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L'ultimo comizio di Orbán in una piazza stanca quanto lui
L'Ungheria vota e il primo ministro è salito sul palco davanti al suo pubblico: anziani, tifosi, magliette, bandiere e l'unica provocazione possibile
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12 APR 26
Ultimo aggiornamento: 08:55 AM

AP Photo/Petr David Josek
Budapest, dalla nostra inviata. Non è l’Ungheria a essere cambiata, è Viktor Orbán che pare aver smarrito il tocco. Se per la prima volta da sedici anni, il primo ministro rischia di perdere le elezioni è perché è comparso un politico più lottatore, più attivo, più giovane, che nell’ipercinesia della sua campagna elettorale ricorda l’Orbán di molti anni fa e soprattutto parla di soldi, opportunità economiche perdute e corruzione di un sistema che ha soffocato la crescita del paese.
Il primo ministro ha scelto di tenere l’ultimo comizio prima del voto in Piazza della Santissima Trinità, uno spazio piccolo, nella città a lui più ostile, Budapest. Il suo pubblico è arrivato e sembrava stanco quanto lui. Un autobus arancione, con la scritta “scegli Fidesz”, ha portato qualche fedele sostenitore in cima al quartiere del castello di Buda, dove a piedi in tanti non sarebbero potuti arrivare. Il pubblico di Viktor Orbán è composto da molti anziani, qualche famiglia con bambini, tifosi che scandiscono il nome del premier e il motto “Forza Ungheria” come fossero allo stadio, urlando come ossessi dentro ai megafoni. Sono soltanto loro a mandare segni di vita, a scalmanarsi di tanto in tanto urlando “Viktor, Viktor”, battendo le mani come fossero dei tamburi. Gli altri sono immobili, qualcuno, previdente, ha portato dei piccoli sgabelli, molti paiono più interessati al tramonto dietro al palco che cade su uno dei belvedere più belli della capitale che all’arrivo del premier, salito per promettere la vittoria sempre, la vittoria ovunque, anche a Budapest.
Le bandiere del tricolore ungherese si agitano a singhiozzo, qualche signora si è presentata vestita interamente di arancione, il colore di Fidesz, pitturando anche le labbra in tinta. Sono piccole note di colore in una platea che non si scalda, che applaude con parsimonia, che pare distratta, anche quando lui, Orbán, per molti soltanto “Viktor”, arriva e prende la parola. Parla a lungo, più a lungo del solito. E questo è già un cambiamento perché il premier nelle sue apparizioni era conciso e affilato, poche parole, fendenti che agitavano bandiere e slogan. Ora chiacchiera senza trasporto, quasi non fosse un premier sul palco della sua ultima sera prima del voto, ma a un amministratore all’assemblea di condominio.
Molti indossano magliette con la faccia di Orbán, la maglia più originale è di un signore molto alto con i capelli lunghi raccolti in una coda e che sfoggia sulle spalle e sul petto l’immagine del primo ministro che contiene con caparbietà l’espandersi della Terza guerra mondiale. Dice che è l’unico che può dare questa garanzia, si fa fotografare con piacere, senza sorridere, con l’espressione dura e sicura. L’opposizione teme che se Orbán non riuscirà a vincere, interverrà la Russia e una delle paure che giravano prima del comizio del premier era che dei finti provocatori potessero arrivare a sabotare l’evento. Uno striscione è comparso all’improvviso con la scritta “Tovarishi konets”, Compagni è la fine. Poteva sembrare l’inizio dell’attesa finta provocazione, ma il piccolo gruppo con i cappucci neri in testa si scambia qualche urlo con una parte della folla e se ne va. Tutto è contenuto, il corrispondente russo della testata Izvestia spicca per la sua eleganza nel mezzo della folla. Soltanto una signora si avvicina a un gruppo di giornalisti per dire che o parlano bene di Orbán o non hanno il diritto di stare lì. Insiste, poi si allontana con aria incattivita e si dimentica di battere le mani mentre il premier parla.
Budapest è una città che Orbán ha perso da tempo, avrebbe potuto guadagnare un bagno di folla altrove, la scelta di Piazza della Santissima Trinità appare bizzarra, anche scomoda. Però basta uno sguardo attorno per cogliere un dettaglio: la piazza è piccola, si riempie con facilità, a colpo d’occhio è colma. Ma questa è Budapest, per Orbán è il resto che conta.
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Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)