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Estendere il patto fiscale per riformare l’Irpef. La ricetta Tavecchio

Basta micro o macro tasse, ci dice il fiscalista che spiega la necessità di rompere due tabù con una riforma fiscale: la separazione tra reddito e patrimonio e il divieto di toccare l’Iva

11 Dicembre 2019 alle 06:00

Estendere il patto fiscale per riformare l’Irpef. La ricetta Tavecchio

Porta a Porta. Ospiti Luigi Di Maio, Lorenzo Fioramonti (LaPresse)

Roma. “Se vogliamo rompere le gabbie di manovre condannate solo a occuparsi di tasse micro o macro, anziché di come modernizzare il paese, bisogna lasciarsi alle spalle paure e tabù per riformare l’Irpef e attuare altre riforme fiscali”, ci dice Andrea Tavecchio. “Non si può agire con il mito di partire sempre da zero, ma neppure sotto la tagliola dell’esercizio provvisorio. Non è impossibile: si era cominciato a fare nei governi Renzi e Gentiloni. Faccio due esempi. Il primo si chiama ruling sui nuovi investimenti esteri; ossia, gli investitori esteri, a certe condizioni e se si crea nuova occupazione, attraverso un tax ruling possono sapere in anticipo come verranno interpretate le norme italiane per un numero durevole di anni.

 

“Per gli investitori certezza e chiarezza sono più importanti che un punto in meno di Ires. Poi corretta è stata la scelta dell’Italia di partecipare alla competizione internazionale nell’attrarre persone ad alta capacità contributiva se vengono a stabilirsi in Italia. Per capire quali risultati si possono ottenere basterebbe studiare il Portogallo, un paese che si è trasformato in un decennio. E soprattutto bisogna premiare chi paga normalmente le imposte; è da riflettere su come pensare a una dichiarazione dei redditi che guardi non solo al reddito, ma alla situazione patrimoniale come avviene nei principali paesi avanzati”. Andrea Tavecchio, esperto di fisco milanese e fondatore dell’omonimo studio, già consulente del ministero dello Sviluppo con il governo Monti e della presidenza del Consiglio con il governo Renzi, predica una tassazione che rompa due tabù: la separazione tra reddito e patrimonio a favore di un profilo basato su un patto di mutua fiducia tra contribuente ed erario; e il divieto di toccare l’Iva. “Questo è il marchio di nascita dell’attuale governo, ma ha abbassato i margini di manovra. Si doveva entrare nello specifico, magari guardando gli effetti dei passati aumenti Iva dal 20 al 22 per cento, aggiornandoli ai consumi attuali e all’e-commerce, agli sconti e all’inflazione ferma”.

  

Il problema si chiama consenso politico. Ma il nucleo di una vera riforma dell’Irpef sta, per Tavecchio, nell’estensione progressiva del patto fiscale. “Una spallata oggi resa possibile dalla tecnologia e dallo scambio di banche dati”. L’Italia, dice Tavecchio, “però deve uscire dagli slogan tipo manette agli evasori e dalle immagini di guardia di Finanza a sirene spiegate”. Sono da migliorare ma funzionano anche gli Isa, gli indici sintetici di affidabilità fiscale che hanno rimpiazzato gli studi di settore. E così l’estensione della fatturazione elettronica. “E’ ora di estendere il patto fiscale ai normali contribuenti. Un profilo complessivo del contribuente e della sua affidabilità non solo è tecnologicamente possibile ma ridurrebbe evasioni, elusioni e finti poveri”. Però scatenerebbe la propaganda dei timorosi della patrimoniale. “Basta sapere che la patrimoniale esiste già, talmente omeopatica che non ce ne accorgiamo e va bene così. In Italia la tassazione patrimoniale c’è già sia sui risparmi – è l’imposta di bollo dello 0.2% annuo (che non è poco) e sugli immobili c’è l’Imu; che in alcuni casi è pesante. Di patrimoniale non si deve parlare, si possono pensare interventi di manutenzione. Tra l’altro chi ha immobili – tranne che nel centro di Milano – ne ha già vissuto sulla sua pelle il deprezzamento del valore. E chi ha un portafoglio, in epoca di tassi d’interesse all’uno per cento sui Btp a 10 anni, non ha molti margini per pagare di più di quello che paga oggi con l’imposta di bollo”. Il nemico è sempre la demagogia? “Come la polemica ricorrente contro le basse imposte di successione. Sono minori che altrove, vero. Ma è così da quasi vent’anni, è entrato nella nostra cultura, è un fattore di attrazione per l’Italia e tra l’altro per le eredità più importanti un cambio sarebbe incompatibile con una direttiva europea volta ad agevolare i passaggi di quote societarie ai figli. E, poi in Italia il contribuente onesto ha pagato un Irpef molto elevata, che invece, quella sì, occorre ridurre”.

Renzo Rosati

Livornese, del 1950, ha lavorato tra Milano e Roma, dove vive, al Mondo, l'Europeo, Panorama e in molti quotidiani occupandosi di cronaca, costume, politica, economia. Ama il jazz, il cinema,  i cani, la montagna, la sua famiglia, il bianco e nero. Adora il Foglio.

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