Quel che è successo a Islamabad e che cosa Trump vuole provare ora

Dopo il fallimento dei negoziati per il mancato accordo sul nucleare iraniano ora l'obiettivo del tycoon non è il conflitto armato, ma stringere in una morsa economica un Iran duramente provato, per vedere se i suoi leader sceglieranno una rotta diversa in vista di un accordo ampio e complessivo

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13 APR 26
Ultimo aggiornamento: 03:11 PM
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© foto Ansa

“Eccoci qui, l’incontro è andato bene”, ha dichiarato il Grande Narratore (Donald Trump, ndr) poche ore dopo che la maratona negoziale con l’Iran – iniziata sabato a Islamabad e durata ventuno ore – si era conclusa. “La maggior parte dei punti di discussione è stata concordata, ma l’unico che contava davvero, il NUCLEARE, non lo è stato”. E così – di colpo – il presidente Donald Trump ha annunciato che, per ottenere un accordo migliore, avrebbe bloccato lo Stretto di Hormuz. Alcuni commentatori hanno ipotizzato che, dopo il fallimento dei negoziati di Islamabad, gli Stati Uniti potessero addentrarsi in un’altra forever war – che i colloqui potessero essere il preludio a una nuova e forse più pericolosa fase del conflitto.
Dopo aver parlato domenica con persone a conoscenza dei negoziati, ho la sensazione che l’impasse di Islamabad non significhi necessariamente un ritorno alla guerra. Il blocco di Hormuz è senza dubbio una tattica di pressione, ma non primariamente militare. Trump non ha alcun appetito per ulteriori conflitti armati. Sa che i margini di guadagno sono limitati e che il tail risk, come amano dire i trader finanziari, il rischio di eventi estremi, è elevato. Il suo obiettivo è piuttosto quello di stringere in una morsa economica un Iran duramente provato, per vedere se i suoi leader sceglieranno una rotta diversa in vista di un accordo ampio e complessivo. La parte americana si aspetta che, nonostante lo stallo dello scorso fine settimana a Islamabad, i contatti continuino probabilmente attraverso intermediari pachistani. La destinazione di Trump è ancora la corsia che porta all’uscita.
“Se non riesci a risolvere un problema, ingrandiscilo”. Questo consiglio, spesso attribuito al presidente Dwight D. Eisenhower, sembra essere la strategia di Trump. Con il regime iraniano ancora in piedi dopo settimane di intensi bombardamenti, e ancora in possesso di carte importanti – i resti del suo programma nucleare e la capacità di bloccare i traffici attraverso lo Stretto di Hormuz – Trump ha deciso di proporre quello che lui stesso potrebbe chiamare “un accordo Tiffany”: un grande e luccicante pacchetto di benefici economici, compresa la rimozione delle sanzioni, in cambio della rinuncia totale al programma nucleare e missilistico iraniano e al sostegno alle milizie proxy.
I colloqui di Islamabad sono partiti, prevedibilmente, con le carte sul tavolo: il vicepresidente americano J. D. Vance e il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf hanno fissato le rispettive posizioni di partenza, hanno riferito fonti bene informate. Ma dopo lunghe ore di discussione, Ghalibaf aveva impressionato il team americano, è un negoziatore raffinato e competente, oltre che il potenziale leader di un Iran nuovo. Alcuni funzionari ritengono che altri esponenti dei pasdaran iraniani stiano aprendo canali propri, perché vogliono fare parte del futuro del paese.
Potrebbe essere tutto un wishful thinking, come quello che i funzionari americani elargirono in passato riguardo all’Iraq e all’Afghanistan. Ghalibaf cerca di proporsi come un’alternativa pragmatica, da forum di Davos, alla teocrazia. Lo descrissi per la prima volta come un “funambolo” nel 2006, quando da sindaco di Teheran voleva aggiustare le buche nelle strade e raccogliere i rifiuti e “forse sfuggire allo scontro apocalittico con l’occidente” dei suoi rivali. Ora, vent’anni dopo, è giunto il momento per Ghalibaf – aspirante uomo del cambiamento – di dimostrare chi è, o di tacere.
