Orbán battuto da Magyar. Cosa insegna all’Europa il voto in Ungheria

In un paese con la mentalità dell’assedio permanente, il nuovo ha risucchiato il vecchio. Affluenza oltre il 70 per cento. Un voto che diventa simbolo europeo: adattarsi al mondo o restare prigionieri di paure, alleanze controverse e nostalgie. I danni e la cura

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12 APR 26
Ultimo aggiornamento: 07:38 PM
Immagine di Orbán battuto da Magyar. Cosa insegna all’Europa il voto in Ungheria

Peter Magyar, leader del partito di opposizione Tisza, nel seggio a Budapest (AP Photo/Denes Erdos)

Budapest, dalla nostra inviata. L’Ungheria ha votato e per molti questo è stato il primo risultato da registrare. I seggi si sono aperti e chiusi, il sole di una Budapest che si è svegliata ha accompagnato il processo di qualcosa di nuovo che si è consumato con oltre il 70 per cento dell’affluenza. La faccia del nuovo la conosciamo a malapena, conosciamo il nome, Péter Magyar, sappiamo che viene dal vecchio, dallo stesso Fidesz che ha iniziato a sfidare circa due anni fa. Il vecchio invece lo conosciamo bene ed è il volto di un mondo che non si è adattato, che ha continuato a sbagliare, ha impoverito un paese scegliendo battaglie e alleati che lo hanno aiutato a consumarsi. L’Ungheria è il laboratorio di molti esperimenti – dell’appartenenza all’Ue come bancomat; delle amicizie speciali con Mosca e Pechino; dell’atlantismo anti Nato. Negli ultimi tre anni il modello si è logorato, Orbán è invecchiato con il suo messaggio e le sue promesse e tutto quello che è accaduto in Ungheria ha preso la forma di una battaglia fra il vecchio e il nuovo, che non coinvolge soltanto Budapest, ma tutta l’Europa.
Nei giorni a ridosso delle elezioni, la capitale è stata piena di eventi, gli ungheresi fanno campagna fino all’ultimo istante, è possibile anche fare propaganda politica fuori dai seggi, basta rimanere a distanza di un centinaio di metri. Venerdì sera un concerto che ha accolto migliaia di persone si è tramutato nella manifestazione di una piazza che voleva soltanto esserci, fare numero, ballare e cantare all’evento organizzato in Piazza degli eroi per dimostrare che la città era incuriosita dal cambiamento, era stufa del vecchio. Non c’era un coinvolgimento appassionato, gli slogan politici venivano scanditi con moderazione, quando partivano, in pochi facevano il coro. Non era una piazza arrabbiata, era una piazza intrigata da questa musica che si stava facendo politica con timidezza. La gente preferiva ballare che esprimere la propria opinione, ma sapeva che essere lì era già un messaggio. Il nuovo ha attratto, mobilitato, incuriosito. Il vecchio lo ha rincorso e ha voluto anche lui andare a Budapest: nella capitale Viktor Orbán ha organizzato il suo ultimo evento elettorale sabato sera, trascinando un popolo di anziani, famiglie e ultras al castello di Buda. Chi non era anziano, sembrava invecchiato, tutti parevano stanchi, tutti sembravano usciti da un mondo indolenzito, isolato, impaurito. Un gruppo di uomini grossi sfoggiava magliette che ritraevano il primo ministro e ogni tanto brandivano i megafoni per gridare il suo nome: “Viktor, Viktor”. Uno di loro, il più grosso di tutti, aveva sulla schiena e sul petto una vignetta con Orbán solo che a mani nude impedisce l’arrivo della Terza guerra mondiale. Orbán il salvatore, il custode, la sentinella del bastione ungherese. L’Ungheria è stata intrappolata in sedici anni di regno, si è chiusa a suon di timori, nemici, fantasmi che hanno portato l’impoverimento di un paese che dal 2022 è cresciuto soltanto dello 0,4 per cento, con l’inflazione più alta d’Europa e la disoccupazione in aumento. Chi era al comizio di Orbán chiedeva di essere salvato da ogni rischio, chiedeva di essere messo al sicuro, rinchiuso, costi quel che costi, anche il compromesso con Mosca, anche l’impoverimento.
Dall’ultima volta che gli ungheresi votarono per le politiche, il 2022, il mondo è cambiato. Chi si è adattato sta sopravvivendo, chi non lo fa avvizzisce. La guerra della Russia contro l’Ucraina ha accelerato tutto, gli ucraini sono diventati maestri di adattamento, chi è rimasto a glorificare il passato rischia di essere schiacciato. Orbán sul passato ha costruito un impero, sulla promessa di recuperare la grandezza e i territori perduti ha creato il suo assedio permanente nella testa degli ungheresi, convinti di aver subìto sempre e comunque un torto. Anche Magyar parla di passato, insiste sul Risorgimento ungherese, sulla Rivoluzione del 1956, ai comizi legge vecchie poesie, sa che il passato per l’Ungheria è importante: logora o ispira. I due si sono sfidati contendendosi tutto, anche brandelli di storia del paese. L’Ungheria ieri è diventata il laboratorio di una sfida nuova che interessa tutta l’Europa e riguarda l’adattamento agli scossoni del mondo: nuovo contro vecchio, velocità contro lentezza, glorie rivoluzionarie contro rivendicazioni storiche. Non è stata una sfida politica, è stata una lotta fisica, di resistenza, estetica.
Il più stanco ha perso, il più grosso è rimasto bloccato, il nostalgico non si è accorto che quello che stava fermando a mani nude non era la Terza guerra mondiale ma il futuro.