L'inferno di Meloni: lockdown energetico, partecipate e il caso Cingolani. Salvini bussa alla Russia

La premier rispolvera il piano del 2022: ipotesi estrema targhe alterne, illuminazione pubblica razionata. C'è sapore di Draghi (amato dai Berlusconi). Previsti due vertici a Chigi: uno sulla sicurezza e l'altro sulle partecipate. L'usacita dolorosa di Cingolani da Leonardo
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7 APR 26
Ultimo aggiornamento: 07:40 AM
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Giorgia Meloni (Photo: Claudio Furlan/LaPresse)

Roma. Volete Trump o il lampione acceso? L’inferno di Meloni ha i capelli arancioni e minaccia l’apocalisse: “Aprite il maledetto Stretto, pazzi bastardi, o vivrete l’inferno”. Se non arriva oggi la tregua in Iran, arriva presto la targa alterna. La possibilità di un lockdown energetico, dopo le parole di Meloni, il viaggio in Arabia, la fine delle scorte negli aeroporti, fa parte dello scenario. Tornano d’attualità la frase “volete la pace o il condizionatore?” e la figura di Draghi. I burocrati nei ministeri e i Berlusconi fanno il nome dell’ex premier, anche solo per esorcizzare l’inferno. Sono previsti due tavoli a Chigi, uno per rilanciare i provvedimenti sulla sicurezza, con Piantedosi, e un altro sulle partecipate di stato, sui “veleni” a Leonardo, sul “caso” Cingolani. Salvini ora chiede all’Europa di acquistare gas russo. Il suo referendum è: o Putin o le candele.
Sta cadendo un altro tabù. Per rispondere alla crisi energetica, il governo è pronto a squadernare le misure da epoca orribile, quelle che facevano schiumare di rabbia la destra. Se la situazione a Hormuz dovesse peggiorare si parla di abbassare i gradi dei climatizzatori, di contingentare l’illuminazione pubblica e procedere con lo smart working. L’estremo, ma è l’estremo, sarebbe ricorrere alla circolazione a targhe alterne. Siamo passati dall’invito di Trump, agli europei, “andatevi a prendere il petrolio a Hormuz” alla frase “aprite il maledetto stretto, pazzi bastardi, o sarà l’inferno”. Raccontano che il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Pichetto, quando si trova a parlare in pubblico, chiede le ultime dichiarazioni di Trump, da cui “ormai dipende ogni cosa”. E’ la fase più sofferente di governo, un governo che ha fatto del rigore e del rispetto dei conti pubblici la sua cifra, un lavoro che vede svanire per una guerra non voluta, da un presidente che ha sempre definito Meloni “grande donna” e “amica”. La misura sulle accise scadrà il prossimo mese e viene dato per certo che sarà impossibile prorogarla ancora. Sta venendo a mancare denaro, lealtà, energia e non solo elettrica. A Meloni sta venendo a mancare Tajani. I Berlusconi non hanno mai apprezzato Trump e ricordano con piacere la stagione Draghi, inoltre hanno sempre desiderato un Draghi bis. Tajani si muove con un partito che vuole la testa del capogruppo, il consuocero Barelli, e con il fardello delle fideiussioni di Forza Italia, garantite dalla famiglia del Cavaliere. La Lega di Salvini è libera di dire quello che ha sempre pensato. Prima, il senatore Claudio Borghi e ieri, una nota ufficiale di partito per chiedere all’Europa di approvvigionarsi dalla Russia, perché “il sostegno a famiglie e imprese è urgente e non rinviabile: l’Europa prenda atto della situazione internazionale e valuti le forniture di petrolio e gas”. Salvini l’otto aprile si presenterà alla stampa estera per presentare la manifestazione che ha indetto a Milano. Lo fa il giorno prima del discorso di Meloni alle Camere. Già oggi, oltre l’informativa di Crosetto sul caso Sigonella, a Chigi, potrebbe tenersi un vertice Meloni-Piantedosi e non riguarda le ospitate di Claudia Conte, la giornalista innamorata del ministro, la “Carmen in prefettura”. Meloni vuole rilanciare, anche mediaticamente, i quattro provvedimenti sulla sicurezza: dl sicurezza, ddl sicurezza, ddl immigrazione, ddl polizia locale. L’altro vertice è convocato per sancire la sostituzione di Cingolani come ad di Leonardo. E’ un cambio pesante, intriso di rancori, nomine interne, scatti di carriera e promozioni finali prima dell’uscita. Al governo si processa la gestione interna di Leonardo, un sottosuolo che avrebbe favorito lo spiffero maligno volto a inquinare il clima. Pesano su Cingolani le vedute diverse sul Michelangelo Dome, il progetto caro all’ad, poco gradito agli americani, e ad altri partner europei, ma Cingolani paga lo spazio (e per spazi si intende anche quelli pubblicitari) lasciato a emissari. Al posto di Cingolani potrebbe arrivare l’ad di Fincantieri, Folgiero, e a Fincantieri essere nominato, Alessandro Ercolani, ceo di Rheinmetall. Vengono confermati Descalzi ad di Eni, Cattaneo ad di Enel, mentre a Terna, al posto di Giuseppina Di Foggia, dovrebbe essere scelto Pasqualino Monti che lascia la guida di Enav. Igor De Biasio, caro a Salvini, già presidente di Terna, sostituirebbe Monti come ad a Enav e permetterebbe a Stefano Cuzzilla, il nome gradito a Tajani, di essere nominato presidente di Terna. E’ in discussione anche la guida di Ferrovie. Salvini potrebbe dirsi favorevole alla sostituzione di Donnarumma con l’ad di Trenitalia, Gianpiero Strisciuglio. Mancano al momento sei sottosegretari e Meloni sta seriamente pensando di usare quelle caselle per puntellare ministeri. Alla Cultura rimarrebbero Giuli e Borgonzoni e i due sottosegretari mancanti andrebbero a rinforzare i dicasteri di Urso o Salvini. Ci sono ormai partecipate da disboscare, ministeri voragine. Il dannato è la Cultura dove abitano commissioni che bocciano documentari (come il documentario su Regeni) senza neppure averli visti (è stato bocciato con cinque voti su cinque) ma per giudizi che arrivano, e meglio non dire da dove arrivano. E’ una stagione all’inferno e non c’è più bellezza. Quella di Meloni si è fatta aspra come per Rimbaud: “Una sera, ho fatto sedere la Bellezza sulle mie ginocchia. – E l’ho trovata amara”.
Carmelo Caruso