L’Iran di oggi è a pezzi, nonostante tutta la sua spavalderia: è quanto credono i funzionari americani. Il paese sta vivendo qualcosa di simile, sul piano militare, a un lockdown da Covid, con scarsissima attività economica dopo quaranta giorni di guerra. Trump ora intende stringere ulteriormente la morsa sull’economia, come un combattente dell’Ufc (la principale organizzazione mondiale di arti marziali miste, ndr) che tiene il rivale in una presa strangolante aspettando il tap out, la resa volontaria. Va detto: Trump aspetta questa resa dall’inizio della guerra, il 28 febbraio, e il suo eccessivo ottimismo è considerato da molti critici come il suo errore più grave.
La metafora del tap out è la logica del blocco. Una formula di sintesi per questa strategia potrebbe essere: “Operation Economic Epic Fury”. Si dice che Trump abbia riconosciuto che un attacco di terra o un’altra escalation militare rischierebbero di trascinare gli Stati Uniti in un pantano. Alla Casa Bianca si sta facendo strada la consapevolezza – come sostenevano i critici – che le guerre in medio oriente sono facili da iniziare e difficili da fermare. I funzionari dell’Amministrazione Trump intravedono tre possibili scenari mentre gli Stati Uniti stringono la morsa economica: primo, il regime potrebbe essere rovesciato – un esito che, a loro giudizio, è più probabile avvenga dopo la fine dei bombardamenti che durante; secondo, Ghalibaf o qualche altro nuovo leader potrebbe decidere di imboccare quello che il team Trump ha presentato come un “ponte d’oro” verso un futuro diverso; terzo, i falchi dei pasdaran potrebbero tentare di forzare il blocco o lanciare altri attacchi per strappare ulteriori concessioni americane.
Se un Iran ancora baldanzoso cercasse di sfruttare quelli che ritiene i propri vantaggi – attraverso attacchi militari o terroristici – Trump potrebbe trovarsi costretto all’escalation militare che spera di evitare. E’ questo il rischio della strategia adottata dal team dei trumpiani a Islamabad: hanno mostrato quanto gli Stati Uniti siano disposti a offrire per ottenere un accordo di pace. Ma Trump non negozia per piccoli passi. Crede che i piccoli accordi producano piccoli risultati. Questa è la logica: allargare la torta, anche mentre si stringe la pressione economica su Teheran affinché accetti le condizioni americane. L’obiettivo è convincere Ghalibaf e i suoi colleghi a trasformarsi da “causa rivoluzionaria”, che minaccia la regione, in un paese vero, capace di modernizzarsi in fretta e con profitto, come i vicini Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti dall’altra parte del Golfo.
Questo arco – dalla causa rivoluzionaria alla nazione – è il modo in cui l'ex segretario di stato Henry Kissinger amava descrivere ciò che sarebbe servito per stabilizzare l’Iran e il medio oriente. Nel corso della storia, simili momenti di riallineamento hanno fatto seguito alle guerre, come scrisse nel suo primo libro, “A World Restored”. Kissinger spiegò come nel 1815, dopo le guerre napoleoniche, il Congresso di Vienna avesse riconciliato le potenze rivoluzionarie emergenti dell’Europa con le potenze dello status quo. Siamo a uno di quei momenti di svolta che Kissinger immaginava? Quando si parla di medio oriente, è solitamente saggio non scommettere su simili esiti ottimistici. Per 47 anni i leader iraniani hanno fatto scelte sbagliate, spesso emulate dagli Stati Uniti e da Israele. Eppure le immagini di questo fine settimana da Islamabad – un vicepresidente americano e il presidente del Parlamento iraniano a parlare tutta la notte della forma di un possibile accordo – avevano al tempo stesso la qualità dell’impossibile e dell’inevitabile.

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