L’Orbánomics non ha rafforzato l’autonomia dell’Ungheria, ma l’ha resa solo più fragile

Il primo ministro ungherese ha costruito un modello fatto di politiche industriali nazionaliste, capitalismo politico per gli amici, l'apertura verso l'Est e politiche sociali conservatrici. All'inizio funzionava, dopo 16 anni però ne sono emersi tutti i limiti

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8 APR 26
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epa12832064 Hungarian Prime Minister Viktor Orban arrives for a formal meeting of the members of the European Council in Brussels, Belgium, 19 March 2026. Leaders are expected to discuss the situation in the Middle East and Iran, continued support for Ukraine, European competitiveness, defence readiness and migration amid rising geopolitical and economic tensions. EPA/OLIVIER MATTHYS

Roma. “Insieme sosteniamo un’Europa che rispetti la sovranità nazionale”, aveva detto Giorgia Meloni nello spot elettorale con cui i leader mondiali della destra hanno espresso sostegno a Viktor Orbán. La posizione del primo ministro ungherese sulla guerra in Ucraina, totalmente schiacciata sugli interessi della Russia, suggerisce che il rispetto della sovranità nazionale non è in cima alle preoccupazioni di Orbán. E la sua intesa con tutti i nemici dell’Europa – da Putin a Xi Jinping passando per Trump – ne fanno in realtà il cavallo di Troia che mina dall’interno la sovranità europea. Ma anche sul piano strettamente nazionale, il modello economico di Orbán non ha rafforzato l’autonomia dell’Ungheria, anzi, l’ha resa più fragile. L’Orbanomics – un mix di politiche industriali nazionaliste, capitalismo politico per gli amici, apertura verso l’Est e politiche sociali conservatrici – è stato un modello economico tenacemente perseguito e costruito per 16 anni, in controtendenza con i principi ispiratori dell’Unione europea. Una sorta di “capitalismo illiberale”, che è l’altra faccia della medaglia della “democrazia illiberale” teorizzata come modello politico.
L’idea alla base del modello “sovranista” orbaniano era quello di costruire una classe di capitalisti nazionali, subordinata al governo, per rendere l’economia ungherese meno dipendente dalle crisi del capitalismo globale. D’altronde, dopo una prima parentesi di governo dal 1998 al 2002, Orbán torna al potere nel 2010 sull’onda della Grande crisi finanziaria del 2008-09 che travolse il governo dell’epoca costretto, vista la grave recessione, a chiedere aiuto al Fmi e ad attuare forti misure di austerità. I governi di Fidesz, che ottennero subito una supermaggioranza dei due terzi, hanno lavorato per costruire una sorta di scudo attorno all’economia nazionale a colpi di nazionalizzazioni (invertendo l’ondata di privatizzazioni successiva al crollo del comunismo) e controllo dei settori strategici (banche, media, energia) creando una rete oligarchica di imprenditori amici del partito di governo. Gli altri elementi del modello orbaniano erano la forte dipendenza energetica dalla Russia, che garantiva energia a basso costo (peraltro sussidiata dal governo) e il rafforzamento della presenza dell’industria automobilistica tedesca grazie al basso costo del lavoro (poi si è aggiunta l’apertura alla Cina per l’assemblaggio di veicoli elettrici). In aggiunta, c’erano ovviamente i fondi europei, di cui Budapest è stata a lungo massima beneficiaria: tra il 2014 e il 2020, l’Ungheria ha ricevuto il più alto livello di fondi strutturali pari in media al 3,2 per cento del pil annuo.
Per un po’ il modello ha funzionato, nei primi anni l’economia cresceva, la povertà diminuiva e la disoccupazione scendeva ai minimi. Poi i limiti sono emersi, soprattutto a partire dal 2020, quando dopo una serie di crisi – dal Covid all’invasione russa dell’Ucraina alla crisi energetica – l’Ungheria si è dimostrata più esposta agli choc esterni degli altri paesi dell’Europa centrale e orientale: l’Orbanomics ha fallito proprio nel suo obiettivo dichiarato. L’inflazione è schizzata alle stelle (la più alta in Europa nel 2022-23), il salario medio è tra i più bassi dell’Unione, la disoccupazione è aumentata. In ogni indicatore Budapest fa peggio dei suoi vicini (anche Romania e Croazia hanno superato l’Ungheria in termini di pil pro capite a parità di potere d’acquisto). Un’analisi del Cato institute, think tank libertario americano (leggi sotto l’intervista di Davide Mattone a Johan Norberg), mostra che l’Ungheria è il paese che dal 2010 al 2024 ha più ricevuto fondi europei (6.800 pro capite contro i 2.900 della Croazia), ma è cresciuta molto meno degli altri paesi della regione (+46,3 per cento contro +66,5 della Polonia e +62,6 della Romania). Un’analisi del Vienna Institute for International Economic Studies (Wiiw), un think tank austriaco, mostra come la performance economica dell’Ungheria sia stata più deludente dell’insieme dei paesi dell’Europa centrale, orientale e sud-orientale, sopratutto durante gli choc globali: nel periodo 2009-2026, quello con Orbán al governo, Budapest ha accumulato un ritardo di 7 punti di pil rispetto all’andamento della crescita del gruppo degli altri paesi europei centro-orientali. Questo “indica che il modello attuale potrebbe essere più suscettibile agli choc esterni rispetto ai modelli più ortodossi dei paesi vicini”. Negli ultimi anni, la svolta autoritaria e illiberale di Orbán ha imposto anche una sorta di tassa istituzionale agli ungheresi, dato che l’Ue ha congelato per vari anni i fondi europei che rappresentavano un motore importante della crescita ungherese. Le altre scelte strategiche, come fare affidamento sulla Russia come fornitore d’energia e sulla Cina come partner industriale (Budapest ha aderito alla Via della Seta), in una fase in cui con Mosca si chiudono i rubinetti e con Pechino aumentano le tensioni commerciali, hanno reso l’economia ungherese più esposta e vulnerabile alle crisi internazionali. L’opposto di ciò che il “sovranismo” economico aveva promesso: una fortezza con i muri di cartone.