Il futuro in pensione

Luciano Capone

Perché la “flat tax ” si può toccare e il resto molto più costoso e dannoso no? Ragioni per aggredire quota 100

La precedente manovra, quella gialloverde, aveva introdotto tre pessime misure fiscali: reddito di cittadinanza, la cosiddetta “flat tax” e quota 100. La prima fortemente voluta dal M5s, la seconda dalla Lega e la terza da entrambi i partiti. Il reddito di cittadinanza sta mostrando tutti i suoi limiti concettuali e pratici sia sul fronte del contrasto alla povertà, sia su quello delle politiche attive (con i navigator dispersi senza la app del Mississippi e il tasso di inattività in aumento) e anche sul contributo alla crescita (erano stati promessi strabilianti moltiplicatori ma l’impatto è stato prossimo allo zero). Quota 100 si è dimostrata disastrosa non tanto per il numero di domande (il fatto che non siano state così tante è paradossalmente positivo, e infatti sono proprio Luigi Di Maio e il presidente dell’Inps Pasquale Tridico a essere soddisfatti di quelli che chiamano “risparmi”), ma per il prevedibile impatto nullo sia sulla crescita sia sull’occupazione (non c’è stata alcuna “staffetta generazionale”). Insomma, un disastro su tutta la linea: un costoso e temporaneo regalo per i fortunati che ne hanno diritto. Infine la cosiddetta “flat tax”, voluta dalla Lega, al 15 per cento per gli autonomi che guadagnano fino a 65 mila euro che dal prossimo anno si sarebbe dovuta estendere, con un’aliquota al 20 per cento, a chi fattura fino a 100 mila euro. Anche in questo caso non una riforma fiscale (ciò che dovrebbe essere una vera flat tax), ma l’ennesimo regime sostitutivo che sta amputando l’Irpef trasformandola in un’imposta progressiva che si applica solo sui redditi da lavoro e che introduce un’ulteriore distorsione nel sistema tributario.

 

Di queste tre pessime misure, il governo “di svolta” rossogiallo ha deciso di conservarne due, le più costose, e di tagliare la terza: con la prossima legge di Bilancio, il governo rivedrà alcuni parametri per chi guadagna fino a 65 mila euro e, soprattutto, abroga la cosiddetta “flat tax” (ma come si fa a chiamare flat tax un regime sostitutivo con due aliquote progressive?) al 20 per cento per chi guadagna fino a 100 mila euro. In questo modo, secondo quanto riportato nel Documento programmatico di bilancio, il governo conta di incassare 250 milioni in più. Posto che è corretto correggere delle storture, questa scelta pone un problema: perché la “flat tax ” si può toccare e il resto che è molto più costoso e dannoso no?

 

Il reddito di cittadinanza rimane perché è una bandiera del M5s, e quello si sapeva dall’inizio. Il Pd non poteva pretendere modifiche (anche se il M5s è riuscito a convincere i dem a cambiare idea sul taglio dei parlamentari). Ma perché quota cento, che secondo tutti gli osservatori nazionali e internazionali è il provvedimento peggiore, non si può toccare? La risposta, quando questa proposta è stata avanzata in maggioranza dal partito di Matteo Renzi, è stata che ormai è una legge dello stato, che non si possono cambiare le regole fiscali ogni anno e che, una volta introdotta, la norma aveva prodotto delle aspettative nei cittadini – i futuri pensionati. Pur volendo accettare come valide queste giustificazioni, perché non valgono per le partite Iva? La flat tax al 20 per cento non era anch’essa una legge dello stato? E cambiare ogni anno le regole fiscali, in questo caso, non produce incertezza? E gli autonomi non avevano anche loro delle aspettative? Con questa scelta diversa rispetto a due misure sbagliate, ma una (quota 100) molto più dannosa dell’altra (flat tax sugli autonomi), il governo ha dimostrato di preferire i pensionati ai lavoratori, le ragioni della spesa pubblica a quelle della produzione della ricchezza. E almeno questa tendenza, purtroppo, è in netta continuità con l’impostazione del governo precedente.

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  • Luciano Capone
  • Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali