Ieri il presidente americano Donald Trump,
annunciando il blocco navale a Hormuz, ha aumentato la pressione contro il regime iraniano: se prima del cessate il fuoco la guerra aveva ufficialmente come obiettivo quello di indebolire la leadership iraniana e i suoi armamenti, attuali e futuri, adesso
il capo della Casa Bianca vuole togliere anche il ricatto di Hormuz dalle mani dei pasdaran. L’annuncio del blocco navale è arrivato quando in Italia era il primo pomeriggio di ieri, dopo il
fallimento dei colloqui di sabato a Islamabad, che sono durati 21 ore prima che il vicepresidente americano J. D. Vance, a capo della delegazione che avrebbe dovuto trovare un accordo con gli iraniani, ripartisse per Washington.
Il blocco di Hormuz da parte dell’Iran, per molti anni minacciato e infine posto in essere da 44 giorni – limitando i passaggi a nazioni amiche, a chi fa accordi diretti con Teheran, e a chi paga il “pedaggio” – è illegale dal punto di vista del diritto internazionale. E la limitazione dei passaggi ha portato già a conseguenze economiche e di approvvigionamento energetico emergenziali, soprattutto nella regione asiatica. L’unico paese che ha chiarito di non avere nessuna intenzione di fare accordi con Teheran è stato Singapore, tramite il suo ministro degli Esteri Vivian Balakrishnan, che qualche giorno fa ha detto in Parlamento molto chiaramente: “Esiste un diritto di transito. Non è un privilegio che deve essere concesso dallo stato confinante, non è un permesso che va implorato, non è un pedaggio da pagare”. Ma Singapore per ora è un caso isolato.
Quello che Trump ha annunciato ieri è un blocco navale “con effetto immediato” per rompere un altro blocco navale de facto. Un’apparente contraddizione che ha sorpreso anche gli americani: “Non capisco come il blocco dello Stretto possa in qualche modo spingere gli iraniani ad aprirlo”, ha detto ieri alla Cnn Mark Warner, senatore democratico e vicepresidente del Comitato ristretto per l’intelligence. Tanto più che alle minacce di Trump ha risposto ieri la Marina dei Guardiani della rivoluzione, che ha fatto sapere che “qualsiasi errore di calcolo o mossa ostile” intrappolerebbe gli Stati Uniti “nelle correnti mortali dello Stretto”.
In realtà, secondo quanto riportato ieri dai media specializzati in strategia navale, il blocco di Hormuz sarebbe il vero colpo all’economia del regime iraniano, ma c’è un motivo se finora la Casa Bianca non ha provato a chiuderlo per prima, nonostante la superiorità militare statunitense: bloccare completamente il transito, anche quello iraniano, avrebbe la conseguenza di far aumentare ulteriormente i prezzi globali dell’energia in modo difficilmente sostenibile, in un momento in cui l’Amministrazione americana è già sotto pressione interna per il costo della benzina. Il cambio di passo di ieri è compatibile con le tattiche di escalation finora già usate da Trump, per spingere di nuovo gli iraniani a colloqui – o, nella logica del presidente americano, alla resa.
I negoziati ospitati dal Pakistan sono falliti velocemente, in una riedizione di quelli sul nucleare con la Corea del nord, falliti a febbraio del 2019 quando Trump annunciò di aver “lasciato il tavolo” di Hanoi con il dittatore Kim Jong Un. Secondo quanto riferito da Reuters, sabato Teheran avrebbe respinto, come previsto, le principali richieste avanzate da Washington, tra cui la fine dell’arricchimento dell’uranio e lo smantellamento dei principali impianti nucleari. Ma i negoziatori iraniani avrebbero anche rifiutato di interrompere il sostegno ai proxy come Hamas, Hezbollah e Houthi, oltre a non accettare una piena riapertura dello Stretto di Hormuz.
L’altro ieri, mentre i negoziati erano ancora in corso, le forze del Comando centrale degli Stati Uniti (il Centcom) avevano già dispiegato due cacciatorpediniere della Marina per “operazioni preliminari per la bonifica delle mine nello Stretto”, e ieri Trump ha detto che anche “altri paesi della Nato” adesso parteciperanno alla bonifica – ieri il governo inglese ha fatto sapere di stare lavorando a una coalizione “con la Francia e altri partner” per tenere aperto lo Stretto.
Il vero rischio di usare un’espressione precisa come “blocco navale” è di allargare lo scontro oltre il confronto diretto con Teheran. Le poche navi che sono riuscite a transitare nello Stretto grazie ad accordi specifici con l’Iran sono soprattutto cinesi, indiane e pachistane. Un eventuale ordine di interdizione da parte di Trump finirebbe quindi per colpire anche le navi che servono questi traffici. Ma c’è di più, perché secondo un’esclusiva della Cnn, l’intelligence americana ritiene che la Cina stia preparando l’invio all’Iran di sistemi antiaerei portatili (Manpads), forse attraverso paesi terzi per mascherarne l’origine. Pechino ha smentito, e Trump ha reagito minacciando dazi del 50 per cento in caso di trasferimenti, ma ha detto di credere che “non lo faranno, abbiamo un buon rapporto”. (giu.pom)