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I sostenitori di Macron nelle periferie chiedono meno tecnici e tanta Europa

Un documentario ci porta fuori dal luccichio di Parigi dove la macronia ha toni e aspettative diversi

12 Settembre 2019 alle 08:31

I sostenitori di Macron nelle periferie chiedono meno tecnici e tanta Europa

Emmanuel Macron resta inaccessibile alla telecamera di Camille de Casabianca, eppure, la sua ombra è presente in tutto il film (foto LaPresse)

Parigi. “Et la France, ce n’est pas (que) Paris”. E’ concentrato in questa frase il senso del nuovo documentario di Camille de Casabianca, “Ça marche!?”, un viaggio nel cuore della macronia dimenticata, delle cosiddette “petites mains”, i militanti della Francia profonda che hanno trasformato il movimento En Marche! in una rivoluzione politica e civica. “Alla fine del 2016, per puro caso, lavoravo in un ufficio situato nello stesso immobile parigino in cui si erano stabiliti provvisoriamente i giovani marcheurs. Ci incrociavamo nella hall o in giardino, e poco a poco abbiamo cominciato a simpatizzare. Nella loro rapidità e nella loro foga vedevo qualcosa di cinematografico. Di romanzesco. Ero motivata da un’attrazione cinematografica per il nuovo, per ciò che si muove e produce idee”, ha spiegato a Mediapart Camille de Casabianca. Nei novanta minuti di documentario emerge ciò che accomuna i marcheurs sia tra i neofiti sia tra coloro che hanno già fatto esperienza con i partiti tradizionali, ma ne sono rimasti delusi: l’amore per l’Europa. “Riassumere En Marche! in un’ora e mezza non era facile. Quando sono arrivata con la telecamera, sono stata testimone di numerosi progetti, dalla formazione professionale all’ecologia, passando per lo yoga. Ma rapidamente, è emerso un tema che riassume il dna di En Marche!: l’Europa”, ha spiegato la regista.

 

Di nuovo en marche

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Emmanuel Macron resta inaccessibile alla telecamera di Camille de Casabianca, eppure, la sua ombra è presente in tutto il film, e i suoi discorsi sulla necessità di una révolution neoeuropeista vengono portati in giro per la Francia dai suoi rappresentanti, su tutti Mounir Mahjoubi, ex segretario di stato per l’Economia digitale, e Benjamin Griveaux, ex portavoce del governo e attuale candidato della République en marche al comune di Parigi. 

 

 

Con loro, i rappresentanti del giglio magico parigino della macronia, ci sono spesso incomprensioni, frizioni, distanze pressoché incolmabili sulle priorità del quotidiano, su cui la regista mette l’accento.

 

Quando il responsabile parigino degli Jeunes avec Macron, l’ala giovanile del partito macronista, difende l’aumento della “taxe carbone” per garantire la transizione ecologica – la scintilla che fece riversare nelle strade i gilet gialli consegnando il paese e il presidente a mesi di grandi instabilità e a diversi passi indietro – i militanti dicono che è pura “comunicazione 2.0, che viene dall’alto”. E quando l’ex ministro Mahjoubi cerca di spiegare il perché di alcune scelte del capo dello stato, una signora non aspetta un solo secondo per alzarsi e urlargli in faccia il suo disaccordo. Il periodo filmato da Camille de Casabianca va dalla fine del 2018, quando la crisi dei gilet gialli è al suo apice e si sta trasformando in una lotta molto più ampia, alla vigilia delle elezioni europee del 26 maggio. I gilet appaiono nella parte finale del documentario, perché ciò che interessa alla regista sono soprattutto i marcheurs, i giovani che si lanciano nella loro prima esperienza politica, ma anche a quelli più agés che avevano ormai perso le speranze, non credevano più a nessun partito, e con En Marche! hanno ritrovato il gusto della militanza, la bellezza del porta a porta, del contatto caldo con la gente. La telecamera della regista si infila con garbo nei caffè della provincia, quasi si nasconde, testimone silenziosa dei dibattiti animati della Francia rurale, lì dove i benefici della globalizzazione che fanno luccicare Parigi non sono ancora arrivati, la deindustrializzazione ha creato un vuoto in molte zone e la classe media pauperizzata grida il suo malcontento. Siamo nell’Aisne, nella Côte-d’Or, nell’Hérault, in Corsica, siamo nella Francia che chiede a Macron di essere un po’ meno “brutal”, irruento, quando risponde ai suoi concittadini, la Francia che fatica a capire la neolingua tecnocratica. “I tecnocrati hanno dimenticato l’aspetto umano, ma è proprio l’aspetto umano che ha fatto vincere Macron”, dice un marcheur.

 

E’ un paese che comunque sente di essere parte di una rivoluzione in corso, di un movimento di società assolutamente inedito in Europa. “Ça marche!?”, titola Camille de Casabianca. Funziona (il macronismo). Con un punto esclamativo, ma anche un punto di domanda.

Mauro Zanon

Nato a una manciata di chilometri da Venezia, nell’estate in cui Matthäus e Brehme sbarcarono nella parte giusta di Milano, abbandona il Nord, per Roma, quando la Lega era ancora celodurista e un ex avvocato del Cav. vinceva le presidenziali francesi. Nel 2009, decide di andare a Parigi, e di restarvi, dopo aver visto “Baci rubati” di Truffaut. Ha vissuto benino nella Francia di Sarkozy, male in quella di Hollande, e vive benissimo in quella di Macron (su cui ha scritto un libro, “Macron. La rivoluzione liberale francese”, Marsilio). Ama il cinema di Dino Risi, le canzoni di Mina, la cucina emiliana, le estati italiane, l’Andalusia e l’Inter di José Mourinho. Per Il Foglio, scrive di Francia e pariginismi. Collabora inoltre con il mensile francese Causeur.

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Commenti all'articolo

  • luigi.desa

    12 Settembre 2019 - 18:06

    Alla domanda rispondo. Perintanto la Francia da Luigi XV è stata la nazione più destabilizzante del vecchio continente ( famo la macelleria rivoluzionaria e l'ossimoro con l'affermazione di principi e valori universali e Napoleone uno e terzo indove li metto ) salvato dal ferreo contrasto inglese .La Francia superba mantiene ancora un atteggiamento coloniale con l'avallo dei vili parteners europei .Macron fighetto europeista ma con l'ambizione della Francia di essere il centro della UE contrastata con efficacia dalla Germania che è da sempre Deuthcland uber alles gott mit uns ( Hitler in fondo ripeteva solo la missione universale della Crucconia) .L'Europa unità più che un sogno un incubo aribaltato da creduli fideisti . La pace in Europa non è stato un patto di non belligeranza tra stati ma è stata la ridicolaggine di guerrette tra nazioni sotto la opposta est/ovest minaccia nucleare .telo immagine guerrette tra europei con i missili nucleari che America e Russia avrebbero

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