Sul lavoro sarà svolta, ma non troppo

Valerio Valentini

Il sottosegretario del M5s spiega perché il governo “non toccherà quota 100 e reddito di cittadinanza”

Roma. Col suo nuovo ufficio al quarto piano, nella sede distaccata di Via Fornovo, deve ancora prenderci famigliarità. “Sono qui da un paio di giorni, nelle stanze del potere”, scherza Stanislao Di Piazza. “Non ho ancora ricevuto le deleghe dal ministro, mi sto ambientando”. E però, appena insediatosi, il neo sottosegretario grillino al Lavoro si trova a dover proteggere le riforme che più da vicino lo riguardano nel suo nuovo incarico. “Reddito di cittadinanza e quota 100 non si toccano”, dice il senatore palermitano, 61enne arruolato dal M5s in virtù del suo impegno per i progetti di micro credito e per un’“economia civile”. E se al ministero dell’Economia stanno pensando di fare dei tagli o delle rimodulazioni, sappiano che indietro non si torna. Semmai, bisogna proseguire sulla via tracciata da Luigi Di Maio e migliorare quel che è ancora perfettibile”.

 

 

A tal proposito: i dati forniti dall’Inps dicono che quasi una domanda su tre, per l’accesso al reddito di cittadinanza, viene respinta. “Il che, però, vuol dire che almeno due sue tre vengono accettate. E questo – dice Di Piazza – non deve farci essere contenti, ma deve comunque confortarci sul fatto che la strada imboccata è quella giusta, e che anche i controlli a monte funzionano”. Sembrano funzionare però meno quelli a valle, almeno a giudicare dai non pochi casi di lavoro nero. “Certo, i furbetti ci sono. Ma questo deve spingerci a potenziare le verifiche”. Doveva essere una rivoluzione, si è rivelato un sussidio. “No, il reddito di cittadinanza è una innovazione storica, un vanto del M5s. E’ una risposta all’indigenza che questo paese attendeva da anni. Certo, si può e si deve fare di più sul fronte delle politiche attive, ma non si può certo pensare, come alcuni nel Pd suggeriscono, di tornare al Rei. Sarebbe una perdita di tempo”. 

 

  

Che poi possano servire nuove risorse per far quadrare i conti, in vista di una legge di Bilancio comunque proibitiva, Di Piazza sembra esserne consapevole. “Ma del resto già a fine anno si registrerà una spesa inferiore, per il reddito di cittadinanza, rispetto alla cifra stanziata nel 2018. Tagliare ulteriormente non si può”.

 

Né, pare di capire dal ragionamento del sottosegretario grillino al Lavoro, si può rinunciare a quota 100. “Direi di no, e per due motivi. Il primo è la chiarezza: non si può ogni anno modificare la legislazione in termini di politiche pensionistiche, perché si alimentano aspettative che poi puntualmente vengono tradite. In secondo luogo, il risultato più importante di quota 100 sta nell’avere permesso di ridurre la disoccupazione”. Addirittura? “Certo, perché se ogni 100 anziani che vanno in pensione, venti ragazzi trovano un nuovo lavoro, la disoccupazione scende”.

 

E qui tocca allora aggiornare, di nuovo, il bollettino sul fantasmatico turnover connesso a quota 100. “Tre nuovi posti di lavoro ogni pensionamento anticipato”, promettevano Di Maio e Salvini un anno fa. Poi i gialloverdi iniziarono a parlare di un ricambio al 50 per cento. Infine, il leghista Claudio Durigon, disse che se anche il rapporto fosse stato di “uno a tre”, quindi un decimo rispetto alle iniziali previsioni, sarebbe stato comunque un successo. E qui Di Piazza, che di Durigon ha raccolto il testimone nel nuovo ministero del Lavoro guidato da Nunzia Catalfo, si stringe nelle spalle: “Be’, i dati ufficiali devo ancora controllarli, sono entrato in servizio da poco tempo”

 

Abbastanza, però, per capire se coi nuovi alleati del Pd potrà andare d’accordo, sui temi di cui si dovrà occupare. “Con loro c’era già un’ottima intesa nella commissione Finanze al Senato, anche quando eravamo su schieramenti opposti. Non dubito che, sui temi delle politiche sociali sapremo trovare una convergenza fruttuosa, specie ora che il Pd si è derenzizzato”.

 

Allusione maligna, subito però mitigata. “Devo riconoscere – dice Di Piazza – che sui diritti civili e sul Terzo settore Renzi ha animato una grande stagione di riforme. Ha fatto insomma senz’altro cose importanti, che credo sia giusto che gli vadano riconosciute”.

 

Pure il Jobs Act, contro cui tanto il M5s si è battuto? “Ovvio che anche di quella riforma non tutto è da buttare. E del resto, questa idea per cui ogni nuovo governo smantella le leggi dell’esecutivo che lo ha preceduto, non mi convince. Certo, il Jobs Act necessita di importanti correttivi, a nostro avviso. E già col decreto dignità si è iniziato a porvi rimedio”. Con Renzi che però gioca da battitore libero, ora, non sarà facile cambiare la “sua” riforma. “La politica è mediazione, sono convinto che una soluzione la troveremo”.