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Un Patto di stabilità più semplice

I paletti del dibattito, i posizionamenti europei e il prezzo della flessibilità

13 Settembre 2019 alle 06:00

Un Patto di stabilità più semplice

Ursula von der Leyen con i commissari europei (foto LaPresse)

Bruxelles. Riformare il Patto di stabilità e crescita è più facile a dirsi che a farsi, nel momento in cui gli stati membri dell’Unione europea iniziano a dibattere su come modificare le regole fiscali comuni partendo ognuno da posizioni diverse. L’Italia, con il governo Conte 2, ne ha fatto una priorità programmatica con la promessa di “promuovere le modifiche necessarie a superare l’eccessiva rigidità dei vincoli europei, che rendono le attuali politiche di bilancio pubblico orientate prevalentemente alla stabilità e meno alla crescita”. Il governo è anche riuscito a collocare Paolo Gentiloni nella cabina di regia delle proposte che verranno dalla Commissione entro fine anno. Ma il futuro commissario europeo all’Economia rischia di vedersi imporre una serie di paletti preventivi nelle riunioni informali di Eurogruppo e Ecofin che si aprono oggi a Helsinki. La discussione sulle regole fiscali è prevista domani mattina. La parola d’ordine non è “riforma” e nemmeno “revisione” (il termine usato da Sergio Mattarella nel suo messaggio a Cernobbio). Il motto è la “semplificazione” del Patto per abbandonare uno degli elementi che, paradossalmente, erano stati introdotti per dare ai governi più margine di manovra in funzione del ciclo economico: sostituire la riduzione del deficit strutturale con un tetto alla spesa nominale. Ma regole più chiare non significano portare il deficit al 2,9 per cento. Anzi, l’obiettivo di alcuni governi – Olanda in testa – è di togliere alla Commissione potere discrezionale e rendere automatiche procedure e sanzioni.

 

L’appetito per ritoccare il Patto di stabilità e crescita esiste per tre ragioni. Primo, la riforma adottata tra il 2011-2013 con il Six Pack e il Two Pack (oltre che con il mai applicato trattato sul Fiscal compact) ha consentito di abbassare i deficit, ma non ha avuto lo stesso effetto benefico sul debito. Lo ha scritto la presidenza finlandese dell’Ue in un documento preparatorio per l’Ecofin. Secondo, l’introduzione di sanzioni più severe per chi non rispetta gli obiettivi ha politicizzato il ruolo della Commissione che, invece di applicare le regole, si è messa a maneggiarle per permettere agli stati membri di sfuggire a procedure e multe. In sostanza, è questo uno dei messaggi contenuti in un rapporto dell’European Fiscal Board – il gruppo di saggi che sorveglia come la Commissione applica il Patto – pubblicato mercoledì. Terzo, la prima riforma del Patto di Stabilità adottata nel 2005 per renderlo meno “stupido” (l’aggettivo usato da Romano Prodi) ha generato un mostro incomprensibile alla gente comune e inattendibile per molti economisti: il deficit strutturale. Crescita potenziale, output gap e saldo netto strutturale hanno preso il posto di deficit e debito come misura di valutazione chiave per il rispetto delle regole. L’Italia da tempo contesta la metodologia di calcolo della crescita potenziale. Altri paesi hanno protestato quando la Commissione ha chiesto loro di ridurre il deficit strutturale dello 0,5 per cento di pil pur avendo avanzi di bilancio. Il modo in cui la Commissione ha applicato il criterio del deficit strutturale ha favorito politiche pro cicliche.

 

Ogni paese ha le sue ossessioni e, dunque, a Helsinki il dibattito rischia la cacofonia. La Francia vuole approfittare dei bassi tassi per spingere la “relance”. La Germania si nasconde dietro all’Olanda per proteggere il pareggio di bilancio. Eppure le piste per sbrogliare le regole attuali e semplificare il Patto sono state indicate da diversi economisti e puntano (quasi) tutte verso la stessa direzione: mettere un tetto all’aumento della spesa nominale netta in modo che non cresca più del pil nominale e cresca meno nei paesi a alto debito. Un gruppo di economisti francesi e tedeschi lo ha chiesto nel gennaio 2018 sotto la bandiera del Centre for Economic Policy Research. Il think tank Bruegel lo ha rilanciato un anno fa con un paper di Zsolt Darvas, Philippe Martin e Xavier Ragot. I saggi dell’European Fiscal Board suggeriscono “un limite semplice sul debito nel medio termine” con un obiettivo basato su “un tetto al tasso di crescita della spesa netta primaria”. Inoltre, per migliorare la qualità delle finanze pubbliche, i saggi propongono “l’introduzione di una golden rule limitata per proteggere gli investimenti pubblici” ed escludere “alcune spese” dal tetto della spesa. Dentro questi paletti Gentiloni potrebbe conquistare degli “zero virgola” preziosi per l’Italia in tempo di crisi, ma a un prezzo: quando c’è crescita si dovranno fare più sacrifici e la Commissione avrà meno margine per concedere flessibilità.

David Carretta

Corrispondente a Bruxelles per Radio Radicale. Da nove anni copre le istituzioni europee e altri eventi internazionali e cura una rassegna della stampa internazionale. Dal 2004 collabora regolarmente con il Foglio, scrivendo di Europa, Nato, relazioni transatlantiche, politica francese e Belgio. E' stato militante radicale, assistente al Parlamento europeo e tesoriere di Non c'è Pace senza Giustizia. Dopo un decennio a contatto con le istituzioni europee, il suo euro-entusiasmo si è trasformato in euro-realismo: l'Europa è quello che è, ma se non ci fosse bisognerebbe inventarla. Così anche per i radicali.

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