I bisbigli nella delegazione iraniana, il vocione americano e il pendolo tra la tregua e la guerra

Dopo aver minacciato l’Apocalisse, Trump sembra incline a raggiungere un deal. Ma non è affatto scontato che si possa raggiungere entro due settimane. Per il regime il problema non è tanto la guerra, ma la pace che svela il suo sconquasso

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11 APR 26
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Funzionari della sicurezza pakistani a un posto di blocco, mentre le misure di sicurezza sono state intensificate in vista della visita delle delegazioni statunitense e iraniana a Islamabad. Foto Ansa

All’Hotel Serena di Islamabad l’atmosfera è febbrile, per motivi di sicurezza le autorità pachistane non hanno fornito dettagli sul luogo in cui si svolgeranno i colloqui tra Iran e Stati Uniti, ma l’albergo, noto in città per le boiserie e i lampadari di cristallo rosa, è stato svuotato in fretta e furia per far posto ad alcune delle delegazioni, per cui la circolazione delle macchine è stata interrotta entro un raggio di tre chilometri, i sentieri che risalgono le lussureggianti colline sovrastanti sono stati bloccati, e tutt’intorno, le strade pullulano di checkpoint, segnalati dalla presenza di container navali e filo spinato oltre che da un numero impressionante di soldati. Per il Pakistan, comunque vadano le cose si tratta già di un piccolo trionfo diplomatico.
Ieri, con un inusuale sfoggio di disponibilità e di entusiasmo, il ministro degli Esteri Ishaq Dar ha annunciato che i giornalisti dei paesi coinvolti nel negoziato potranno recarsi in Pakistan liberamente e richiedere un visto una volta arrivati. Ma nonostante i buoni uffici degli anfitrioni di Islamabad, le sensazioni della vigilia restano ondivaghe. Dopo aver minacciato l’Apocalisse il presidente americano Donald Trump sembra stanco della guerra e incline a raggiungere un deal (ieri l’indice dei prezzi al consumo certificava un salto dell’inflazione del 3,3 per cento negli Stati Uniti nel mese di marzo), quanto a Teheran si presenta al tavolo della trattativa dopo aver superato l’iniziale intransigenza nei confronti dell’ipotesi di una tregua temporanea (un’apertura contro la quale alcuni settori del suo establishment, votati a un approccio massimalista, seguitano a rumoreggiare). Alcuni analisti hanno salutato con favore i nuovi innesti nelle delegazioni, l’esordio del vicepresidente J. D. Vance, di cui sono note le posizioni contrarie al conflitto, e del capo del Parlamento iraniano, Mohammed Bagher Ghalibaf, uno degli uomini forti del regime, prepotentemente spinto sulla scena dall’ondata di decapitazioni alla leadership khameneista, di contro la presenza del nuovo segretario del Supremo consiglio per la sicurezza nazionale, l’inflessibile Mohammad Bagher Zolghadr, è ritenuta assai più problematica, soprattutto in ragione della sua vicinanza ad Ahmad Vahidi, nuovo dominus dei pasdaran assai sospettoso riguardo alle ambizioni del ben più malleabile (e opportunista) Ghalibaf. Ma al netto dei sussurri, sulla carta, la distanza tra i 15 punti dell’Amministrazione Trump e le diverse varianti del piano in 10 punti fatto circolare dalla Repubblica islamica, appare difficile da colmare. E su questa incertezza esacerbata dal deficit di fiducia reciproca, da minuzie tecniche e tattiche e da questioni sostanziali come i missili, i proxy e l’uranio arricchito, pesano l’incognita del Libano e il nodo irrisolto dello Stretto di Hormuz.
A 24 ore dall’inizio dei colloqui, Vance si è detto possibilista e ha citato Trump ribadendo che se la controparte è disposta a negoziare in buona fede, Washington sarà pronta a tenderle la mano. E tuttavia la strada per la pace resta in salita. Ieri, proprio mentre Vance si accingeva a salire sull’Air Force Two, il capo di Hezbollah Naim Qassem invitava il governo libanese a smetterla di offrire “concessioni gratuite” a Israele e Ghalibaf si affrettava a tuonare che Teheran non prenderà parte ad alcun negoziato a meno che siano soddisfatte due condizioni: l’implementazione del cessate il fuoco in Libano e lo sblocco dei suoi asset. Su questo punto non è chiaro a quali asset alluda precisamente Ghalibaf, sta di fatto che a stretto giro Trump ribatteva su Truth: “Stiamo armando le navi con le migliori armi mai fabbricate (…). Gli iraniani non sembrano rendersi conto di non avere alcuna carta da giocare”.
A cinque settimane dall’inizio del conflitto, il pendolo tra la guerra e la tregua, tra la tregua e la pace, seguita a oscillare e non è affatto chiaro che si possa raggiungere un accordo entro la finestra di due settimane previste da Washington per la trattativa. Ma per Teheran esiste pure un’altra incognita. La pace. La pace che rischia di trasformarsi in un problema enorme. Perché la guerra in fondo è nel dna della Repubblica islamica. La guerra Iran-Iraq l’ha forgiata. La guerra ricompatta la base ideologica, il nocciolo duro della Repubblica islamica e accorcia le distanze tra i suoi centri di potere. In guerra c’è solo da combattere e da resistere. Per il regime è la pace il problema, lo sconquasso dell’economia da affrontare, gli appetiti degli insider pronti a riemergere, lo spettro indecente di un’ipotetica normalizzazione da difendere e il ritorno a una realtà in cui nessuna delle questioni che hanno fatto esplodere ondate di manifestazioni via via più intense, radicali e partecipate è stata risolta.