Gli anticorpi generati dall’Ue di fronte a Trump

Il ritorno alla Casa Bianca del tycoon ha favorito l'affermarsi delle forze europeiste, ha fatto diventare l'Europa il principale asset di riferimento dell'Ucraina e ha facilitato un cambiamento che nei quindici anni precedenti non si era verificato

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14 APR 26
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© foto Ansa

Agli ottimisti, per ringalluzzirsi, basta poco, a volte basta solo un dito, e potete immaginare cosa può succedere se al posto del solito dito ci si ritrova di fronte a un braccio. Le elezioni in Ungheria, con la sonora sconfitta rifilata a Viktor Orbán, da questo punto di vista sono un formidabile toccasana per chiunque cerchi di vedere il mondo senza farsi travolgere dagli istinti catastrofisti. La fine di Orbán non sappiamo se coinciderà con la fine dell’orbanismo ma sappiamo che è lì a suggerirci un tema che per quanto possa essere paradossale è molto presente da quando Donald Trump è tornato alla Casa Bianca: la capacità sistematica con cui il presidente americano è riuscito a far raggiungere all’Europa risultati opposti rispetto a quelli che si era prefissato. Trump voleva dividere l’Europa, sabotarla politicamente, indebolirla economicamente, straziarla militarmente, renderla strategicamente più vulnerabile alle minacce esterne. Nel giro di quindici mesi però si può dire che i progressi che l’Europa ha registrato sono stati superiori a quelli registrati negli ultimi quindici anni. Economicamente, l’Europa è riuscita a trasformare i dazi di Trump, che al momento hanno generato risultati negativi più per l’America che per l’Europa, in un’occasione per aprire i mercati e vedere anche i follower del trumpismo schierati a difesa della globalizzazione è uno spettacolo per cui valeva la pena pagare il biglietto.
Strategicamente, l’Europa è diventata il principale asset di riferimento dell’Ucraina, e insieme con il Regno Unito finanzia la resistenza di Kyiv in modo più rilevante di quanto non lo facciano gli Stati Uniti. Da quando è tornato Trump, l’Europa ha iniziato a ragionare con più forza che mai sulla competitività, sulla necessità di adottare il modello delle due velocità, sull’importanza di mettere a terra il sistema degli Eurobond, per la prima volta adottato per la ricostruzione dell’Ucraina. E giusto ieri, Ursula von der Leyen ha annunciato che, dopo la sconfitta di Orbán, l’Ue ha il dovere di discutere dell’abolizione del diritto di veto nella politica estera dell’Unione. In quindici mesi, poi, Trump ha indotto nell’Europa cambiamenti incredibili, sorprendenti, unici, forse irreversibili, anche se ovviamente non sufficienti. E il dato interessante del voto in Ungheria è lì che conferma anche un altro trend importante e incoraggiante. Un trend tutto politico ma anche culturale: chi prova a raccogliere voti facendo leva sul sentimento anti ucraino non raccoglie consensi. Dal punto di vista politico, poi, il trumpismo, in Europa, per gli alleati di Trump, è come la kryptonite per Superman: li indebolisce, li intossica, li rende fragili proprio mentre credono di diventare più forti. Prima di Orbán il catalogo è vario. Nel 2025, gli europeisti si sono affermati in Germania, nonostante le ingerenze di Trump a favore dell’AfD. Si sono affermati in Romania, nonostante le ingerenze dei russi. Si sono affermati in Moldavia, dove hanno doppiato i filorussi. Si sono affermati in Olanda, dove hanno cacciato dal governo un trumpiano doc come Geert Wilders. E in virtù di questa radioattività di Trump, da mesi i lepenisti, che hanno affidato a Jordan Bardella la guida del partito con lo stesso spirito con cui, ai tempi, Grillo affidò a Luigi Di Maio la guida del M5s, rassicurare, non spaventare, fanno finta di non conoscere Trump, lo ignorano, lo snobbano, lo attaccano persino. Il virus del trumpismo, a contatto con l’Europa, ha generato anticorpi preziosi adottati da molti paesi per immunizzarsi da Trump.
Meloni, in Italia, è consapevole che Trump tutto quello che tocca tende a distruggerlo, come un Re Mida al contrario, che trasforma in melma quello che Re Mida trasformava in oro, e per quanto le politiche della premier non possano considerarsi esattamente allineate a quelle di Trump, basti pensare alle posizioni opposte sull’Ucraina, è un fatto che Trump costringa Meloni a un’unica strada per emanciparsi dal trumpismo: accelerare il percorso verso la trasformazione di Fratelli d’Italia in un partito più europeista, meno trumpiano, meno orbaniano. La fine di Orbán per Meloni, in fondo, non è solo una sconfitta politica ma è anche una iattura strategica. Con un Orbán presente al Consiglio europeo Meloni aveva gioco facile ad apparire moderata, stando quasi immobile: bastava il paragone. Senza un Orbán in Consiglio europeo Meloni dovrà invece trovare un modo creativo per non essere infettata dal virus del trumpismo, virus che ha certamente avuto un peso nella sconfitta referendaria. E per farlo non c’è altro modo se non quello di fare nuovi passi verso la destra popolare e fare nuovi passi lontano dalla destra populista. Fino a che questo non accadrà – viste tutte le scelleratezze compiute da Trump, comprese le sberle inviate ieri a Papa Leone –, per quanto Meloni possa essere distante da Trump non lo sarà mai abbastanza per essere al riparo dal rischio kryptonite. Estremisti isolati, putiniani limitati, protezionisti sconfitti, Europa rivitalizzata. Chi lo avrebbe mai detto che il più grande asset per la modernizzazione dell’Europa sarebbe stato uno dei suoi nemici più feroci? Il virus trumpiano fa male, gli anticorpi prodotti in Europa, almeno per il momento, sono uno spettacolo della natura.