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Che caos, Ursula

Bocciata la candidata francese Goulard. C’è chi dice che così muore anche la Commissione von der Leyen

10 Ottobre 2019 alle 20:40

Che caos, Ursula

(Foto LaPresse)

Bruxelles. La Commissione di Ursula von der Leyen è morta ieri, prima ancora di vedere formalmente la luce, con la bocciatura di Sylvie Goulard da parte dell’Europarlamento. La candidata francese, insieme a Margrethe Vestager e Frans Timmermans, era uno dei pilastri del prossimo esecutivo comunitario: una personalità competente, europeista, aperta al mondo, schietta, capace di rispondere alla sfida di rendere l’Ue adatta al mondo di oggi e a quella posta da populisti e nazionalisti. Ma sin dal giorno dalla sua nomina è diventata ostaggio di una serie di “giochetti politici” – come li ha definiti l’Eliseo – con l’alibi di alcuni guai giudiziari e potenziali conflitti di interessi. In realtà, l’avviso di garanzia ricevuto due anni fa per la gestione dei fondi per gli assistenti parlamentari e la consulenza ben retribuita per un think tank c’entrano poco con la bocciatura. Il presidente del gruppo del Partito popolare europeo, Manfred Weber, ha voluto “uccidere” Goulard (parola usata in un messaggio interno del Ppe) per vendicarsi di Emmanuel Macron che gli ha impedito di diventare presidente della Commissione opponendosi agli Spitzenkandidaten. I socialisti si sono accodati. Gli estremisti di destra e di sinistra cantano vittoria per aver abbattuto una commissaria dell’establishment con la complicità dell’establishment.

Il significato della bocciatura di Goulard va ben oltre i ritardi che potrebbero esserci per trovare un sostituto e garantire l’entrata in funzione della nuova Commissione il 1° novembre. Secondo Janis Emmanouilidis dell’European Policy Centre, quelli che hanno votato contro “alla fine della giornata avranno danneggiato non solo l’Europarlamento”, ma “anche la nuova Commissione e la presidente” con “conseguenze potenziali di lungo periodo per l’Ue e gli stati membri”. La nuova Commissione sarà un’anatra zoppa. Il rigetto di Goulard è innanzitutto il sintomo della debolezza di von der Leyen, che da “esecutivo comunitario diventa esecutore delle decisioni altrui”, dice al Foglio un osservatore brussellese. Von der Leyen ha subìto la nomina di commissari discutibili da parte di alcuni stati membri. Ha accettato di attribuire i portafogli sulla base delle priorità nazionali. Sta faticando a convincere Ungheria e Romania, i cui primi candidati sono stati mandati a casa, a mandare commissari presentabili. Dopo aver ottenuto la fiducia per appena 9 voti in luglio, chiusa nel suo ufficio con fedelissimi che non conoscono le dinamiche interne all’Ue, von der Leyen non è stata in grado di convincere nemmeno i suoi amici del Ppe su un peso massimo della sua squadra.

Il “no” a Goulard è anche il risultato di un’assenza di leadership all’interno dei partiti che dovrebbero formare la maggioranza antisovranista. “Nessuno controlla più i parlamentari”, spiega un funzionario europeo: “Chi voterà in futuro per gli accordi commerciali, per la riforma di Dublino, per un Green deal costoso per imprese e per lavoratori?”. E’ il preludio di una legislatura europea ingovernabile. “Segna l’inizio della guerra”, avverte un deputato europeo liberale. Macron ha già preso le armi in mano, ha ricordato che la nomina di una popolare tedesca alla testa della Commissione è merito suo, ha raccontato pubblicamente che è stata von der Leyen a insistere su Goulard dopo aver ottenuto il “sì” di popolari e socialisti. Ha avvertito che nessuno deve toccare il “portafoglio della Francia”. “Non capisco, se si mettono d’accordo su qualcosa, come possa cambiare tutto”. Macron di fatto ha accusato von der Leyen di non avere una maggioranza. La presidente eletta della Commissione si è limitata a rispondere che “non bisogna perdere di vista” i prossimi cinque anni. La giornata di ieri “può aprire un terremoto”, ha detto l’eurodeputato Carlo Calenda: “Potrebbe saltare tutta la Commissione e comunque getta un’ombra sull’avvio di questa legislatura europea”.

David Carretta

Corrispondente a Bruxelles per Radio Radicale. Da nove anni copre le istituzioni europee e altri eventi internazionali e cura una rassegna della stampa internazionale. Dal 2004 collabora regolarmente con il Foglio, scrivendo di Europa, Nato, relazioni transatlantiche, politica francese e Belgio. E' stato militante radicale, assistente al Parlamento europeo e tesoriere di Non c'è Pace senza Giustizia. Dopo un decennio a contatto con le istituzioni europee, il suo euro-entusiasmo si è trasformato in euro-realismo: l'Europa è quello che è, ma se non ci fosse bisognerebbe inventarla. Così anche per i radicali.

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Commenti all'articolo

  • Carlo A. Rossi

    11 Ottobre 2019 - 09:02

    Scusate, ma mi scappa da sorridere: sul Foglio, Macron viene portato in trionfo un giorno sì e l'altro pure, eppure, basterebbe essere un po' onesti intellettualmente e riconoscere che è un maneggione come gli italiani (e gli altri) che tanto disprezza. Forse, al contrario degli altri, ha un maggiore contegno. Ma più seriamente: ma qui, qualcuno crede veramente che dei nani (intellettuali come politici) come questi possano salvare l'Europa? La crisi turca, ma soprattutto i suoi prodromi, dovrebbero far capire come ci sia una classe politica di dilettanti allo sbaraglio. Tutti quanti, nessuno escluso (sia chiaro: in questo novero anche i sovranisti da operetta). A partire da chi ha giocato con la nitroglicerina delle rivoluzioni arabe (leggasi: Obama e Clinton).

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  • oliolà

    10 Ottobre 2019 - 21:43

    Non mi dire! Fatta fuori la Le Pen, fatto fuori Salvini, cosa rimane a turbare l' Europa che finalmente ci guardava con simpatia? E noi? Ce la prendiamo con Capelli Gialli o col Gran Turco, mentre lo Zar di Tutte le Russie ci mostra i nostri confini: Vladivostok a Est, la Via della Seta a Sud, il Bosforo, il Mar di Marmara, il Mediterraneo, fino all'Atlantico nell'Estremo Ovest e i ghiacci eterni (?) del Grande Nord.

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