Lezioni per la destra italiana dalla goduriosa sconfitta di Orbán

La vergogna del sostegno di Meloni e Salvini, il tocco magico di Trump, che affonda quello che tocca. Archiviato Orbán non resta che archiviare l’orbanismo. Che cosa vuol dire per la destra fare una scelta di campo sull’Europa

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13 APR 26
Ultimo aggiornamento: 07:49 AM
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Hungary's Prime Minister Viktor Orban, right, and his spouse Aniko Levai cast their ballots at a polling station in Budapest, Hungary, Sunday, April 12, 2026. (AP Photo/Petr David Josek)

C’entra il tocco magico di Trump, che tutto quello che sfiora distrugge, destre comprese. C’entra l’anti europeismo che continua a perdere qualche pezzo. C’entra l’asfissia di un paese ostaggio per anni di un despota che per fortuna non è riuscito a distruggere fino in fondo la democrazia di un paese europeo, anche grazie all’Unione europea. Ci sarà tempo per commentare i risultati delle elezioni ungheresi, con tutto quello che possono comportare per il futuro dell’Europa, per il futuro del trumpismo, per il futuro dei suoi follower, per tutti coloro che, dalla Russia alla Cina, avevano scommesso sulla vittoria di Viktor Orbán, compresi il premier italiano, Giorgia Meloni, e il suo vice, Matteo Salvini, che chissà se mai capiranno quanto sia stato vergognoso, orribile, osceno sostenere una quinta colonna dei nemici dell’Europa.
Ci sarà tempo per fare le valutazioni opportune su cosa può cambiare, per l’Europa, dal risultato di ieri, sullo stato di salute del movimento Maga in Europa, che prima ancora delle elezioni ungheresi non aveva avuto un effetto di trascinamento sulle destre europee e su quelle internazionali. Quello che però si può provare a mettere in fila già oggi, ragionando sul famigerato modello ungherese, è un tema che prescinde dal voto di ieri, che regala comunque grande gioia, ed è un tema che riguarda il rischio che corre una destra incapace di archiviare fino in fondo l’agenda Orbán. Emanciparsi dall’agenda Orbán, senza retorica, significa imparare a riconoscere i nemici dell’Europa. Imparare a riconoscere i nemici dell’Europa significa volersi concentrare sulla competitività europea. Concentrarsi sulla competitività europea significa avere a cuore l’autonomia dell’Europa. Avere a cuore l’autonomia dell’Europa non significa consegnare la nostra sovranità ai famosi burocrati di Bruxelles. Significa rendersi conto che in un mondo di giganti lavorare per un’Europa fatta di topolini vuol dire trasformare i paesi dell’Europa in prede per gli stati più grandi. Superare l’agenda Orbán significa, per le destre europee, e soprattutto per quelle italiane, fare una scelta di campo di fronte ad alcune emergenze della nostra contemporaneità.
Fino a che punto siamo disposti a considerare i confini dell’Ucraina come i confini della nostra democrazia? Fino a che punto siamo disposti a considerare la lotta anche energetica con Putin come un asset a difesa della nostra libertà? Fino a che punto siamo disposti a non confondere, in una guerra, la difesa della pace con la difesa degli aggressori? Fino a che punto siamo in grado di non spacciare le destre illiberali in garanti della nostra libertà? Fino a che punto siamo disposti a riconoscere che la diffusione del nazionalismo nel mondo è un virus che cozza con la difesa della nostra sovranità? Fino a che punto siamo disposti a riconoscere che le destre liberali non possono permettersi di essere complici di leader che utilizzano metodi autarchici per difendere il proprio potere? Fino a che punto siamo disposti ad ammettere, come ha scritto giorni fa Luciano Capone sul Foglio, che la promozione di una forma di capitalismo illiberale, oltre che essere una minaccia per la libertà economica e per gli interessi dei cittadini e per la crescita di un paese, non è altro che una faccia minacciosa della medaglia della “democrazia illiberale” teorizzata come modello politico? Fino a che punto la destra che sostiene di voler difendere la sovranità dei cittadini può permettersi di difendere un modello che ha fatto della cessione sistematica della sovranità di un paese agli interessi della Russia e della Cina un asset strategico, un proprio modello di sviluppo? E fino a che punto si può pensare che il rispetto dell’amicizia con un autocrate come Orbán possa valere più del rispetto dei valori non negoziabili di una democrazia che Orbán in questi anni ha fatto di tutto per restringere concentrando il potere attorno a sé, e ai suoi oligarchi, e utilizzando ogni forma di risorsa statale per consolidare il consenso, per ridurre il pluralismo politico e per reprimere il dissenso?
Separare il conservatorismo dall’illiberalismo, per la destra europea, non significa rinunciare a difendere identità, frontiere, famiglia, industria nazionale. Significa farlo senza rendere l’Europa più vulnerabile dinanzi ai suoi nemici, farlo senza rendere la democrazia più debole di fronte ai suoi avversari, farlo senza trasformare lo stato di diritto in una variabile negoziabile. Archiviare l’agenda Orbán, al netto dei risultati di ieri, che comunque pesano, che sono una batosta notevole sia per il presidente americano, che incassa un’altra meravigliosa sconfitta in Europa, significa questo per la destra. Significa combattere gli impostori della difesa della libertà e fare un passo in avanti per evitare che l’Europa, insieme ai suoi paesi membri, resti nel menù degli stati più grandi. Non è retorica: è la differenza tra chi sogna di diventare grande e chi accetta di restare una preda. La democrazia illiberale modello Orbán è tramontata. Ora non resta che sperare che a tramontare sia l’orbanismo. Il futuro di Meloni passa anche da qui.