada il cinquantunesimo stato dell’Unione, hanno ridato linfa al partito.
Le minacce trumpiane alla Groenlandia
Dopo la minaccia di annessione dell’isola da parte di Trump, le elezioni in Groenlandia dell'11 marzo 2025 hanno attirato l'attenzione di tutto l'occidente, ma il messaggio al presidente americano è arrivato forte: il paese non è in vendita. Con il 30,26 per cento dei voti ha vinto il "Demokraatit Party", partito di centro-destra favorevole all’indipendenza dalla Danimarca, ma con un approccio graduale. Mentre è arrivato secondo, con il 24,77 per cento, il partito nazionalista "Naleraq", favorevole a un’indipendenza più rapida, che pur senza sponsorizzare apertamente l’idea dell’annessione agli Stati Uniti vedeva con favore l’interesse di Washington come spinta a recidere i legami con Copenaghen.
Il pericolo "Temu Trump" in Australia
Il 3 maggio invece gli australiani hanno votato per il rinnovo del Parlamento federale e, anche in quel caso, il dibattito elettorale è stato in parte incentrato sui rapporti che Canberra avrebbe dovuto intrattenere con l'amministrazione americana e con il nuovo mondo creato da Donald Trump, fatto di minacce, dazi e relazioni con gli alleati che diventano nemici. Le elezioni si sono infatti giocate sui temi economici, dell’immigrazione, e sulle influenze straniere: a quella cinese si aggiunge questa volta anche quella di Trump. Il risultato delle urne ha premiato il premier uscente Anthony Albanese, alla guida del Partito laburista, che ha vinto contro lo sfidante Peter Dutton, che aveva preso la leadership del partito Liberale. Ex poliziotto, Dutton è l’uomo law and order che stima Trump e dice di essere in grado di gestirlo e che l’Australia deve fare l’Australia, sulla falsariga del principio Make America Great Again. Durante la campagna elettorale dopo aver descritto Trump come “un grande pensatore e uomo d’affari” e aver nominato la senatrice Jacinta Price come suo ministro ombra per l’Efficienza governativa (ricalcando il Doge di Musk), la coalizione conservatrice è crollata nei sondaggi: per gli australiani Dutton è diventato improvvisamente troppo trumpiano, conquistandosi il soprannome di “Temu Trump”, la versione cinese del presidente americano.